Fino all’epoca, in cui mettemmo piede in Kantokeino, questo villaggio era stato considerato come un’isola inaccessibile in questa stagione dell’anno ad ogni viaggiatore. Il paese che lo circonda, viene dai geografi danesi descritto come pieno di aspre montagne, separate le une dalle altre da paludi impraticabili. E la sicurezza, in cui questa opinione poneva gli abitanti, veniva ad essere stata turbata, siccome ho detto, dalla esplosione delle nostre armi da fuoco. Non sapevano a che attribuire quel rimbombo, ed erano ben lontani dal pensare di poter avere una visita di alcuni stranieri curiosi.
Kantokeino è un villaggio di quattro famiglie, e di un ministro del culto che serve la chiesa. Il villaggio fu compreso nei domini del re di Danimarca nella linea di demarcazione stabilita, e riconosciuta da questo monarca, e da quello di Svezia. Osservando la carta non si sa comprendere come sia stato preso qui il confine, in luogo di seguire le creste delle montagne, separazione più naturale tra il mezzodì, e il settentrione, quando diversamente si è fatto voltare il territorio danese verso il mezzodì con un angolo verso la Laponia, che dovrebbe appartenere alla Svezia. Cercammo la ragione di un fatto contrario, per ciò che apparisce, alla ragione ed alla giustizia; e ci fu detto, che il commissario svedese si era lasciato corrompere dall’oro della Danimarca, quell’uomo dipingendoci come perduto tra le donne e il vino. Il mio colonnello svedese non mancò da buon patriota di rimaner colpito da tanto tradimento dell’interesse del suo paese; e facemmo insieme cento considerazioni, non solo sui differenti mezzi che la malizia umana può condurre gli uomini a corrompere, e a lasciarsi corrompere; ma eziandio sulla sottigliezza, e sui secondi fini, che i diplomatici possono avere nelle transazioni politiche. Fatto è intanto che tutti que’ discorsi, e tutte le nostre investigazioni, e deduzioni reggevansi sopra un falso supposto. La vera ragione di quella eccentrica linea di demarcazione era cosa tutta naturale, e conforme al trattato del 1751 concluso tra le Corti di Stockholm, e di Copenaghen, nel qual trattato restò convenuto che i confini tra i due Stati sarebbero fissati dalla sorgente de’ fiumi: cioè, che tutta la estensione de’ paesi percorsi dai fiumi scendenti all’Oceano-glaciale sarebbe della Danimarca, e della Svezia quelli, i cui fiumi cadessero nel golfo della Botnia. Un anno incirca dopo il mio viaggio in Laponia conobbi a Drontheim, capitale della Norvegia settentrionale, il commissario danese, ch’era stato impiegato in quell’affare, uffizial bravo, ed uomo per ogni verso rispettabile, il quale mi diede conto del vero motivo della cosa, e rise della favola, che ne correva.
I miei leggitori s’immagineranno facilmente che io ho assai poche cose da dire di Kantokeino. Debbo dire però, che tra i suoi pochi abitanti uno ve n’era, il quale qualificavasi col titolo di maestro di scuola: denominazione che mi fece concepire un’alta idea de’ Kantokeinieni; e m’aspettava di trovare un simulacro di curato, simile a quello di Muonionisca. Codesto personaggio, dissi tra me, verrà indubitatamente a gustare la nostr’acquavite, e ci parlerà un poco di latino misto a qualche parola lapona. Ma non ci era riserbata sì bella sorte. Il vero pastore era assente, andato in Norvegia a trovare i suoi parenti; e per ordinario i ministri e i missionarii durante l’estate non rimangonsi in Laponia: cosa che nella circostanza a noi fu giovevole, perchè trovammo vuota la sua abitazione, la quale però non consisteva che in una camera; e d’essa approfittammo. Ivi adunque riposammo rifacendoci delle fatiche sofferte; e ci trovammo poi meglio disposti a visitare il villaggio, ove vedemmo tutta la potenza delle leggi emanate dalla Danimarca.
