Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro, che i botanici chiamano licheno rangiferino: esse però se lo debbono guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve. Guai, se la neve gelata l’indurasse tanto, che la renna non potesse giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe.
Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de’ Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba facilmente.
In alcuni luoghi della Norvegia s’impiegano le renne agli usi stessi, a cui s’impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle.
La renna ama appassionatamente l’orina dell’uomo; e fa meraviglia il vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi è attratta pe’ sali, che l’orina contiene. Dicesi pure che faccia la caccia a que’ sorci chiamati lemmi, de’ quali però sembra non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch’esse vanno prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle slitte.
I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage, che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di rifugiarsi alle tende de’ pastori, ove sono chiamate, colte da terrore alla vista, od agli urli de’ lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano. Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le divora. È notabile un’altra particolarità in proposito; ed è questa, che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento serve di avviso al pastore lapone che l’inimico si approssima; e a quel segnale si mette in guardia. Un’altra particolarità si è, che le renne, le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere, soccombono.
I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri, non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un loro particolar segno all’orecchio mediante una incisione. Perchè poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due volte le chiamano alle tende; e quest’uso sieguono anche nel cuor dell’inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti climi rimanga per sette settimane sotto l’orizzonte; e perduto nella più bassa parte dell’emisfero non lascia che un debil luciore di alcune ore. Però per quanto rimanga allora l’atmosfera ottenebrata, non è mai nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia tutto coperto di nubi: il che s’intende dalle dieci ore della mattina sino all’un’ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d’inverno. Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile, tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della notte generale principiano a sparire; e come nell’inverno il sole avea cessato d’illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo ritorna a rallegrare l’abitante comparendo sull’orizzonte, e brillando notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del giorno. Ma ritorniamo alle renne.
Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato, debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un’ora regolare. Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve, e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de’ quali i Laponi mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le renne, secondo l’occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia. Quando nell’inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne manchi alcuna, rimasta preda de’ lupi; ed è raro il caso, che il Lapone a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n’è, anche nel caso che la greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste.
Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto, due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati e le femmine sovente si abbandonano ne’ boschi a loro talento senza alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d’alberi: parco che si costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra: contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte, nè di burro, nè di formaggio.
Per la castratura de’ maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo. Non ricorrono al coltello, nè fanno l’incisione preliminare; ma ammaccano co’ denti le parti che altrove si tagliano. L’animale, che ha subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte de’ lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n’è il padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre si paragona alla renna castrata.
Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche persona che voglia incaricarsene.