In quella medesima sera, lord Leslie gli aveva fatto dire che sentiva desiderio di parlargli; ed egli non indugiò a presentarsi a suo padre. Il vecchio gli venne incontro di subito, lo prese per mano, e senza accennare alla più lontana idea di ciò ch'era stato, gli mise innanzi con parole amichevoli e gravi le nuove urgenti circostanze che lo consigliavano a ritornare alla patria, senza por tempo in mezzo; gli spiegò sott'occhio lettere d'uomini potenti, che gli avevano disegnato l'andar delle cose e la gravezza del momento; gli parlò poi del debito di non tradir l'avvenire, i proprii diritti, la parte alla quale s'era legato, della necessità infine di giovarsi di quella congiuntura, per non essere avvantaggiato da altri, e racquistare almeno ciò che prima aveva perduto.
Arnoldo rimase confuso, annientato quasi dalle parole paterne. Il vecchio non imponeva, ma cercava consiglio, pregava; ond'egli che dapprima era stato pensoso, irresoluto, rompendo alla fine il silenzio, uscì a proporre al padre, che l'unico partito da seguitare era quello d'un sollecito ritorno in Inghilterra. L'accorto sguardo del lord aveva indovinata la via per arrivare al cuor generoso del figlio; la sua fina politica famigliare aveva trionfato.
Il giovine però sentiva il peso di quel dovere penoso che su le prime aveva accettato con volontà sincera. Accondisceso ch'egli ebbe, il pensiero di perder Maria gli tornò in cuore, gli si fece insopportabile; voleva parlar di nuovo a suo padre, scoprirgli ogni cosa; ma poi riflettè, e conobbe che sarebbe stato lo stesso che perdere tutto. E intanto sorse a consolarlo una nuova speranza, che forse, cedendo da principio, gli sarebbe stato agevole poi, nel volgere di qualche tempo, di preparar l'animo paterno a non porre più altro contrasto alla sua volontà; e vinto così l'antico pregiudizio dell'orgoglio domestico, egli sarebbe stato padrone della sua mente e del suo cuore. Allora per non saper trovare altra uscita, abbracciò il più facile consiglio a cui, per la fiducia del meglio, assai di sovente si appigliano gli animi incerti e miti, quello di tacere e di aspettare.
Ma pure egli era torbido e travagliato. Non poteva spiegare a sè stesso la causa di quell'improvviso fuggir della fanciulla, dopo tutto ciò ch'era stato; nè comprendere come il vicecurato fosse venuto e partito, senza cercare di lui, senza aspettare di vederlo. Ben gli nacque in mente l'idea, che Maria forse avesse confessato al fratello il segreto dell'amore che li univa; ma per ciò appunto si corrucciava di più, pensando al basso e falso concetto che l'amico doveva farsi di lui, non conoscendo ancora la purezza del suo proposito, il mutamento dell'anima sua. E desiderava di poter rivedere, innanzi partire, la giovinetta; e voleva parlarle almeno una volta, accertarla del suo ritorno dopo breve tempo, e ripeterle la già fatta promessa.
Allora, dopo ch'ebbe inutilmente tentato più d'una via per trovar nella città chi gli desse qualche contezza del luogo in cui il vicecurato potesse aver formato dimora, dopo ch'ebbe risoluto di trasferirsi segretamente, prima al paesello del lago, poi all'alpestre villaggio di Valtellina; pentito dell'una e dell'altra cosa s'abbandonò all'inutile rammarico, all'inquietudine, a disegni cupi e sdegnosi. Pensò anche di palesare il suo stato a quel saggio uomo che aveva avuto tanto potere su la sua vita e ch'egli venerava come secondo padre, onde lo sovvenisse di consiglio; pure, quando fu sul punto di farlo, non ardì aprirgli l'animo, o temette forse il giudizio del semplice ma austero vecchio.
Intanto il dì della partenza era venuto. Tutto quello ch'egli potè fare fu di scrivere una lunga lettera al vicecurato, nella quale n'acchiuse un'altra indirizzata a Maria; mandò queste lettere alla posta, e pregò il cielo che arrivassero al più presto al loro destino.
Dov'era allora la nostra fanciulla?
In certe povere stanzette, confinate nella soffitta deserta d'un antico palazzo, che appartenne un tempo alla famiglia del conte Francesco ****, viveva ancora la vedova del vecchio maggiordomo di quella casa. Dopo la morte degli ultimi padroni, il palazzo era stato venduto, spogliato delle sue tappezzerie di damasco e delle dorate suppellettili che l'adornavano da forse un secolo; e un negoziante, arricchito di fresco e non ancora ritirato dagli affari, l'aveva acquistato e fatto restaurar tutto alle fogge del gusto moderno, con le sue sete, co' lucidi arredi parigini, co' molli tappeti turchi.
Quella vedova era una buona vecchietta, servizievole, cicalona, tutt'amore del prossimo e de' poverelli, lodatrice eterna de' tempi suoi e de' suoi ottimi padroni, e massimamente della defunta signora contessa; la quale non l'aveva dimenticata nel testamento, e le aveva lasciato una provisioncella, vita sua durante, un trenta soldi al giorno e l'abitazione: era tutto quel che la povera donna possedeva quaggiù. Pure essa viveva contenta, e col suo sordo sogghignare, diceva bene spesso: Chi molto abbraccia, nulla stringe; ma chi sa contentarsi del poco, campa un pezzo e col cuor largo. — Quel negoziante, al quale certi lontani parenti della contessa, che ne furon gli eredi, avevano venduto il palazzo, dovette accettare tra gli altri patti anche la noia di tenersi in casa la vecchia vedova. E questa poi fu sempre ostinata a non voler abbandonare quella dimora dov'era vissuta per trent'anni; di modo che il novo padrone mise giù il pensiero di farla sloggiare con le buone, come aveva stimato facile, nella fiducia che la vecchia sarebbe presto ita a cercar posto nell'altro mondo.