Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo; pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa; coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che, vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa abitata in pace…. Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e vedeva ch'era pur forza vivere il domani.
—È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!
E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione contro l'amore.
Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave assopimento.
Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si coricasse almeno per brev'ora.
Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza. Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo, la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì della povera stanzetta.
Capitolo Undecimo
Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e' fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al delitto.
Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera stessa del festino.
Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.