Quel quadro figurava una bella e giovine donna dall'alta fronte, dal nero sopracciglio, dagli occhi di fuoco, vestita d'un sottil busto di raso cilestrino, scollato in guisa che l'occhio discopriva il ben tornito collo, e i molli ignudi avorii, come forse un dì aveva cantato alla bella dama qualche cicisbeo frugoniano. Sulla bionda parrucca, architettata a molteplici ricci, posava a sghembo un leggier cappellino di velluto nero ornato di una ghirlanda di rose e d'un bel mazzo di pioventi nastri d'ogni colore; le braccia, nude anch'esse fino al gomito, spiccavano fra un'onda di trine; e l'uno s'appoggiava vezzosamente al fianco, ripiegato l'altro sul seno reggeva colla piccola mano un prezioso ventaglio, dietro al quale non sapevi dir se volesse nascondere o svelare la sua bellezza.
Era questo il ritratto della contessa Cunegonda, quando non contava che ventidue primavere. Fissandovi gli occhi in quella mattina, essa dimenticò per un momento quasi cinquant'anni. E tornò a pensare alla sua gloria d'una volta, alle fiamme accese un dì per lei, agli omaggi del fior della nobiltà di quel tempo; pensò a qualche famoso duello di cui fu bella cagione, a que' buoni cavalieri serventi che le facevan codazzo, che aspettavano, spasimando per lunghi mesi, il permesso di baciar la sua mano, il saluto del ventaglio, un'occhiata, un sorriso.
Ma quella memoria, que' pensieri fuggivano; e chinati gli occhi, gettava quasi involontariamente un rapido sguardo nello specchio:—Non è più quel tempo!… diceva tra sè: Eppure, io sono ancor quella: amore è il sogno d'una primavera; ma l'opinione governa il mondo.—Così diceva, senza spiegar bene a sè stessa ciò che dentro sentiva in quel punto: intendeva forse che, se un giorno tenne la chiave de' cuori, or teneva quella de' cervelli degli uomini. E in vero, nella sua umiltà, essa non aveva creduto mai d'esser tanto necessaria nel mondo, come in quel giorno.
S'udì il romore d'una carrozza nel cortile; indi a poco si spalancarono le porte dell'appartamento; un cameriere annunziò ad alta voce:—La signora contessa Cleofe. La vecchia dama fece tre passi incontro all'amica; la quale, da questa inusata dimostrazione di premura, comprese che ci dovevano esser in aria delle importanti novità. Si baciarono sulle due gote, con quella problematica tenerezza che usan sovente fra loro le dame; e poi che furono sedute, la contessa Cleofe cominciò:—Mia buona amica, sa ella qualche cosa del grande affare che ci tiene sospese nell'aspettativa da tanto tempo…?
—L'ha proprio indovinata, contessa mia; la cosa è finalmente decisa: e nel dir questo divenne radiante e solenne.
—Dice da vero? dunque….
—La vittoria è nostra. Ho ricevuto stamane il decreto formale, che ne annunzia il pieno riconoscimento tanto desiderato da noi. Le dirò di più, che anche le lettere di Lione, di Modena e di Roma recano le nuove più certe, le più consolanti; di qui innanzi vedremo i nostri poveri sforzi coronati di migliore riuscita. Io ho già scritto questa mane al consigliere Alberico, al reverendo Padre, e a qualcun altro de' zelanti nostri promotori. Quanto al Padre, non so capir veramente come in questi ultimi mesi siasi mostrato, se m'è permessa l'espressione, un tantino accidioso; partire per le provincie, senza lasciar ricapito alcuno, e frattanto metter sulle nostre braccia tutta la matassa, che non è facile a strigarsi!
—In tutto ciò che posso, le offro, buona amica, la debole opera mia. Solo voglio dirle che bisogna adesso più che mai usare con somma prudenza, e non cantare tant'alto i recenti trionfi; perchè non poco giova alla nostra causa che la si creda perseguitata e oppressa. I nemici son molti, e l'erbe maligne pur troppo soffocano ancora i germogli del buon grano.
—Sì, contessa, ha ragione da un lato: disse, con tuono magnifico, la contessa Cunegonda: ma dall'altro, bisogna pure combattere all'aperto, a visiera alzata, come dicevasi al tempo de' Paladini; noi possiamo operare, possiam farci temere; e quando si tratta de' nostri principii assoluti, inconcussi, inespugnabili…. noi, noi dobbiamo, mi lasci continuar nella comparazione, gettare il guanto al secolo.
—E crede ella?…