Il nostro primo pensiero fu quello di pagare le nostre guide. Ma prima di licenziarle volemmo assicurarci da noi medesimi de’ loro talenti in un altro genere di cognizioni, distinto da quello, in cui ci aveano comprovata la loro industria. Noi desiderammo di udirli cantare; e così prender notizia della musica lapona. Per ottener questo feci giuocare denaro ed acquavite, senza alcun costrutto: perciocchè que’ miserabili non seppero infine far altro che qualche urlo spaventoso, a segno che mi vidi obbligato a turarmi ben bene le orecchie. Laonde dovetti infine persuadermi che i Laponi erranti non hanno veruna idea della minima armonia; e che sono assolutamente incapaci di un piacere che la natura, per quanto ho potuto apprendere, non ha negato a nessuna orda, o nazione. La musica pratica sembra essere affatto sbandita in queste contrade isolate e deserte. In esse non v’è altra musica, che quella, la quale gli uccelli fanno sentire ne’ boschi; quella de’ ruscelli scorrenti sui loro letti ghiajosi; quella de’ venti che fischiano attraversando le folte foreste; quella infine delle acque di tanti fiumi, che precipitansi giù per le frequenti cataratte. Ho però voluto tener conto di quegli urli, che ho accennati. Poche sono le note da me registrate; più poche di quelle ch’essi urlando espressero; ma queste non erano altra cosa che una precisa ripetizione delle prime. Non mancai nemmeno di cercar ragione di certe parole, che articolavano in que’ loro suoni, domandandone il significato al nostro interprete, e sperando di udire che si trattasse di qualche tratto di un inno nazionale, o di cosa simile; ma quelle parole che gridavano, anzichè esprimere, non erano che una monotona e sciocca ripetizione delle stesse idee sulle quali ritornavano in maniera insopportabile. P. e.: buon viaggio, miei buoni signori, signori, signori, signori, signori: buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, miei buoni signori, signori: un buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, etc., così tirando innanzi fin che avessero fiato; e quando il fiato era mancato la canzone rimaneva finita.
Ho detto dei musici laponi: debbo dire del maestro di scuola lapone. Il titolo, quando lo intesi la prima volta, mi fece senso, considerando che si era in un paese enormemente lontano da ogni fonte d’istruzione; e se non altro per la singolarità del caso, colui che se ne qualificava, avea ragione di andarne superbo. Ed infatti n’era invanito come un cortigiano che nei nostri paesi arrivi ad avere un cordone, od una tracolla rossa o turchina. Ad osservarlo, gli si vedea in faccia l’uomo glorioso e beato. Ma costui non era in sostanza nè di persona, nè di maniere più che un vero lapone, come tutti quanti quelli, in mezzo ai quali viveva; se non che per un difetto di conformazione egli avea qualche cosa in proprio, per cui nel camminare faceva ridere; e questa qualche cosa era il tenere i piedi costantemente rivolti di fuori nella maniera che i nostri maestri di ballo chiamano di prima posizione.
Quest’uomo, stato qualche tempo in Norvegia, avea imparata la lingua danese, o più veramente il gergo che si parla in Norvegia; e questo era stato il gran capitale, che gli avea fruttato l’impiego più singolare che io m’abbia mai avuta occasione di osservare in alcun paese del mondo. Il ministro della parrocchia non sapendo una parola della lingua lapona non poteva comunicare i suoi pensieri al suo uditorio; e intanto voleva, o per dir meglio, doveva predicare. Per rimediare all’inconveniente, ecco il partito che si prese. Il maestro di scuola si metteva sotto la cattedra; e quando il ministro avea recitato un periodo del suo sermone, si fermava; e il maestro di scuola lo ripeteva a tutta l’adunanza in lingua lapona. Immaginate l’effetto che dovea produrre su que’ popolani la così interrotta e mutilata eloquenza del pastore; e confesso che avrei pagato qualche bella cosa per trovarmi testimonio di questa scena. Siccome poi il predicatore non sapeva una parola di lapone, e perciò non intendeva cosa il maestro di scuola gli facesse dire a quella povera gente, l’assurdità della scena evidentemente cresceva; e per certo voleavi in quel pastore la più gran buona fede del mondo per lusingarsi, che la sua predicazione facesse frutto.
