Andò a sedere a una tavola di legno nero sottilmente intarsiata d'avorio, ov'ella soleva occuparsi della sua epistolare corrispondenza. E di fatto, su quella tavola vedevansi alcune cartelle di marocchino scuro, diverse lettere messe a fascio e annodate da fettuccie di seta, e parecchi libriccini divoti che soleva tener sempre alla mano, come piccioli doni alle pie persone che venissero per raccomandarsi a lei.

Pigliata allora la penna, con molta attenzione scrisse, l'una dopo l'altra, tre lettere: e bisogna supporre che trattassero di segreti alti e stringenti, comechè si fosse degnata di scriverle e suggellarle di sua propria mano. Que' tre fogli le stavano là sott'occhio, quand'ella trasse fuori dalla sopracoperta improntata d'un ampio stemma una lettera più grande, in forma tutta diplomatica, e la rilesse cogli occhi pieni di gioja e col superbo sorriso del generale che ha in pugno la vittoria.

Alla vecchia orgogliosa dama quella commozione pareva cancellar le grinze di almen dieci anni; un leggier vermiglio erale salito alle guancie avvizzite, si teneva alta e diritta sul busto, e coll'indice appuntato al foglio seguiva, parola per parola, tutto quel che v'era scritto.

—Sì, non c'è più dubbio: disse poi tra sè: abbiamo vinto anche questa volta! Le cose, si può dirlo, cominciano a camminar bene. Orsù, corran pure le mie lettere al loro destino.—E suonò un campanello che teneva sullo scrittojo. Poi, senza volgersi indietro:—Siete il Venanzio?… domandò al servo ch'entrava.

—Eccellenza sì.

—Portate subito queste lettere alle persone a cui sono indirizzate. Ma badate di non pigliar l'una per l'altra; andateci voi stesso, nè datevi il comodo di qualch'altra volta, quando, a fuggir la fatica, vi siete fatto servire da un altro servitore.

—Non dubiti, Eccellenza; farò il mio dovere.

—Sì, e aspetterete le risposte, se ve ne sono; andate lesto, e sopratutto non ciarlate, come so che vi piace di fare, e non fermatevi per via a…. capite cosa intendo dire?…

Il servo si mise una mano al petto, e con una profonda riverenza indietreggiando fino alla porta della sala, s'affrettò di compiere il cenno della contessa sua padrona.

La quale, rimasta sola, chinò il capo in atto di meditare; e sulla sua fronte una patetica serietà prese il luogo di quel baleno di gioja che avevale sgomberato poco innanzi da ogni nebbia il viso. Non potè più star cheta a sedere; e levatasi dallo scrittojo, cominciò a passeggiare per la sala, con principesco incesso; poi, fattasi vicino a uno dei balconi, gittò un'occhiata distratta nella via, sulla gente che passava; tornò indietro verso l'ampia specchiera del cammino, e fermandosi a guardare un quadro che, nella ricca cornice indorata tutta a fogliami e cartocci, sormontava la specchiera, incrocicchiò le braccia, e disse:—Ho regnato, e regno ancora!