Non solo fu assolta, ma poi i giudici militari, l'avvocato fiscale, gli ufficiali presenti si fecero intorno a lei commossi, lodandola, consolandola. Quando si è condannato un reo si può uscire sereni, ma quando si è reso giustizia a un innocente si esce felici. E due volte felici da un tribunale di guerra, in territorio tolto al nemico.
[Colombe e «Tauben».]
Pur troppo c'è da temere che in avvenire non si potrà parlare mai più dell'innocenza della colomba. Colpa dei Tedeschi che hanno rovinato tante cose buone e anche tante oneste riputazioni, cominciando dalla loro. Ma perchè anche quella della colomba? Perchè chiamare Tauben, colombe, i loro aereoplani assassini?
Meno male quando li chiamano albatros, uccelli di tempesta; quantunque si è potuto osservare che tutti i loro velivoli, quando tira vento forte, poco si fidano di volare: siano Albatros, Etrich, Aviatik, o i cari Tauben. I quali tutti poi, all'ingrosso, visti da terra, presentano la medesima figura di uccellacci da rapina, falchi e non colombe. Caso mai, qualche volta, guardati contro la luce, quando nel virare si sbandano, mostrano luccicori da coleotteri: e anche il volo hanno rigido e ronzante come mostruosi cervi volanti. Ma se vogliamo paragonarli ad uccelli, per via dei piani che hanno piegati e smussati come ali, non v'è da uscire dalla famiglia dei falchi e dei gheppi. Ai quali somigliano veramente quando filano e incrociano minacciosi sui paesi, come uccelli di rapina sui pollai e i pulcini. Sono tristi e neri; debbono parere uccelli del malo augurio ai soldati del loro stesso campo. Certo anche gli Austriaci, quando vedono passare sulle loro linee gli aereoplani nostri, non debbono in cuor loro benedire chi ha inventato l'aviazione; ma devono riconoscere che, in sè, gli aereoplani italiani non sono lugubri come i loro. L'ala verde e l'ala rossa dei nostri apparecchi fanno pensare piuttosto a una grandiosa libellula meccanica; o più precisamente non fanno pensare ad altro se non ad un aereoplano che tiene ad essere ben visibile, che non vuoi lasciar dubbio sulla sua qualità di nemico quando vola sopra gli accampamenti nemici, e li osserva e li fotografa e fa tutto quello che deve fare un aereoplano in guerra.
Molte azioni di buona guerra può fare l'aereoplano esploratore, con vantaggio del suo esercito e suo proprio pericolo; dunque da guerriero e non da assassino. Quella di gettare a caso le sue bombe sulle piazze affollate è la più odiosa, ma anche la più facile; il bersaglio è il più largo e il solo che non si nasconda. Impresa non dissimile dalla cattiveria del ragazzo crudele che si diverte a buttar paglia accesa sopra uno stuolo di formiche intente al lavoro, per il gusto di vederle sbandarsi da tutte le parti. Ma nel moto del formicaio sbandato rimane sempre qualche formica che si divincola accanto a qualche compagna stecchita. E nella piazza, quando è dileguato il fumo della bomba scoppiata, anche il bombardiere austriaco deve scorgere dei punti neri che non si sono mossi, che non si moveranno più. È possibile che un giorno quel bombardiere racconti ai suoi figliuoli che questa è stata la sua parte in guerra: ammazzare dall'alto, quasi dal sicuro, dei borghesi, delle donne, dei ragazzi?
Ma egli sperava di ammazzare dei soldati, possibilmente degli ufficiali, dei comandanti, perchè la guerra che fa l'aereoplano—così pretendono gli Austriaci e i Tedeschi—è specialmente una guerra contro i comandi. Ragionamento simile a quello degli anarchici criminali che tirano una bomba nella folla, facendo finta di credere che volevano soltanto uccidere un sovrano o un ministro. Così ragionano e fanno Austriaci e Tedeschi che hanno fatto la guerra per vendicare—hanno detto—un loro principe assassinato da un anarchico serbo: ma Gabrilo Princip non sparò sulla folla: cercò le sue vittime sole e non fallì il segno.
L'aviatore tedesco e austriaco invece tira ai comandi sapendo di colpire qualcun altro; e più spesso non tira ai comandi, che non sa dove sono, ma sulle piazze dove vede che gente c'è.
Questa gente—si pensa—dovrebbe ripararsi quando compaiono i tristi mosconi della morte. Dovrebbe, ma spesso non lo fa. E si capisce che non lo faccia, perchè l'idea che veramente un uomo voglia in quel modo, a freddo e a casaccio, ammazzare qualcuno, chiunque, non un soldato nemico, è un'idea contro natura a cui gli uomini non riescono ad abituarsi. È troppo nuova nella sua ferocia. E la gente rimane, guarda curiosa: innocentemente sarebbe disposta ad ammirare l'uomo che vola, tranquillo fra i lampi degli shrapnells. Su codesta ingenuità ammirativa del nostro popolo per ogni forma di coraggio e su l'errore antico che coraggio significhi anche lealtà, devono contare gli aviatori nemici che tirano bombe sugli abitati. Tirando sono sicuri di non colpire nè stazioni, nè depositi, nè comandi, ma di ammazzare qualche innocente, sì. La maledizione li perseguita e fa che ogni loro colpo sia un assassinio più bestiale. Le loro vittime—è un destino che non sembra casuale—sono state per la maggior parte donne e fanciulli.