—Sì, per dinci! Tutti i giorni ne succede una!….
S'intese un romore nella stanza attigua, come d'una seggiola rovesciata sul pavimento, e d'alcuni passi che s'avvicinavano.
Il signor Omobono balzò di subito in piedi; al Rosso morì in gola il discorso, e tutti e due volsero il capo a quella parte, onde lo strepito s'era udito. Don Aquilino, che nulla intese, ma vide l'improvviso sgomento de' due compagni, non sapendo più che pensare, tanto aveva la mente intronata e confusa, crede quasi d'esser caduto in un agguato, imaginò che la minaccia di cui parlavan coloro fosse già per compirsi. Non osava neppure girar gli occhi verso la porta, e si teneva aggrappato al desco, come il naufrago all'ultima tavola della nave.
—Eh via! che c'è? disse il signor Omobono, con un'alzata di spalle; ma egli pure, mutato in ciera, non avrebbe potuto rimettersi cheto a sedere, e teneva gli occhi inchiodati all'uscio.—Quel ladro dell'oste, continuò a voce più sommessa, m'aveva dato parola di lasciarci in santa libertà…. Andate a vedere, Rosso, ma pian pianino, per il buco della chiave, se mai ci fosse qualcuno di là.
—Cosa serve? disse colui.
—Andate là, fatemi questo piacere: so cosa dico.
—Sì, sì! per amor del cielo, che nessuno mi trovi qui…. barbugliò don Aquilino, perdendo quasi il fiato.
Il Rosso andò alla porta, sbirciò nell'altra stanza; tornando subito indietro, si rimise al suo posto, e cominciò a ridere sgangheratamente; poi, annaffiato il gorgozzule con un'altra sorsata, si volse al signor Omobono:
—Non c'è nessuno, ve lo dico io…. Vorrei vedere che a qualche bell'umore venisse in capo di fiutare i fatti nostri.
—Ma ho sentito io una pedata poco fa; e giurerei che han toccato la porta….