—Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi sono amico.

Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua, dicendogli:—No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente; non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso…. Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!

A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro. Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti, degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte, quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.

—Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello, o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio costa dolore.

—Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro: rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che oggi ho udito dalla sua bocca…. Io non dimenticherò mai, che ho potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico….

Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio d'accostarglisi di nuovo, dicendo:—Questo giorno sarà uno de' più belli di tutta la mia vita!

Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:—Egli è il vero artista, egli è grande e buono!

Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male, pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia, il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo. Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva tutto ciò ch'era successo nella loro casa.

I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero, per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel conforto che viene dalla sperienza della virtù.

Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito, non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.