Gli abitanti hanno delle vacche, le quali somministrano loro del latte; ed hanno montoni, della cui lana si giovano pei loro bisogni. Quando per nudrire le vacche non hanno fieno sufficiente, raccolgono il musco, di cui le renne si nudrono; e la necessità fa che le vacche se ne contentino. Pe’ montoni v’ha sulle montagne una specie di musco, ch’essi mangiano volentieri; e come codesti animali non sono un oggetto di cambio, vengono generalmente venduti per poca cosa: per modo che noi, comprandone per nostro uso, non li pagammo più di 18 soldi l’uno.

Il popolo di questa contrada non è senza cognizione dell’uso della moneta; nè può dirsi senza passione di averne: di che ci fu prova, quando ci disponemmo a partire, l’esserci stato domandato un piccolo scudo al giorno per ognuno degli uomini, che dovevano accompagnarci; somma enorme per quel paese, e considerabile per noi, che avevamo bisogno di cinque persone. E quando il nostro interprete volle dire che tale pretensione era stravagantissima, seppero rispondere che nella stagione andando alla pesca avrebbero guadagnato di più. Nè mancarono certamente di calcolare, che siccome ben di raro si veggono viaggiatori in quelle contrade, se ne capitano alcuni fuori di fiera, e senza straordinaria evidentissima ragione, si deve credere che abbiano molto denaro, o che sieno mandati dal governo per esaminare il paese; e conseguentemente che sieno ben pagati dal re. In quanto poi a noi non avevamo altri del cui servigio giovarci. Ci acconciammo dunque a que’ patti.

Il dì 9 di luglio fu quello della nostra partenza da Kantokeino. Il tempo era bello: il termometro di Celsius segnava all’ombra 25 gradi, e 40 esposto al sole: messo nell’acqua si abbassava ai 19. Le donne del villaggio vennero ad accompagnare i loro mariti sino al fiume; e ci diedero con molta cordialità il buon viaggio. Il viaggio che intraprendevamo era lungo e penoso; e nissuno delle nostre genti lo avea fatto mai in estate. Eravamo nove persone in tutto; ed avevamo due battelli. La nostra partenza privò il villaggio di due terzi della sua popolazione; e lasciò in vedovanza per qualche tempo i cinque ottavi delle donne maritate. Queste donne ci seguirono cogli occhi finchè una svolta del fiume tolse alla loro vista la nostra flottiglia. E quella sì lercia, e sì piccola moglie del maestro di scuola non fu la meno cordiale ad attestarci l’interessamento sentito per noi, e il rincrescimento suo in separarsi da’ suoi amici, e da’ suoi ospiti. Addio, buon popolo! Addio, buona gente! queste furono le ultime parole che noi udimmo fino alla distanza, in cui esse poterono giungerci.

Era il fiume Alten quello che prendevamo a navigare; e ci parve uno de’ più belli, che fino allora avessimo veduto. Esso è formato nel suo principio da una successione di laghi, differenti per estensione, e per figura, con isolette varie, ornate di bei gruppi di betulle: onde lungi dall’avere un aspetto aspro, e selvaggio, il paese potrebbe piacere anche in un clima temperato. L’acqua poi era chiara come un cristallo, e le sponde coperte di una sabbia finissima.

Io debbo qui dire come, quantunque fossimo sempre durante questo viaggio sull’acqua, noi eravamo tormentati da una sete continua. L’acquavite ce la faceva crescere, e quella de’ laghi, e de’ fiumi, essendo troppo esposta all’azione continua del sole, ci nauseava. Ma se trovavamo una fontana ombreggiata da alberi, od uscente da qualche secreto sbocco di monte, oh! allora che delizia! Ne trovammo alcune di queste fontane, la cui temperatura non andava oltre i quattro, o cinque gradi; facevamo gozzoviglia da epicureo.

