Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa, l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva, fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una parola all'orecchio; ed egli rispose con un Viva rimbombante, che passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi, scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.

In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi: rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano, volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!

La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie, sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto: s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a' discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta, un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose: ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa, bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.

Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale, agli amici, a sè stesso.

Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a brontolare all'orecchio:—E voi, caro giovinotto, non ballate? non mangiate?

—No, rispose Damiano.

—Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato…

Damiano tacque.

—Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella…. cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano… Mi sembrate un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose….

—Ma, signore…. cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a una, in tuono d'affettata compassione.