—Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.

—Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava; il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.

Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava, vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i compagni:—A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene, rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando con gioja, fino a casa sua.

Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore, cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado, alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato, aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente, quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore inspirazione.

Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte, l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito. Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere. Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto, l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto a poco a poco il mistero dell'arte.

Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una voce che diceva:—Anche tu puoi essere artista!—Ma questo misterioso ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia. Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.

Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice, sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il dolore che inspira e crea.

—O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di me questa voce che mi grida sempre:—Povero pazzo, che ti credi qualche cosa e sei nulla!

E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma; poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più aspra e severa:—Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!

Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva a sè medesimo:—Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana? Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai fatto nulla, nulla per noi?… No! no! io vedo, che sebben m'abbia a costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni. Che importa?… se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso, scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli. Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra. L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?… Se fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire! nessuno piangerebbe. Ma così… oh no no! almeno un po' d'amore, alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene dalla soffitta alla bottega…. Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon fratello!…