Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza. Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua sentiva già tutta la verità.
Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era attaccata la corona d'alloro!… E quel quadro non era il suo!
Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere, sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:—Mi saprebbe dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?…
Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile, fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati al concorso, era il più bello.
Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa, di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là, senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle mani; e volle, ma non potè piangere.
Capitolo Ventesimoprimo
Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere, un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza, speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse del tutto.
Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano, in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e metterlo, come diceva, alla ragione.
La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que' novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano l'esenzione dalla legge militare.
Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere. Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.