Il battello di quel Lapone ci fu di grande utilità per discendere pel fiume, la cui corrente ci portò prestissimamente ad Alten, dopo tanta fatica fatta per quaranta miglia di sì aspra montagna. Ma altra giunta di fatica ci aspettava pur anco. Smontati del battello per entrare in un bosco, ove i sentieri che vedevamo, indicavano abbastanza che finalmente eravamo giunti in paese d’uomini, andavamo domandando alle nostre guide ad ogn’istante che andavamo innanzi, ove fosse Alten-Gaard; quante miglia avessimo fatte, e quante ci rimanessero da fare. Costoro non ne sapevano più di noi; e finimmo col riconoscere che ci eravamo intricati in un laberinto, sicchè dopo aver camminato un’ora e più ci trovammo precisamente sul luogo, in cui avevamo posto i piedi uscendo del battello. Ad onta però della fatica fatta, e di quella che dovevamo fare ancora, non potemmo trattenerci dal ridere, prendendo la cosa con filosofica disinvoltura; ma per non cadere di nuovo in errore, ricorremmo al nostro compasso, indicando alle guide il punto, a cui meglio doveano dirigersi. Ciò produsse buon effetto; ma ci rimanevano otto miglia di strada; ed eravamo tutti non mediocremente stanchi. Ci rifuggimmo in una casa, che per gran ventura trovammo; ed ivi prendemmo riposo. All’indomani arrivammo alla abitazione di un mercante norvegio, il quale è il solo, che con alcuni suoi uomini costituisca il popolo di Alten-Gaard, tanto da noi desiderato.
CAPO XV.
Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale. Abitanti di Alten, ed ospitalità avutane. Navigazione per l’Oceano-glaciale, e visita della costa. Monte Himelkar, e cascata che ne discende. Visita ad alcune abitazioni di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti sulla costa. Laponi erranti: loro tende, loro beni, e loro renne.
Andando all’abitazione del mercante norvegio osservammo in un vicino pascolo due o tre cavalli. Da 500 miglia in poi questa specie di animali era sparita dagli occhi nostri; e il vederne allora ci denotava qualmente eravamo giunti all’abitazione di una persona educata in un paese incivilito, e per conseguenza estranea a questa contrada. La casa era situata sopra una eminenza, e guardava da un canto montagne che vi eran di contro, e masse di neve, delle quali esse sono perpetuamente ricoperte: dall’altro canto essa avea la vista dell’Oceano-glaciale, che da questa parte s’avanzava verso la terra, e formava una specie di golfo, vicino al quale essa casa era fabbricata. Quale fu mai la contentezza nostra trovandoci finalmente a sì poca distanza dall’oggetto che ci avea fatto risolvere ad intraprendere il nostro viaggio, e che metteva fine a tanti stenti! Il bel colore del mare, paragonato colla nudità delle masse che si vedevano da lontano; la brillante trasparenza delle azzurre sue acque, presentavano il più ridente spettacolo. Ma nulla più commoveaci, e ci dilettava, che la idea di essere ben riusciti nella sì pericolosa nostra intrapresa. La vista di quelle montagne coperte di neve, e il nome di Oceano-glaciale, o di Mar-gelato, in mezzo ad un calore grande come il maggiore che si senta in Italia, accrescevano il contrasto tra i due estremi, e distinguevano alla nostra immaginazione questo luogo come un fenomeno, che non può incontrarsi in nissun altro paese.
Per meglio approfittare de’ godimenti, che allora provavamo, ci risolvemmo a tuffarci nelle onde di questo mare, in questa regione sì ospitale, e rifocillare le nostre membra defatigate con un sì grato bagno. Ma il Mercante, con cui avevamo già legata conoscenza, ci consigliò a non farlo, poichè nissuno il faceva per la quantità de’ pesci cani, che frequentano in quella stagione le rive. Questa considerazione però, comunque di peso, nulla valse sulla nostra vanità, preferendo a tutto il piacere di poter dire: mi sono bagnato nell’Oceano-glaciale. Ma entrati in quelle acque non istemmo guari ad uscirne per la singolare freddezza delle medesime, così che ci si erano di tal maniera intirizzite le gambe, che stentammo assai assai a recarci sul lido.