Proseguendo il viaggio incontrammo una doppia cateratta in un sito ove le acque dell’Alten si uniscono tutte in un canale, che vien chiuso da un masso enorme di rupi. Ivi la velocità, colla quale la corrente si precipita, produce nel letto inferiore una tale agitazione, che vi si alza una nube di vapori, in cui la luce del sole rifrangendo forma il più maestoso arco baleno, che possa vedersi. Ma ivi non può passarsi per la lunghezza di un miglio: onde dovemmo strascinare per terra i nostri battelli fino al sito, in cui il fiume era praticabile. I Laponi che ci guidavano, aveano sul lembo della cascata stabilito un magazzino di pesci che facevano seccare al sole. Noi, dopo avere ammirato le selvaggie bellezze della cascata, accendemmo sulla riva un fuoco per preparare di que’ pesci, lessandone alcuni, ed altri arrostendone. Mangiato poi che avemmo ci rimettemmo ancora in viaggio, ed a misura che procedevamo, sempre più ci colpiva la magnificenza di quella cataratta; e i numerosi suoi accidenti spiegavano ognora più a’ nostri sguardi l’ammirabile loro maestà. Noi cedemmo al piacere di disegnarla. Ma cosa è il disegno in confronto della realtà?

Noi prendemmo il cammino sopra un braccio del fiume, la cui corrente avea una tale rapidità, che al dire de’ nostri Laponi in un quarto d’ora facemmo circa otto miglia; e per provarci il fatto c’invitarono a tener l’occhio ai nostri orologi; e la prova ci mostrò che avevamo impiegati 20 minuti per fare un miglio di Norvegia, il quale appunto equivale ad otto de’ nostri. I nostri condottieri aveano allora bisogno di qualche riposo; e noi smontammo, ed alzammo le nostre tende presso la piccola chiesa di Massi alla dritta dell’Alten. Ivi accendemmo varii fuochi per difenderci da quegli eterni inimici, che trovavamo pronti da per tutto a succhiarci sino all’ultima stilla il nostro sangue. Intanto innanzi di riposare i nostri Laponi ci domandarono la permissione di andare a gittar la rete nel fiume, ove furono accompagnati dal nostro interprete. Un quarto d’ora dopo ritornarono con più di 200 pesci di diverse sorti, e grandezza; ed alcuni erano lunghi più di un piede. Se ne preparò una parte per nostro pasto: gli altri furono sventrati, e attaccati agli alberi perchè si seccassero.

La mattina seguente prima di rimetterci in viaggio andammo a visitare la chiesa di Massi, situata in mezzo a boschi, e macchie a circa 300 passi dal fiume. Se non avessimo ancora veduto Laponi, vedendo questa chiesa avremmo dovuto concludere che i Laponi sono uomini pigmei; ma come avevamo già veduto che i Laponi non sono pigmei, osservando la singolare picciolezza delle dimensioni, nelle quali questa chiesa è fabbricata, io mi sentii obbligato in coscienza a credere che si fosse qui fabbricato il modello della chiesa, anzi che la chiesa. Immaginatevi ch’essa ha una porta non alta più di tre piedi, un tetto alto ai fianchi sei piedi; e che l’edifizio totale, compreso il vestibolo, la nave, e la sacristia, non eccede in lunghezza 120, o 130 piedi, e i 12 in larghezza. Più che penso a questa chiesa pigmea, e più mi perdo in mille fantasie, che non mi so spiegare. Che siasi voluto fare la satira delle colossali chiese che si ammirano in tutti gli altri paesi? Ma nè i Laponi s’imbarazzano a far satire sui paesi che non conoscono; nè sono stati sicuramente i Laponi, che hanno disegnata, e fabbricata questa chiesa pigmea.

