Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.
In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati; tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella adoperava sopra di lui.
Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro, aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso pensare a trovar fuori un compratore.
La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari, soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure ardì confidarlo al fratello.
Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto, piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano il signor Omobono e l'Illustrissimo.
Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella carrozza.
Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna, nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa, per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca; quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:—Povero me; povero matto ch'io sono!
Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano, aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza, e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più piccolo romore.
—Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio signore all'altro che lo precedeva.
—Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.