Di ritorno all’abitazione ci eravamo un po’ forbiti, e conciati, essendo sei giorni che non ci avevamo fatta la barba, quando ci si venne a dire, che la tavola era pronta. Fu per noi gratissima sorpresa il trovare ivi un lusso di apparecchio e di vivande, che non ci avevamo mai figurato in tali luoghi. Il piacere di essere giunti al Mar-gelato, che pur era grande, cedette a quello di vederci innanzi le tante buone e salubri cose, che per sì lungo tempo avevamo dovuto dimenticare, obbligati a contentarci di alimenti grossolani, mal condizionati, mal sani forse, e il più delle volte anche minori del bisogno. Ci parve d’essere stati trasferiti nel palazzo di una Fata. Aggiungevasi poi l’amenità della conversazione. La moglie del Mercante era una eccellente reggitrice di casa, e sapeva cucinar bene: un domestico assai intelligente serviva a tavola: tra’ convitati v’era il balì di quella parte di Laponia, il quale rimasto vedovo era venuto a convivere con questa famiglia; codesto balì era una degna persona, generalmente stimato in tutto il cantone. Noi ci trovavamo qui tanto bene, che con vero rincrescimento incominciammo a parlare di continuare il nostro viaggio verso il Nord. Il tempo, e la stagione non permettevano che ritardassimo la gita. Secondo le informazioni prese, da Alten al Capo-Nord correvano circa 240 miglia, le quali era impossibile attraversare per la via di terra: bisognava dunque pigliare quella dell’Oceano. Ci si disse che tutta quella penisola era una catena di montagne rotte da laghi, che ci avrebbero interrotto ad ogni passo l’andar oltre; e ci si aggiunse, che quando pure fosse stato possibile per quella via il cammino vincendo ogni ostacolo, verisimilmente non potremmo arrivare al Capo-Nord in meno di 15 giorni. Ci si faceva in oltre osservare che un tal viaggio non era mai stato intrapreso da veruno in estate a cagione della sua lunghezza, e delle insormontabili difficoltà che presenta; e siccome il nostro tempo era limitato, e che avevamo una grande strada da fare per riportarci a Tornea, avremmo potuto perdere il vantaggio della stagione opportuna al ritorno. Che se per caso fossimo colti da qualche cattivo tempo, saremmo stati costretti a differire il ritorno fino a che l’inverno fosse bene inoltrato per poterci servire di slitte. Per tutte queste considerazioni ci risolvemmo a fare il viaggio per acqua, non senza però il pensiero di fare anche qualche escursione per terra quando fossimo alla meta del cammino.
Il terzo giorno adunque, dacchè eravamo giunti ad Alten, il Mercante ci procurò un battello scoperto, con quattro remiganti, uno de’ quali avea già passato il Capo, e sapeva bene la strada: gli altri tre erano buoni marinai, usi a frequentare quel mare a cagione della pesca. Quegli, che faceva le funzioni di piloto, era di Norvegia; i tre altri parlavano la lingua finlandese, e la lapona. Con tutte le precauzioni e le intelligenze prese la nostra gita dovea essere interessante e dilettevole. Eravamo provveduti di cuscini, di materassi, di buoni vestiti, e di buone coperte: eccellente era tutto quello che portavamo con noi in vino bianco, in acquavite, in volatili, in sermoni, in vitello, in presciutto, in caffè, in tè, con tutti gli utensili necessarii per la cucina. Avevamo in somma con noi tutto quello che poteva risarcirci delle privazioni fino allora sofferte; e pareva che ci preparassimo piuttosto ad una partita di piacere, che a terminare un penoso viaggio sull’Oceano-glaciale. Il golfo, in cui incominciammo ad internarci, penetrando in diverse gole delle montagne, presentava dappertutto un aspetto magnifico, e interessante.
Partimmo da Alten il lunedì, 15 luglio, a due ore dopo mezzogiorno, e non arrivammo al Capo se non se la notte del venerdì venendo al sabato. A 3 miglia da Alten passammo su la dritta di una montagna chiamata dai Norvegi Himelkar, che vuol dire Montagna dell’uomo celeste, dalla quale cadono cinque o sei cascate, alte da cinque in seicento piedi. Più lungi ne trovammo un’altra più notabile ancora, e della cui acqua ben bene ci empimmo. Fummo poi curiosi di salire quelle montagne per vedere d’onde questa cataratta prendesse la sua origine; ma quando fummo giunti alla cima, trovammo con nostra sorpresa una prateria magnifica, alla estremità della quale era un’altra cascata proveniente da una montagna più alta. Io credo che tutte queste cascate sieno prodotte dallo scioglimento delle nevi, che vedevamo coprire i monti più lontani, e le cui cime ignude formavano il fondo del quadro. Questa ultima cascata precipitavasi giù di una piccola montagna, ornata su tre de’ suoi fianchi di un bosco di betulle, che sorgeva in anfiteatro, e stando alla sua regolarità sarebbesi detto piantato da mano industriosa. A piccola distanza da questa cascata, la cui presenza animava que’ luoghi, era una casetta di legno coperta di zolle di verdura, ed abitata da una famiglia di Laponi stazionarii. Io desiderava di visitarli; ma una delle nostre guide mi consigliò, nè senza ragione, a non presentarmivi a dirittura da me, e a farmi prima annunciare da qualcheduno, perchè quella famiglia sarebbe forse rimasta spaventata alla vista di un forestiere sì diverso da essi per la statura, e il vestito. Andò dunque egli stesso a quella casa; ma non vi trovò nessuno: la famiglia era ita a qualche spedizione di pesca, o tra le montagne a curare le renne. Gli architetti delle case di codeste coste sembrano stati alla scuola di quello che edificò la chiesa di Massi, quantunque codesti tugurii non possano stare in proporzione rispetto a quella chiesa, che in quanto le case nostre vogliansi mettere in proporzione colle nostre cattedrali: non so dire se ci contenessimo ne’ termini di civile discrezione in quella visita; quello ch’è vero, si è, che non vi fu nè angolo, nè buco, in cui non volessimo mettere il naso, ponendo le mani fino nelle saccoccie di quella gente, giacchè i Laponi sono sì beati, che non hanno bisogno nè di chiavi, nè di serrature. Non vi trovammo alcun oggetto di lusso, se per avventura non fosse tale una scatola di resina, che cola da una specie di un abete proprio di quelle contrade, e che forse più che a senso di piacere essi usano a medicatura di ferite. Ritornammo non senza fatica al nostro battello dando un eterno addio a sì vago e piacente luogo, che non avremmo riveduto più, e che non invidia i luoghi più pittoreschi della Svizzera.
