Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera, l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in viso un:—Infame!

Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua volta.

Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera, sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:—Segretario: disse l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le schiene dalla curva presa.

—Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa; ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io, quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?… Risponderete poi alla lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e pio… notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso. Avete dunque capito, segretario?

—Illustrissimo, è come fosse fatto.—E s'incurvò di nuovo, fino a toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.

—Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:—A voi, maggiordomo.

—Ma… ma… se vossignoria permette, arrischiò il segretario, coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe… mi pare… il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale il reverendo subeconomo…. mi pare…. ebbe a farle parola.

—Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?….

—Non io… non io…. ma la bontà, il cuore di vossignoria che, trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora….

—Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?