Si pose a sedere; meditava a sè stessa, alla sua vita, e le pupille le si gonfiavano di lagrime. La folle allegria delle compagne, i loro ghiribizzi, que' motti, que' consigli facili e maliziosi, non rispondevano al suo costume timido e dolce, alle sue dolenti ricordanze; ella si accuorava di dover tacere sempre, di vedersi negletta, perchè non aveva il cuore come l'altre; pativa di non esser amata, e pur pensava ch'essa non avrebbe potuto confidarsi a nessuno. Ma tutto questo era ancora nulla; il peso della sua vita essa l'aveva portato in silenzio e con rassegnazione fino a quel dì; e in quel dì appunto, un'improvvisa circostanza bastò a risvegliare nel suo cuore appena riposato un'antica e terribil guerra. — Quella stessa mattina, un giovane era passato più d'una volta dinanzi la bottega (se vi ricordate, i furbi occhietti della Luisa l'avevano ben notato), e Maria, nel gettare uno sguardo involontario su la via, lo vide anch'essa, lo conobbe... Era desso, era il suo Arnoldo! — Le parve ch'egli pure la conoscesse; le parve che gli occhi di lui si fossero scontrati ne' suoi... E poi non si ricordava più di nulla; essa non l'aveva più veduto.

Fu un sogno, un'illusione?... No, no, l'anima sua era troppo in pace nel punto ch'egli passò, perchè quella vista fosse un inganno de' suoi pensieri. Già il rivederlo aveva rinnovato tutti i dolori della sua vita, e vinto il suo cuore; il rivederlo sola una volta bastava a rapirle di nuovo la calma e la forza in tutto quel tempo riavute, la memoria stessa di sua madre, e quella di tutto il pianger che aveva fatto... Ella ebbe ancora un momento, un solo momento di speranza e di gioia! — Ma come si trovava egli qui?... E perchè tornava, e che voleva da lei? Dunque non era tutto finito fra loro, non erano come morti l'uno per l'altro? Non era dessa la povera orfana, alla quale non restava più nulla in questa terra, più nulla fuorchè la virtù?

Questo segreto patimento, che solo un'anima pura e addolorata può intendere, tolse a Maria il sonno di quella notte. Ma al mattino, quando appena per le fessure delle imposte il primo chiarore penetrò nella misera stanza, essa, lasciato il suo letto, fece una preghiera più fervida dell'usato; e quando si levò di terra, la sua deliberazione era già presa. Salì serena e composta, come soleva, alle camere della crestaia; e quando la seppe levata, bussò leggermente all'uscio di lei. La buona donna aveva preso ad amarla; cosicchè, sentita appena la sua voce, la fece venire a sè e le dimandò che volesse, dandole animo a parlare. La fanciulla rispose aver un segreto a scoprirle e una grazia a chiederle; si trattenne un pezzo con lei e le aperse tutto il suo cuore.

Quella mattina, ella non discese nella bottega, e la sua seggiolina rimase vòta: le compagne n'ebbero gran maraviglia e bisbigliarono fra loro mille congetture di quest'improvvisa assenza: per tutto il dì non parlarono d'altro, nemmeno de' loro amorosi. Poi, la mattina appresso, la crestaia annunziava alle curiose alunne che Maria era partita di casa sua; ma per tentare che facesse or l'una or l'altra, affine di aver la chiave di quel segreto, non riuscirono a nulla; la brava donna mantenne a Maria il silenzio promesso.

Alla fine, quando fu venuta la sera, le fanciulle, prima del rintocco delle sospirate ott'ore, svolazzarono fuor della bottega; e ciascuna ebbe a raccontare al suo fedele la storia della scena del dì passato e della compagna scomparsa.

Noi lasceremo le altre, e terrem dietro con passo leggiero alla Ghita, la quale camminando stretta stretta al braccio del suo Eugenio, gli parlava con quell'ingenuo cicaleccio che nelle giovani crestaie ha pur il suo vezzo. Perchè, se nol pensaste, la Ghita era una buona ragazza, fresca come un botton di rosa, un po' capricciosetta ma savia; essa, quantunque alunna d'una crestaia, era graziosa e onesta; e le piaceva ch'Eugenio l'accompagnasse, perchè, poverina! aveva tanta paura di correr sola le vie; nè il suo innamorato poteva ancora vantarsi d'averle mai carpito un sol bacio. Egli poi, l'Eugenio, era un giovine come ce n'è tanti, allegro, buon tempone, ma di cuor mite e sincero; e benchè facesse all'amore per non saper fare di meglio, pur egli credeva ancora all'amore. Unico figlio d'un vecchio impiegato di scarse fortune, egli era scritturale in una buona casa di commercio. Una mattina, stando solo al terrazzino gli venne veduta, al terzo piano della casa dirimpetto, una giovine, la quale inaffiava due vasetti di fiori su la sua finestruola; stette a contemplarla lungamente, e gli parve bella: era Ghita. E poi, quando la fanciulla uscì, le si mise dietro, la seguitò come la sua ombra fedele, e così fece per un mese. Passato il quale, essa non ebbe cuore di far la ritrosa, chè se n'era accorta; un giorno, rispose al saluto del suo bel vicino, il giorno appresso gli concesse un'occhiata e un bel sorriso; poi venne una buona parola, e poi se n'andarono in compagnia; sicchè il povero giovine, a poco a poco, s'innamorò da vero della fedele sua dea del terzo piano.

— Senti, mio caro! diceva in quella sera Ghita all'amico. L'altro dì, tu m'hai raccontata la storia d'un bel giovine forestiero, quello... del nome non mi ricordo più... quel bravo giovine con cui t'ho veduto passar più d'una volta. Tu m'hai pur detto ch'egli voleva sposar la mia compagna, la Maria, che gli piaceva tanto da un pezzo; ma che poi tutto era ito a monte, e non s'erano più veduti, e...

— Sì, rispondeva il giovine, or bene? avresti forse detto alla tua compagna, che l'amico suo è qui e che a qualunque costo vuol parlar con essa?

— No, no; t'avevo promesso di tacere, e ho taciuto.... benchè avessi una tentazione, a dirtela schietta, di mostrare che sapevo tutto anch'io, e di farla arrossire un po' quella Maria, ch'è un'acqua morta, e fa l'innocentina...

— Via, che vuoi dirmi dunque, che mi fai gli occhietti?