Perfetta calma regnava sul mare, e la violenza del caldo opprimeva tutti i remiganti nostri, che non potevano adoperare i remi senza disfarsi in sudore. Per dar loro un po’ di riposo, e nel tempo stesso soddisfare alla nostra curiosità, andammo a ricercare tutti i Laponi stabiliti sulla costa, e i quali viveano generalmente alla distanza di otto, o dodici miglia l’una famiglia dall’altra. In tutte le loro abitazioni regnava l’abbondanza e la contentezza: ogni Lapone è possidente all’intorno della sua abitazione di un terreno, che ha un circuito di otto miglia: tutti hanno vacche, dalle quali traggono un latte eccellente, ed hanno prati, che loro danno fieno pe’ loro bestiami l’inverno. Ciascuno ha poi provvigione di pesce secco, non solamente per proprio uso, ma ancora per barattarlo in oggetti di lusso, cioè in sale, in farina, in avena, e in qualche panno. Le loro case sono costrutte in forma di tende, ed hanno un’apertura in alto per ricevere la luce, e dar passo nel tempo stesso al fumo. Il fuoco sta nel centro della camera; ed essi vi dormono attorno gli uni presso gli altri. In inverno, oltre il calore del fuoco, godono anche di quello, che loro procurano le loro vacche, colle quali dividono l’abitazione all’uso de’ montanari di Scozia, e degli abitanti delle isole settentrionali. In estate le porte delle loro case stanno sempre aperte; e quantunque in tale stagione non vi sia notte, essi sono accostumati a dormire alla medesima ora che gli altri Europei. Soventi volte siamo entrati ne’ loro abituri a un’ora, o due della mattina, se è permesso così esprimersi, parlando della stagione attuale, e sempre abbiamo trovata la famiglia a letto, e dormiente, senza che la presenza nostra, e la nostra conversazione turbasse per un buon quarto d’ora la dolcezza del loro riposo. Essi dormono in quella placida sicurezza che ispira il non avere a temer nulla. Le sole cagioni de’ loro timori sarebbero gli orsi, e i lupi; ma tali bestie non vanno mai verso le abitazioni de’ Laponi che hanno fissa dimora: bensì vanno dietro le traccie de’ Laponi nomadi, e delle loro greggie, così cercando di provvedere ai loro bisogni: d’altra parte niun animale velenoso chiama in queste aspre contrade la vigilanza dell’uomo, affine di preservarsi da ogni pericolo.
Il governo non ha nulla a fare per amministrar la giustizia; e questo popolo, il quale non ha di che piatire co’ suoi vicini, non ha bisogno di una protezione, che gli riuscirebbe più onerosa che utile. Alcune orde di abitanti dispersi per una immensa estensione di terra hanno poche ragioni per darsi scambievoli assalti: l’eguaglianza di stato tra loro, il silenzio ordinario delle loro passioni, e la dolcezza del loro carattere, impediscono e l’occasione d’ingiurie, e i risentimenti, ch’esse alimentano. Vero è che i Laponi sono senza difesa; ma i rigori del loro clima, e più ancora la estrema loro povertà li rendono sicuri sul timore di una invasione. Vivono dunque senza protezione, e non hanno mai piegato servilmente il ginocchio d’innanzi ad un padrone. Nè è poi certamente in queste regioni boreali, che vengasi a cercare i tristi esempi delle tirannidi, de’ quali è piena la storia; o delle fallacie, e degli spergiuri, sì frequenti tra le nazioni che si vantano di civiltà, e che a malgrado dell’orgoglio, che loro ispirano i vantaggi che dalla civiltà ritraggono, non mancano di commettere atti di barbarie ripugnanti ad ogni credenza.