Soltanto sotto Salcano, alle porte di Gorizia, risalì a galla. E con il morto risalì la sua anima, che pareva non potesse staccarsene, mentre la corrente lo spingeva da un ponte all'altro verso la foce. Il povero morto nulla sentiva più, ma l'anima vicina sentiva e soffriva ancora per lui: rabbrividiva a ogni contatto, temeva nuove offese al compagno che non poteva più difendersi: tronchi d'alberi, rottami d'armi, mine galleggianti, altri cadaveri scendevano con loro per la corrente.

L'anima era ancora smarrita tra la vita di prima e quella di poi: cercava la via del suo destino eterno. Ma prima di spiccare il volo, un dovere la soffermava: comporre il compagno morto in riposo tranquillo; ci doveva essere a qualche svolto del fiume una cavità riparata dove lasciarlo sicuro almeno dalla voracità dei pesci. E un'altra volontà ancora l'anima conservava dal momento che il colpo mortale l'aveva staccata dal corpo: la volontà stessa che aveva condotto il volontario a morire lassù: vederla, finalmente, la città per cui era morto.

Ma come arrivarci, ora che la corrente inesorabile lo spingeva da una sponda all'altra, per fermarlo forse nella fanghiglia di un canneto? Già il fiume, scendendo, mutava aspetto: le rive non erano più cigli sassosi ma argini bassi; il letto si allargava tra greti di fango e di ghiaia.

Fu qui che il barbo dell'Isonzo si mise a nuotare di conserva con il soldato morto che l'anima staccata non aveva più forza di governare; nemmeno di scostarlo dal pesce in cui sospettava qualche mala intenzione. Ma il pesce muto l'assicurava. Aveva compreso il segreto desiderio dell'anima e, per aiutarla, prese esso il governo del funebre corteo fluviale; con la forza miracolosa di una creatura incantata lo guidò fuor degli incagli per una via che esso sapeva.

Erano arrivati alla confluenza del Vipacco. Fucilate disperse sbattevano ogni tanto sul pelo delle acque: in alto filavano ronzii di obici: le sponde del fiume rintronavano di tonfi sordi. Il corteo del morto e della sua anima deviò dietro il pesce esperto dei luoghi; presto l'anima si accorse, fra rive più anguste, di rimontare una corrente: dapprima era un'acqua torba piena di detriti, ma poi limpida come di ruscello alpestre, mentre intorno diminuiva il rombo tormentoso delle cannonate. Passarono sotto mulini fermi, in acque sempre più nitide, fino a un gorgo profondo in cui si immersero lungamente. Era quella la tomba smeraldina destinata al soldato morto prima di vedere Trieste?

Quando ne uscì, l'anima non vide più la luce dell'aria e l'azzurro del cielo, ma sopra di sè l'arco di una vasta grotta che una luce debole ma diffusa rischiarava lievemente di riflessi opalini: le acque su cui navigava erano cupe, striate da guizzi di argento.

Il barbo non c'era più; invece guida era un sottile natante roseo e trasparente; così trasparente che ogni tanto, contro la poca luce, se ne distingueva, sotto le carni diafane, il cuore pulsante. Il pesce era divenuto uno spettro di pesce: un proteo. Ed anche il corpo del morto era divenuto laggiù un'altra cosa. La forma umana si era riplasmata in una sostanza medusea; il volto serenato aveva preso un pallore ialino su cui la fosforescenza delle grotte accendeva erranti fuochi di opale. Il morto e la sua anima vagavano nelle grotte del Carso, in quelle profondissime, inesplorate e inesplorabili, dove il travaglio delle acque e delle Fate ricompone in gemme splendenti i detriti opachi del mondo.

Nel silenzio della tomba incantata scivolavano senza gorgogli le acque lisce dei fiumi ciechi; laggiù erano le polle secrete che, pullulando in alto, nelle grotte note anche ai geologi, fanno crescere misteriosamente le fiumane del Timavo e della Piuca.

Vennero a una sponda declive contro cui il corpo del morto si fermò dolcemente. Anche il proteo era sparito. Una albasia verdina schiariva appena il luogo: ma il bagliore fioco rivelava tutto intorno una pomposa architettura di diaspri, di malachiti, di ametiste: occhi di rubino accendevano gocce vive nell'ombra degli archi senza fine. Era un tempio di colonne portentose che salivano nel buio verso una vôlta invisibile. Mai alcun imperatore ebbe tomba così profonda e così ricca. Qui l'anima si staccò dal suo compagno con un ultimo addio e salì per il buio, lieve, lungo le colonne, in alto.

Quanto durò quell'ascensione di farfalla notturna? Già per un pozzo aperto scorgeva sopra di sè il cielo di un turchino cupo. Ormai non aveva più bisogno di chi la conducesse; il cielo stesso la aspirava lentamente fuori della cavità sotterranea.