Ecco Milano, la bella e ricca Milano! I larghi viali suburbani, che ornati d'una doppia fila d'alti platani, la circondano, come delle verdi ombre d'un giardino; i suoi lieti bastioni, le sue porte, che ora ti figurano la superba idea dell'arte romana studiata da' compassi dell'arte moderna, e ora ti presentano l'umile ingresso d'una borgata; i suoi corsi larghi, lisci ed asciutti, le sue variate vie fiancheggiate di modesti palazzi e di case belle e recenti dalla fronte allegra, dalle spesse e diritte finestre; tutto ti farebbe creder quasi d'essere in una città sorta ieri, se le belle cupole, e i campanili delle vecchie sue chiese, e quelle superbe colonne cadenti di San Lorenzo, unico avanzo della nostra grandezza a' migliori giorni di Roma, e più di tutto la mole sublime e gigantesca del Duomo con le cento sue guglie aeree, non sorgessero a ricordarti che i secoli passati hanno ancora le loro grandi vestigia, e signoreggiano, direi quasi, con l'armonia della loro maestà vetusta su d'un vasto anfiteatro di case, che la mediocrità costruì in compagnia del comodo, del risparmio e della convenienza.

Ma non cercare gli avanzi delle nostre glorie municipali; son pochi e inutili per noi, e furono sepolti dai secoli, o dispersi dagli uomini. Non aprire i volumi della storia, che adesso non è il tempo; essa ha delle pagine scritte col sangue, pagine terribili che fanno fremere e lagrimare; e altre ne ha, ornate delle più belle glorie italiane, pagine sante, che sono l'entusiasmo e la speranza di chiunque si ricordi ancora di portare il nome de' suoi antichi. — Milano è la città del gran signore e dell'onesto privato, del mercatante e dell'ozioso, del filosofo e del povero galantuomo; è la città semplice e colta, generosa e ospitale, la patria della bella vita e del buon cuore. Tutto il mondo è paese, dice il proverbio; ma i proverbi, massime gli antichi, non han più ragione.

Eppure colui che per la prima volta abbandona l'aria pura della campagna e la solitudine d'una terra ignota, non può trovar nella città quel soggiorno di delizie e di fortuna, che forse prima aveva sognato, nè quella pace oscura che nessuno al mondo invidia, tranne chi l'ha perduta.

V' è una certa tristezza nella consueta tranquillità cittadina, una certa monotonia nella quotidiana vicenda delle sue costumanze, una noia negli spassi, un'inerzia nella vita, che talvolta ti par quasi di trovarti solo e abbandonato in mezzo alla frequenza della gente, e ti stanchi di vedere il malcontento in seno della ricchezza, e da una parte l'orgoglio, e il disprezzo dall'altra, e dappertutto l'abitudine e l'indifferenza per quanto ti s'agita o muta d'intorno. Al principio dell'inverno poi, quando il cielo non ha sole, e la terra non ha altro che nebbie e fumo, la è una scena a cui l'anima immalinconisce e si fa grave e noiosa.

Le vie spesseggiano di popolo, ma son taciturne; è un andare e venire, un mischiarsi, un incontrarsi da ogni parte; ma ciascuno cammina per le faccende sue, o, se non ha faccende, s'accontenta di badare a quello che altri fa e dice. La scena poi è sempre la stessa: è il fanciullo che ora a ritroso, or saltelloni s'avvia alla scuola col fascetto de' libri sur una spalla, e il pigro servo o la fante brianzuola che gli tien dietro; è l'onesto impiegato che col suo lento passo usato s'incammina all'ufficio per la strada da vent'anni battuta, chiuso nel suo pastrano di panno turchino e col fido ombrello sotto l'ascella; il solito gruppo de' lettori d'affissi alle cantonate, il fattorino che torna zufolando alla bottega, la femminetta divota o la vecchia dama, seguita dal servitore in livrea e con l'astuccio degli occhiali e due grossi libri fra mano, le quali spesseggiando i passi se ne vanno alla messa della parrocchia; è l'ozioso che girando a zonzo arresta tutti gli amici e i conoscenti ne' quali s'imbatte, o dà gli occhi entro ogni bottega, o numera le finestre d'ogni nuova fabbrica; è il giovine signore, che dall'alto suo cocchio inglese balza su le soglie del palazzo di qualche eletta contessa, lasciando al valletto di dieci anni le briglie de' focosi puledri.

Nondimeno nella città è un bel vivere per tutti. Ben so che spesso bisogna vedere e tacere, e mordersi la lingua o far orecchie di mercante; so che bisogna sorridere a tanti amici di cappello, accarezzare quelli che ti stanno di sopra, e quelli stessi che t'invidiano, e guardar confuso nella folla il traino cortigiano dell'ignoranza, e tremare talvolta perfino d'una segreta stretta di mano dell'uomo sincero; so che bisogna fremere e arrossire, se non per te, per altrui; e chinar la testa alle opinioni che, al pari di tanti piccoli tirannelli, si cozzano, e voglion regnare insieme... Ma finchè nella patria troverai un amico che ti dica una buona parola, finchè avrai nella tua casa alcuno che t'ami, alcuno da amare, oh! terrai sempre caro il nome della tua città, come quello di tua madre!


La famiglia de' Leslie, venuta a Milano, aveva preso dimora in una bella e comoda casa, situata in una delle più popolose vie della città. La casa apparteneva a una vedova dama, la quale, alla morte del marito, s'era ritirato nel secondo piano, per nascondervi il suo lutto e i suoi quarant'anni, e per cedere a qualche ricco pigionale il quartiere del piano nobile, come qui si chiama.

Le damigelle, non avendo altri pensieri che di gioia, s'addomesticarono in pochi dì con la vita cittadina e co' novi piaceri, e dimenticarono il lago e i suoi pacifici ozii. Ma così non era di Maria. Essa non aveva creduto da prima, che così presto si sarebbe trovata sola sola; e già s'accorgeva che le mancava qualche cosa, e non sapeva che pensare a sua madre, e pensare a suo fratello.

Pure ne' primi giorni, la novità di tutto quello che la circondava, le cure divise con le compagne per mettere in ordine la nuova casa, e assettare ogni cosa nella piccola stanza che ciascuna d'esse aveva scelto per sè, fu una sollecitudine, un pensiero. Ma poi, quel trovarsi chiusa sempre tra le pareti d'una sala, quantunque tappezzata da lucenti arazzi e sfavillante d'oro e di cristalline lumiere, quel correre alle finestre, e non veder che tetti e case, a traverso l'aria greve e fosca, e cercare invano con l'occhio la linea serpeggiante delle montagne, e i noti paesetti su l'opposta riva, e l'incerta lontananza dell'acqua: tutto ciò la faceva ben sovente muta, incresciosa a sè stessa, e le aveva rapito quell'aria di freschezza e di sorriso, ond'era prima così bella e serena.