Avevamo navigato per venti miglia quando c’incontrammo in due Laponi di Kantokeino, venuti a cercar migliore pescagione. Nel sito, in cui eravamo giunti, dovevamo smontar di battello, e metterci a sgambettare sulla grande catena delle montagne, tra le quali l’Alten va serpeggiando, e ripiegandosi in mille giri. Esso presenta ivi varie cataratte, le quali rendono la navigazione impraticabile. I nostri cinque Laponi s’intesero con codesti due, onde si unissero loro ajutandoli a portare le robe nostre; e messi a terra i battelli, e bene assicurati ad alberi, ci ponemmo tutti a trottare per la montagna alla sinistra dell’Alten, vicinissimi ad un fiumicello chiamato Koinosjoki, il quale discende dal monte Kulli-tunduri. Questo fiumicello ha nel suo corso una cascata singolarissima in quanto che s’apre il passo attraverso di una rupe, che s’ha forata a modo di un ponte. Continuammo a salire per quattro buone miglia attraverso di betulle nane, e di un musco molto fitto: cosa che ci affaticava assai. Il cielo era coperto di nubi; ed il calore soffocante. Sarebbe bastato questo per una congrua penitenza della nostra temerità: ma, no signore: voleasi una giunta peggiore. La temperatura, che correva, era favorevolissima per le zenzale, che ad ogni nostro passo tra que’ cespugli, e quel musco uscivano a sciami, e ci avviluppavano dalla testa sino ai piedi. Dopo le quattro miglia, che ho dette, la montagna cominciò a comparire arida e nuda: non più un albero, che potesse darci idea di distanze: tutto il suolo era coperto di musco ordinario, salvo dove quell’immenso tappeto veniva rotto da paludi, da bacini d’acqua, e da laghi, il complesso delle quali cose rendeva il paese malinconico e tristo oltre ogni dire. In quel deserto andavamo ogni momento a pericolo di perderci, mancando d’ogni segno d’indicazione. Alla cima della montagna attraversammo uno spazio di circa 15 miglia, ora smarriti tra le nubi, ora inceppati nelle nevi, quantunque fossimo nel cuor dell’estate; e là la temperatura era ben cambiata. Fortunatamente le zenzale non aveano ivi ospitalità favorevole; e se non avessimo dovuto passare fra cespugli, appena avremmo provato da que’ crudelissimi nemici qualche assalto. Ma quelli, che sul principio del nostro salire la montagna avevamo fatti alzare, ci accompagnavano fedelmente anche lassù; e ci perseguitavano ancora in mezzo alla neve; nè aveamo mai un filo di vento che ci soccorresse. Nel passare per que’ tremendi luoghi vedemmo un lepre bianco, ed alcuni uccelli proprii di quelle alture, e ci venne in pensiero di far uso delle nostre armi. Ma que’ nemici ostinati c’impedivano anche questo piccol conforto per quanto stava in loro: imperciocchè dovendo noi cavarci i guanti per caricare, prender la mira, e toccare il punto, ci cadevano a migliaja sulla parte del corpo, che dovevamo lasciar nuda. Noi eravamo disperati, non avendo alla mano con che far fuoco, onde cacciare da noi quella peste. Andando in traccia di qualche albero ci abbattemmo fortunatamente in una capanna, che il più vecchio delle nostre guide ci disse essere stata eretta da alcuni mercadanti per luogo di loro riposo, e per iscaldarvisi in tempo d’inverno. Questa capanna non era più che un quadrato di otto, o dieci piedi, tutta di legno, e con in cima un’apertura per l’uscita del fumo. Noi facemmo chiudere quell’apertura per meglio conservare di dentro il fumo; e v’entrammo poscia quando accesovi il fuoco, fu piena di fumo tutta quanta. I malefici insetti allora furono obbligati ad abbandonarci. Noi eravamo lì stretti come le sardelle nel barile; ma così stretti, e così affumicati, non avendo per sedere, o giacerci che la nuda terra, dico apertamente che mi pareva di stare assai meglio, che in qualunque buona locanda d’Inghilterra, o di Francia. Primo nostro pensiero, così ammonticchiati tutti l’uno sull’altro intorno al fuoco, fu di prepararci la cena colla selvaggina procacciataci cammin facendo; e tuttochè non cessassero gli occhi di sgocciolarci pel fumo, andavamo lietissimi tracannando grossi bicchieri d’acquavite alla distruzione dei nemici, che ci tenevano bloccati. Dopo avere ben bevuto, e ben mangiato, e bevuto ancora, attortigliati insieme come le biscie ci addormentammo. Il tempo intanto si era mutato; ed un vento gagliardissimo erasi alzato, il quale minacciava di rovesciarci addosso la capanna. Non era quella capanna molto forte; ma grande consolazione era per noi il pensare che quel vento procelloso cacciava al diavolo quelle zenzale pestifere; e ad ogni fischio del vento ci dicevamo l’un l’altro: ecco i nostri nemici in piena rotta: l’assedio è finito; ed essi sono a qualche miglio lontani; e così dicendo ci addormentavamo placidissimamente di bel nuovo. Ma non era già vero che i nostri nemici fossero andati via; e ben ne feci io trista prova. La mattina corsi fuori della capanna senza guanti, senza velo, e senza cappello, avido di respirare l’aria fresca; e mi fermai ad osservare tranquillamente l’aspetto del paese, e volli anche fare un giro all’intorno della capanna per assicurarmi da me se noi fossimo in fine liberi dai nemici; quando eccoli uscire da una imboscata, e saltarmi addosso a sciami senza misericordia, e coprirmi in ogni parte. Come io mi dibattessi, come menassi e mani e piedi, lo lascio concepire a chi può farsi una giusta idea del flagello, sotto cui mi trovava. Corsi alla capanna, sperando nel fumo, che ivi avea lasciato; ma non ve n’era più ombra. Pare che il demonio avesse suggerito a que’ tristi insetti di accovacciarsi in tempo della procella nel di dietro di quella catapecchia per difendersi dalla violenza del vento, col proposito di ripigliare i loro assalti tosto che fosse ritornata la calma. Ed in fatti appena ci rimettemmo in viaggio, li vedemmo assalirci in maggior numero pur anche di prima.

