Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne copre una, dall’accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia, e più grosso della domestica.

Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che delle robe. Usano a quest’uopo de’ maschi castrati. Ma l’assuefarle al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n’ha di quelle, che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per portare una persona, tutt’aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno de’ lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga, più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta che s’alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando ne cada. La quarta, anch’essa incatramata di fuori, serve parimente al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza; ed ha un ponte che va da una estremità all’altra, ed alcuni ingegni ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è attaccata alla testa della renna, e ch’egli tiene raccomandata al suo pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima: quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da un canto all’altro la briglia; e l’animale s’avvia colla maggiore velocità. S’egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce sull’istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone viaggia in compagnia d’altri, dà la sua briglia al conduttore della slitta che lo precede, il quale l’attacca alla slitta sua; e la renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente è l’industria de’ Laponi in dirigere le renne nella discesa de’ più scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna: per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell’animale, che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel proprio peso. Ingegni simili, variati, all’uopo usano i Laponi nel dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima, o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta, e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi sopra, la renna fa cinque a sei leghe all’ora. Ma ciò basti.

CAPO XVII.

Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale. Golfo delle Balene. Isola della Have-Sund, il più orribil sito, che possa vedersi. Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione di questo promontorio.

Entrati adunque nel nostro battello noi passammo il Whaal-Sund, ossia il golfo delle Balene. Esso era agitato da una violentissima correntia, e dal venticello gagliardo che soffiava in una direzione contraria alla nostra gita.

Le balene recansi in gran numero in quel golfo; e in que’ mari, per quanto ci si disse, sono comunissime. Ma quantunque le nostre genti ci assicurassero che non aveano mai passato quello stretto senza averne vedute otto o dieci, noi non ne incontrammo nessuna. Smontammo abbordando alla casa di un mercante posta in un’isola presso l’Have-Sund. Ardisco dire che quella era la più orrida abitazione di tutta quanta la contrada. Il terreno del contorno non avea un solo albero, nè un solo cespuglio, nè un filo d’erba: nè vi si vedeva che nude rupi. L’abitatore di quel luogo non avea nulla, se non ne andava a cercare ben lungi; e così era persino della legna da scaldarsi. In quel luogo il sole stava assente dall’orizzonte per quasi tre mesi, di modo che senza le aurore boreali, che spargono una luce utilissima agl’indigeni, que’ miserabili rimarrebbonsi sepolti nelle tenebre più profonde. Che soggiorno d’orrore per un abitante della zona temperata, se fosse condannato a passarvi la vita! L’amor del guadagno, e quello della pescagione, vi fissano nondimeno alcuni individui.

Tav. III. — VEDUTA DEL CAPO NORD

Del rimanente più che si accosta al Capo-Nord, più la Natura sembra infoscarsi; la vegetazione debolissima, che fa ogni suo sforzo sulla superficie della terra, immantinente perisce, e non lascia presso di sè che rupi scarnate.