Il cavallo che fatica nel treno si sente orgoglioso quanto il cavallo di lusso che ha poco da fare nel drappello di riserva dei Comandi. E, quando l'incontra, quasi quasi gli viene la tentazione di cantargliela:

—Bello mio, tu non sei che un imboscato.

Ma l'altro può rispondergli:

—Pensa quel che ti pare. Ma l'altra notte, che una granata è cascata proprio sulla scuderia, nessuno di noi ha avuto paura. Non abbiamo scalciato nè abbiamo rotte le cavezze per scappare. In guerra fa il suo dovere chiunque rimane al posto assegnatogli. Siamo bestie subordinate noi, e guarda di esserlo anche tu.

Ma in fondo al cuore anche il cavallo del Comando, che oggi non ha occasione di essere adoperato, rimpiange la guerra di suo nonno e di suo bisnonno, che il Generale montava nei giorni di battaglia; e poteva inebriarsi anche lui galoppando sotto il fuoco, all'aperto, nel pericolo, ma anche nel sole della gloria.

Sui primi giorni della nostra guerra all'Austria anche i nostri cavalli di cavalleria avevano cominciato ad assaggiare un po' di quel giuoco che esalta e abbellisce la guerra. Intere divisioni di cavalleria erano pronte. I primi reggimenti correvano già le strade del Friuli d'oltre confine; verso l'Isonzo: belle galoppate verso i campanili che indicano la presenza dei borghi e dei villaggi nascosti dal fogliame denso. Esplorazioni di pattuglie, ricognizioni di squadroni che promettevano qualche incontro interessante. Si sperava che il nemico avrebbe dato battaglia nel piano per contenderci il passaggio del fiume. Ma il nemico si ritirava e i nostri cavalli, invece che i cavalli degli Usseri, incontravano il fango delle inondazioni, le paludi delle acque fatte straripare dai canali del basso Isonzo.

Così i cavalli di cavalleria presto dovettero rinunciare alla speranza di correre in battaglia campale. La guerra si immobilizzava in un assedio di posizioni trincerate. Non rimanevano in linea che pochi reggimenti, per i servizi di Corpo d'Armata: i soldati, appiedati a far le ronde e a guardare i fili dei telegrafi tesi dal Genio; i cavalli, accantonati un po' qua e un po' là, nei cortili, nei giardini, anche all'aperto. Vita noiosa di strigliature e di esercizi come in guarnigione: in più solamente quel brontolio del cannone, a giorni intermittente, a giorni continuo, qualche shrapnell, qualche granata. Si finì col ritirarli, eccettuato qualche squadrone, dalla zona del fuoco e rimandarli un po' indietro ad aspettare. E poi, siccome per tanti soldati e tanti cannoni non c'era quasi spazio, ancora più indietro, cavalli, cavalleggeri, dragoni e lancieri.

La decadenza della cavalleria era fatalmente segnata. Per vincere gli Austriaci bisogna batterli con le loro armi, a macchina, facendo la guerra a distanza come la fanno loro, che ad avere il nemico troppo vicino non se la sentono. Cavalleria vuoi dire anche cortesia, generosità; che volete farvene della cavalleria in guerra contro Austriaci e Tedeschi?

Gli ufficiali e soldati di cavalleria si sono rassegnati a non essere più di cavalleria pur di combattere. Vanno con le mitragliatrici, vanno con l'artiglieria; sono andati anche in trincea, a piedi. A Monfalcone, al principio dell'offensiva di questo maggio, gli Austriaci si erano sognati di passare, perchè nelle trincee della Rocca e giù lungo il mare, c'erano, nuovi del mestiere fangoso ed eroico della fanteria, i cavalleggeri appiedati.

Il vecchio motto dei dragoni di Genova assicura che l'onore del cavaliere non s'abbassa perchè egli scenda da cavallo: