No, quel mare non è stato mai propizio alle fantasie dei pirati affamati. I nostri morti non vi giacciono preda alla voracità dei pesci: nei fondi glauchi del nostro mare c'è pietà e gloria per tutti i morti degni di gloria o anche soltanto di pietà. Avvengono laggiù incanti e trasfigurazioni, come quella con cui il buon silfo Ariele consolava Ferdinando dopo il naufragio in cui suo padre era scomparso:

«Egli giace molte braccia in fondo: le sue ossa sono diventate coralli: sono perle quelli che furono i suoi occhi. Niente di lui è sparito invano: ma la forza del mare lo ha trasfigurato in un miracolo prezioso».

E gli stessi pesci, voraci e, stupidi, non sono tutti stupidi e voraci come se li figura a sua immagine un giornalista viennese.

Io so di un povero pesce dell'Isonzo che fu cortese con un nostro povero soldato. Forse nella forma di quel pesce guizzava lo spirito delicato di una creatura divina, una Naiade d'Italia, ma la sua apparenza non era che quella di un barbo, il barbus plebeius dei naturalisti.

Mentre nuotava fra due acque, sotto Gorizia, il pesce vide venire a sè una forma umana, goffa e pietosa. Era il cadavere di un soldato italiano, ucciso verso Tolmino, ad Aiba, tentando con pochi altri di traghettare l'Isonzo sotto il tiro incrociato degli Austriaci. Era un volontario ed in guerra era venuto con un'idea soltanto: vedere Trieste.

Nato in Sicilia, non era mai uscito dalla sua isola: di Trieste non sapeva che il nome, ma il solo nome della città lontana gli aveva suscitato in cuore un'idea favolosa ed appassionata. Per lui, se l'Austria non rendeva Trieste all'Italia, era perchè Trieste non era una città come tutte le città, anche le più belle, anche Palermo: doveva essere qualche cosa di assai diverso e di più. Come se la figurasse, naturalmente non sapeva dirlo nemmeno a sè stesso: appunto per vederla come era, soltanto per questo, era andato volontario a prender Trieste. E andandoci, di una cosa era certo: che, quando l'avesse vista, ci fosse arrivato anche un momento, non gli sarebbe più importato morire.

Strada facendo, via via che si avvicinava al confine, il miraggio si era fatto sempre più attraente. La sua Sicilia gli svaniva rapidamente dal pensiero. Non sentiva, come i suoi compagni, la nostalgia di chi si allontana da casa, ma l'ansia di chi si avvicina ritornando. Gli pareva proprio di tornarci a Trieste, lui che non c'era mai stato.

E un giorno, che il suo battaglione in marcia sostò sul Corada e il suo capitano gli indicò laggiù laggiù, oltre la gola di Salcano, nella caligine dell'orizzonte libero, una sfumatura più chiara e gli disse che quello era il mar di Trieste e che quella era la costa di Trieste, il volontario siciliano provò una tal gioia che gli venne da ridere e da piangere al tempo stesso.

Aveva sentito dire che da Monfalcone e da Gorizia non si poteva passare; non dubitò che la strada buona fosse quella dei monti a cui era arrivato il suo reggimento. Trovatala, si sentiva di poterci arrivare per di là, lui e i suoi compagni, come nulla. Non poteva capacitarsi che, prima, bisognava aver vinto tutta la guerra, perchè le difese austriache di Trieste erano già quelle posizioni in cui il nemico si asserragliava davanti a lui, subito oltre il fiume fluente glauco ai suoi piedi.

Perciò, quando venne al suo reggimento l'ordine di tentare anche lì il passaggio dell'Isonzo, gli parve l'ordine più naturale e più facile. Si offrì e fu chiamato a passare uno dei primi in un barchetto. Fu colpito mentre metteva piede sull'altra riva e cadde morto nel fondo del fiume.