Noi dovevamo fare ancora 40 miglia prima di arrivare al villaggio di Alten. Il temporale durato tutta la notte non avea purgata l’atmosfera a modo che il cielo fosse rimasto chiaro; e lo spazio che dovevamo percorrere in quella giornata ci presentava una prospettiva quasi trista al pari dell’antecedente. Qualche volta considerando la quantità di neve che incontravamo, ci pareva di dover essere alti più che lo fossimo stati sulle montagne passate dianzi; e il nostro domestico in particolare non sapeva darsi pace vedendosi tanto vicino alle nubi, e parendogli d’essere lì lì per montare in cielo. Una volta, avendo voluto appressarsi ad una nube splendente di bei colori, tanto andò oltre, che si smarrì; e per qualche tempo lasciò noi incerti di sua sorte, poichè avendo sparati i nostri fucili per chiamarlo, tardò assai tempo a farcisi vedere. In fine incominciammo a discendere, e giungemmo come per incanto ad un paese ineffabilmente bello, e splendente, per la prospettiva maestosa che ne presentavano i monti, per la superba vegetazione, onde tutto era animato; e meraviglia, e contentezza ispirava agli animi nostri la confortatrice stupenda forma colossale, in che ogni cosa in quel nuovo mondo colpiva i nostri occhi. E crebbe ben presto il nostro piacere, singolarmente rivedendo di nuovo l’Alten, traente le sue acque fra ricchi prati, e con quella rapidità, che avevamo già ammirata nel nostro passaggio da Kantokeino a Koinosjoki. Da Kantokeino al bel luogo, ove allora ci trovavamo, spazio di 120 miglia, non avevamo incontrata mai altra faccia umana, che quelle dei due Laponi aggiuntisi alla nostra brigata. Qui trovammo un pescatore venutovi per cercar de’ sermoni. Avea costui seco la sua donna, la quale quando sentì il calpestio nostro, fu così spaventata, che incominciò a persuadere al marito di prender la fuga insieme con lei per paura di rimaner preda di qualche bestia selvaggia, o di qualche incognito mostro. Ciò che dimostra come sia cosa assai straordinaria il trovare in que’ boschi deserti figure umane. Quando giugnemmo presso que’ due la donna non era rinvenuta ancora dalla paura. Quella donnetta era giovine; e il cangiamento che la paura avea portato nella sua fisonomia, la rendeva anche più interessante. Forse la solitudine, in cui eravamo, forse l’essere da tanto tempo privi del consorzio del bel sesso, contribuivano a destare in noi que’ dolci sentimenti. Ma era in lei anche qualche cosa, che poteva più direttamente contribuirvi: chè quella cara donnetta non era indegna d’aver posto tra le bellezze del Nord. Avea gli occhi neri, i tratti regolari, i capelli castagni......, ed io non poteva levarle gli occhi d’addosso; nè altro oggetto fuori di lei mi attraeva. Suo marito avea una buona provvigione di sermoni eccellenti; ed avea anche un vaso, in cui cuocerli. Incominciò a tagliarne due, o tre in sottilissime fette; le mise a bollire, e le conciò con alcune erbe, con sale, e con un pugno di farina d’orzo, che portava in un sacco; e di questa vivanda quel buon uomo ci regalò. Non avevamo nè piatti, nè forchette, nè cucchiai: supplimmo con pezzetti di scorza di betulla; e facemmo un desinare eccellente.