In una delle famiglie visitate da noi fummo testimonii di una scena veramente toccante; e servì a convincerci che la sincera e viva cordialità non è estranea a queste latitudini gelate. Noi entrammo a tre ore dopo mezza notte in una casupola, ov’erano il marito, sua madre, una moglie giovine, e due piccoli ragazzi. Dormivano tutti, e noi aspettammo qualche tempo, onde potessero agiatamente svegliarsi. Aveano tutti il medesimo letto, cioè a dire il suolo coperto di frasche e foglie della odorosa betulla: le loro coperte erano pelli di renne. Dormivano alla maniera de’ Laponi vicini al mare: intendo dire vestiti de’ loro abiti, che erano larghissimi da ogni parte, e non nocivi per alcun modo alla circolazione del sangue. La giovine donna fu la prima a svegliarsi; e gettando gli occhi sopra uno de’ nostri battellanti, che riconobbe, gli testificò il suo piacer di rivederlo, ed entrò in discorso con esso lui nella lingua lapona. Poco dopo svegliaronsi e il marito di essa, e la suocera; ma i ragazzi continuarono a dormire profondamente. La vecchia vedendo il Lapone diede tosto in un pianto dirotto; la nuora ne seguì l’esempio; e così fece il nostro battellante: poco stemmo a piangere anche noi, ma per una di quelle simpatie, che hanno per interprete il cuore, e non le labbra; quando entrato in casa il nostro interprete, e trovandoci piagnenti, ci domandò in finlandese la cagione della nostr’afflizione. Noi non potevamo dargliene alcuna; ma non così era della vecchia. Essa avea veduto quel battellante l’anno precedente; e allora essa godeva buona salute; ma da quel tempo in poi era stata colpita da apoplesia, che le avea tolto l’uso della favella. Dopo alcuni momenti dati a questa generale commozione, e quando ciascuno fu rimesso in calma, noi domandammo un po’ di latte, e di formaggio di renna: immantinente la reggitrice della casa uscì, e ci condusse alla dispensa, la quale era un piccol casotto di legno, piantato sopra alcuni piuoli ad una certa distanza da terra, perchè le provvisioni ivi tenute non rimanessero alterate dalla umidità della neve in inverno; e fummo sbalorditi veggendo la quantità delle cose, che quella brava reggitrice teneva nella piccola dispensa. Ivi era molto pesce secco, e carne di renna secca anch’essa; e formaggio, e lingue di renne, e farina di avena; poi pelli di renne, pelliccie, ed abiti di lana, ed altre cose. Tutto annunciava uno stato agiato, ed anche ricchezza; e ciò che merita d’essere particolarmente osservato si è, che quella buona donna ci offrì tutto quello, di che avessimo bisogno nella più pulita e cordiale maniera, e senza mostrare che neppure per ombra pensasse a quanto potessimo noi darle in ricambio. Ben lontana da questo essa persistette a ricusare il denaro che le offrimmo per le cose da noi accettate. Io ho veduto pochi paesi, in cui gli uomini vivano in sì grande agiatezza, e in tanta beata semplicità, come sulle coste marittime della Laponia. Le loro casupole sono scure ed anguste: non hanno lettiere, non sedie, non tavola: assidonsi per terra; e in terra dormono sopra foglie di betulla. Ma che serve? essi in casa non mancano di alcuna cosa, che sia loro necessaria; e ciò loro basta. Quanto alla situazione, le loro case godono di un aspetto ridente, essendo per la più parte poste sulla riva del mare, fabbricate ora a’ piedi, ed ora a’ fianchi delle montagne, e sempre presso a luoghi, in cui la mano benefica della natura ha posto grassi pascoli, e fecondissimi, senza bisogno che alcuno li coltivi; ed è per certo sopra ogni cosa avventurosissima sorte, che possano dire qualmente il suolo che calcano co’ piedi, e la terra che provvede ai loro bisogni, sono veramente roba loro, senza temere che un despota venga a turbarli nel loro possesso. I soli nemici che abbiano da temere sono alcuni mercanti, i quali vengono a stabilirsi sulle loro coste, e la cui avarizia e cupidità abusano di loro innocenza, e della loro inclinazione, per vender loro ad un prezzo eccessivo i liquori forti, ed altre cose, delle quali abbisognino.
Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza per fare una corsa nell’interno del paese, e cercare qualche oggetto capace di fissare la nostr’attenzione, come sarebbe stato l’incontro di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e d’altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di riposarci all’ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d’albero tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a terra, e a que’ pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale in maniera che s’incontrano insieme nella loro estremità superiore. Foderano poi l’ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo, avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio, ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in modo che s’incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti, e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa catapecchia que’ Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle ch’erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle. Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e stavano pascolando alla montagna, d’onde non doveano ritornare che alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare a trovarle con pericolo di perderci per le strette de’ monti, giacchè la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo a que’ Laponi un poco d’acquavite perchè coi loro cani andassero a trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo che riuscisse a noi vicino. Appena que’ Laponi ebbero assaggiata l’acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa, sentimmo l’abbajare de’ cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci dissero quello essere il segnale dell’arrivo delle renne. Infatti un istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini, e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l’agio, posciachè le renne furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que’ poveri animali erano magri magri: aveano un’aria di tristezza e di patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda gl’incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì pel rodimento che vi cagionano gl’insetti a mano a mano che in figura di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti, e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume e di forte, che si avvicina al rancido.
Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello, e di approfittare di un venticello fresco, che s’era alzato, e ch’era propizio alla nostr’andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di acquavite che ci accompagnava.
CAPO XVI.
Delle renne: dell’indole di questi animali: del governo che i Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc.
Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de’ Laponi, è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di più particolare.
I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono col nome di rangiferi. Il Linneo chiama la renna cervo dalle corna ramose, rotonde, colle sommità palmate; e i caratteri che danno alla renna un’aria di famiglia co’ cervi, sono la mancanza de’ primi denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno larghe e meno grandi, che quelle del maschio.
L’autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s’incontra che desiderino la stessa femmina; ma il più attempato de’ maschi, che è anche il più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n’ha anche delle sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l’autunno il pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea questo colore.
Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de’ maschi. Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura di due piccoli tumori neri, che s’alzano sulla fronte. Quando le corna stanno per cadere, l’animale si mostra tristo; in questa circostanza le renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que’ pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali combattono insieme, si attaccano, e s’imbarazzano tanto, che bisogna che l’uomo accorra a liberarneli.
Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s’introduce pel naso, e penetra ne’ seni frontali; e non se ne liberano che per mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di cui parlo, consiste in un’affezione di milza. Si è altrove parlato del male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne soffrono, è un panereccio, che loro viene all’unghia, e che il Linneo crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici anni: termine di sua longevità.