I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte all’aria: comunissimo vi è il licheno geografico del Linneo, e vi si trova pure quello che gl’Inglesi usano invece di cocciniglia per fare il loro bel rosso. Quest’ultimo è abbondantissimo su tutte le coste della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità.

Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi.

Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie bivalve, e frantumi d’altri crostacei stretti talmente insieme per opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico. Innumerabili poi sono le ghiande di mare (lepades balani), le quali si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli, e alle navi; ma di una specie particolarmente ve n’ha, che sì forte si attaccano alle balene, ch’esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora nelle nostre corse su questi lidi l’echinus esculentus, il buccinum glaciale, il dimidiatum, il pecten, qualche specie della venus meretrix, l’helix crepidularossa, ed altre, che il mare avea spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi.

Le spugne anch’esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva dalla forza de’ flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di somma bellezza, formanti ramificazioni dell’altezza di un metro e più; e ve n’ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci, e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso.

Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure abbondano: ma non vi si trovano coralli.

Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr’attenzione, e la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di terra. Le alche fra gli altri, in que’ luoghi comunissime, e tra queste quella che si distingue col nome di artica, veniva di tempo in tempo presso il nostro battello più dell’alca, e della pica; e pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo. Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch’egli è obbligato a fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l’alca artica in aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente.

Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine. Codesta specie è indigena de’ paesi settentrionali; e il Linneo l’ha chiamata anitra iemale.

Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, e di braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la superficie del mare, che rende l’aria sì grave, e soffocante, da non poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda, o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la bocca aperta aspiravamo quel poco d’aria esteriore, che n’era presso. Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia disossigenata, che dal calore.

Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel punto, in cui più si avvicina all’orizzonte, in luogo del venticello rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare. Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solo colimbo artico, co’ suoi gridi lugubri, e di mal’augurio, empiva quelle acque solitarie de’ suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja.

CAPO XIX.