Quando fu sull'orlo del pozzo, per un istante ancora sulla superficie della terra, volse intorno un ultimo sguardo. Sotto la balza dell'altipiano una città chiara si stendeva lungo un mare pallido. Era l'alba e la città non aveva voci: pareva addormentata in un sonno pesante da cui non potesse sciogliersi: le sue piazze quadre erano come vuotate da un incantesimo che vi avesse sospeso la vita. L'anima, trasvolando, pregò Dio che rendesse presto alla città assopita nel dolore la gioia del risveglio nei mattini pieni di luce e di opere.
La salma del volontario siciliano, composta negli ipogei del Carso, ebbe un sussulto di gioia poichè la sua anima aveva veduto Trieste, proprio sopra la sua tomba, ricca e profonda come nessuna tomba imperiale.
[Piccioni sospetti.]
Rientriamo nelle nostre linee.
Quella di passare, in guerra, dalle linee di un esercito dentro quelle dell'altro non è impresa facile. Nemmeno per chi avesse la turpe intenzione di disertare: alla partenza facilmente lo arriva la schioppettata nella schiena di chi lo ha visto partire; prima dell'arrivo gli può venire incontro quella del nemico che non sa con quali intenti il disertore venga a lui.
Se dalle file nemiche filtrano ogni tanto nelle nostre i disertori austriaci, bisogna pur credere che la vita sia tra loro meno sopportabile della morte. Ce ne sono stati di quelli che, per uscire da codesto inferno, di notte si sono buttati nelle acque gelide dell'Isonzo, e, passatolo a nuoto, hanno atteso l'alba appiattati nei canneti, per venire ai nostri avamposti a rendersi prigionieri, zuppi e congelati.
Chi sa quanti soldati austriaci si dolgono amaramente di non avere imparato a nuotare! E quanti altri, chiusi nelle gabbie fortificate delle loro trincee, canticchiano rabbiosamente la vecchia canzoncina:
Se fossi un uccellino e avessi l'ale....