Del resto importa assai al governo danese che la lingua sua si estenda possibilmente in tutte codeste contrade; e per questo esso ha stabilito in Kantokeino un maestro di scuola, che insegni il danese nelle vicinanze, ed istruisca tutti quelli, che possa tirare a sè. Ma non pareva che quel maestro avesse molto approfittato nella sua dimora in Norvegia, almeno per ciò che riguarda il buon gusto, perciocchè volendo prender moglie avea fatta una scelta, da cui Iddio guardi ogni fedel cristiano. La moglie di costui era una donna non alta più di tre piedi e mezzo, e la più sporca e brutta che potesse mai vedersi di là del circolo artico. Però ci parve che in ricambio il marito avesse acquistato in Norvegia l’arte astuta della persuasione; e che sapesse molto innanzi in fatto di galanteria; perciocchè s’avea acquistato il cuore di una giovinetta della parrocchia, la quale poco tempo dopo si trovò in uno stato, da cui la indiscrezione scoprì quanto il maestro di scuola fosse stato capace d’insegnarle. Questo fatto mise in un brutto imbroglio il pubblico funzionario tanto rispetto alla ragazza, quanto rispetto alla moglie, la quale era ben lontana dal doverlo tassare d’infedeltà. La cosa però finì bene, perchè la creatura nata morì dopo pochi giorni di vita; e la moglie del maestro di scuola prese più vanità dai favori che suo marito avea ottenuti, di quello che rimanesse mortificata dalla prova che le era stato infedele.
Prima di abbandonare Kantokeino è giusto esporre alquante osservazioni di statistica, e di geografia riguardanti il paese. In tutto il distretto della parrocchia, che si estende per circa 200 miglia in lunghezza sopra 66 di larghezza, non vi sono che due luoghi occupati da stabilimenti di Laponi, i quali tutti insieme non contano più di dodici fuochi: gli altri abitanti sono tutti della classe de’ pastori erranti; e per questa ragione non si può additare il numero degl’individui. I Laponi erranti durante l’inverno abitano paesi montuosi; e vanno colle loro tende, e colle loro renne da un luogo all’altro. In estate poi si volgono alle coste, onde avere più facile la pescagione. Ne’ contorni di Kantokeino trovansi alcune belle praterie, e terre coltivabili, che danno orzo e segala, quanto per sei mesi possono gli abitanti consumarne. Qui non si hanno cavalli; e chi vuol viaggiare deve far uso delle sue gambe, o andare per acqua in battello, se è estate: in inverno si va colle slitte tirate dalle renne. Il fieno che si taglia serve per le vacche: le granaglie che si raccolgono, vengono messe in farina, poichè la farina è diventata un articolo di sussistenza sì necessario agli abitanti, che chi non ne ha per tutto l’anno è stimato poverissimo. Ma i Kantokeinieni si ajutano anche più colla pescagione, e cacciagione; ed un popolo avvezzo a tutte le vicende di una vita errante, preferisce alle laboriose occupazioni dell’agricoltore questi mezzi, comunque incerti, onde provvedere a’ suoi bisogni. Il pesce che per loro è superfluo, lo cambiano in granaglia; e così fanno delle pelli d’orso, e d’altri animali. Bisogna però dire, che qui i fiumi, e i laghi sono tanto abbondanti di pesce, che vi si può fare sopra i conti con tutta sicurezza. Così un Lapone guadagna più sopra una pelle d’orso, che sul raccolto che potesse dargli un mezzo acro di terreno coltivato.
La maniera di dar la caccia all’orso in Laponia è la stessa che si usa in Finlandia; ma la caccia della renna selvatica esige sì violenta fatica, che non vi vuole che un Lapone per sostenerla. La renna selvatica non vive in compagnia, ama di star sola in mezzo de’ boschi e nelle montagne; ed ha un incredibile istinto per guardarsi da ogni pericolo. Quando un Lapone la scopre, e lo fa alla distanza di un mezzo miglio, fa un giro sotto vento, e va insensibilmente guadagnando terreno, a forza di strascinarsi a quattro piedi, ed anche sul ventre, finchè possa giungere a tiro di fucile. Un Lapone mi ha assicurato d’essersi così strascinato attraverso del musco, e de’ cespugli per cinque miglia per giungere a luogo più conveniente, onde prendere di mira la sua preda.
Ogni anno in febbrajo si fa una fiera in Kantokeino, alla quale accorrono i Laponi del vicinato, e i mercatanti di Tornea. Questi prendono pelli di renne, di volpi, d’orsi, di lupi, e guanti e stivaletti; e danno invece flanelle comuni, acquavite, tabacco, farina e sale.