Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo, l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita. Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto; e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi bigi sopraccigli.

Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo, risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.

Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina, rileggeva per la ventesima volta la Storia di Carlo XII, lasciando scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita, un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar via l'onesta vicina.

Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra famiglia e per lui una gran consolazione.

E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva, non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto anche con la vedova del suo amico.

Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que' giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco infinita di ohi! di ahi! di Signor'Iddio! alla litania di guai che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza. Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una illustre damina.

La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto, girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate creature.

Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a' ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore, quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per quell'uomo.

Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de' galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.

Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già incontrato al festino del mercoledì grasso.