Continuando il nostro viaggio lasciammo alla sinistra lo stretto formato dall’isola deserta detta Mageron, e dal continente. Alla nostra destra aprivasi la vasta estensione dell’Oceano-glaciale; ed a mezza notte precisa arrivammo finalmente all’ultimo punto dell’Europa, cognito sotto il nome di Nord-Cap, o Capo-Nord.
Questo Capo-Nord, oggetto formidabile di una temerità vittoriosa di tanti ostacoli, di tanti pericoli, e di tante fatiche; scopo veramente colossale di un viaggio tanto lungo, intrapreso pel solo piacere di toccarlo, e perchè fosse detto una volta senza impostura che gli uomini non si erano arrestati se non dove era loro mancata la terra; il Capo-Nord presentandosi a’ nostri sguardi s’impadronì di tutte le nostre facoltà. Al suo aspetto la nostra immaginazione si separò da tutto quello che la nostra vita si lasciava alle spalle; e il mondo non fu più per noi che in questo confine della terra. Il nostro orgoglio si fece grande per la riuscita avuta; ci trovammo spettatori della nostra propria audacia; e calpestando codesto suolo, che nissuno prima di noi avea calpestato, pareaci di camminarvi sopra, non da uomini, ma da creatori. — Ah! questo delirio ben presto svanì. La malinconia, la tristezza cupa e profonda succedettero al nobile entusiasmo del nostro trionfo. Le rupi senza ornamento, il terreno senza vegetazione, l’aria senz’abitanti ci dissero ben chiaramente che tanta costanza, tanti sudori, tante cure ed ansietà non aveano servito che a condurci ov’è la tomba della Natura.
Il Capo-Nord è una roccia, la cui fronte, ed i cui enormi fianchi spingonsi assai lungi nel mare. Gigantesco avversario de’ flutti e degli uragani sembra sulla sua profonda base sicuro di comandare alla loro agitazione; ma assalitori instancabili que’ flutti contro di esso sollevati, non gli lasciano altra tregua che quella, la quale di tratto in tratto la calma del cielo impone a’ loro proprii furori; e terribili tosto che rimangano scatenati, tornano ad assalirlo, a batterlo, a minarlo. Ogni anno l’antica sua caducità si va vieppiù manifestando: i progressi di questa loro vittoria sono evidentissimi; e questo grande sostegno del globo si va distruggendo senza alcun testimonio della sua lunga e continua decadenza. Là tutto è solitario, tutto lugubre, tutto sterile: niuna foresta sulla cima di que’ monti, niuna verzura sulle grigie asperità di quegli scogli: non un uccello terrestre rompe col suo volo la pacatezza dell’aria: niuna voce vi si ode fuori del muggito dell’onde marine, e del fischio delle tempeste. Un Oceano immensurabile, un cielo senza orizzonte, un sole senza riposo, notti senza risvegliamento: la infecondità, il silenzio, la desolazione, ecco i tratti di questo quadro sublime e tremendo: ecco il Capo-Nord. Qui le occupazioni, l’industria, e le inquietudini degli uomini non si presentano alla memoria che come un sogno: l’energia della natura animata, le sue forme diverse, le innumerabili sue modificazioni cancellansi dalla ricordanza. Non si vede più il globo che ne’ suoi nudi elementi. Non è più il soggiorno della vita; è un punto del sistema dell’universo.
CAPO XVIII.
Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro dal Capo-Nord.
La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il vivo piacere d’essere giunti al termine de’ nostri desiderii, e quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini, finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza, che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell’immenso paese, che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell’altro che dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie. Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stesse cataratte, le quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento. E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d’imprudenza, di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato, di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla matita per disegnare que’ massi enormi che sono altrettante pagine formidabili degli annali de’ secoli; ed allora tutti intenti all’opera gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato, visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo, dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell’anno diviso in un solo giorno, ed una notte sola, e quello non meno meraviglioso del giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà dell’universo.
Ma finalmente era d’uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii. Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la nostr’agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell’aria aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più di un brindisi da que’ confini ultimi della terra ai nostri amici de’ paesi meridionali.
Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie liscie e lucenti dimostravano com’erano state battute dai flutti. Nel mezzo d’essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un sottil filo d’acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica. Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una contrada sì estranea ad ogni specie di vegetazione, e dove per certo noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell’arte, anzichè della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci per empiere i nostri bicchieri di un’acqua eccellentemente fresca, e dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall’Oceano.
Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe, secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare. Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti, i quali hanno stabilito il sistema della regione della neve perpetua ad una cert’altura dell’atmosfera.
Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco tempo, che potemmo dare alla visita de’ contorni. Le pietre più conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a tramontana anch’esso.