Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le azioni di que’ Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un’idea de’ loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata: nè i loro genitori s’imbarazzavano punto di ciò che facessero, come se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que’ Laponi vi si assisero intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n’avea preso abbastanza si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun’altra regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell’appetito e dell’istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano, o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire, cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi. Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più stupido; e non v’è passione più atta a produr questo effetto, quanto l’amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba. Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii in quelle deserte regioni per predicarvi l’evangelo, non solamente que’ zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano ricompensarli delle pene che a riguardo d’essi s’aveano prese. Quel popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa e le corna, poichè la carne mangiavasi dall’offerente. Si può quindi presumere che non senza rincrescimento que’ poveri Laponi si vedessero sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni per carattere, e per fisica costituzione; d’altra parte dispersi e disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna, a tutto quello che a’ quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione le requisizioni de’ missionarii, i quali in ricambio gli promisero la felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla sera. Ma l’interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto dovessero essi dividere quanto aveano cogl’inviati di un governo, la cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati, che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui, piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione, nè profitto da persone, le quali infin de’ conti bevendo e mangiando, consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne’ recinti delle loro montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni. Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che abitano, non converrebbe ad alcun’altra razza d’uomini. Essi trovano nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta, il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro greggie, v’è spazio bastante perchè l’una si accosti all’altra, e le tenga il discorso che Abramo tenne a Lot: Se tu prendi a mano manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a manca.
Noi stentammo molto a persuadere que’ Laponi, che non eravamo nè re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno d’istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo, o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni.
Cercando noi di stabilire qual potess’essere il calore del sole a mezza notte, tempo in cui colà non è alto sull’orizzonte più di due o tre de’ suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che s’inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll’aria della più grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero, ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro, ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de’ Laponi noi avevamo udito parlare in Uleaborg.
È un singolar fenomeno questo, che il numero de’ lupi in Laponia siasi aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo: io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori, e sul presente sospendere ogni giudizio.
Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo d’avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni minimo intoppo, che incontrassero.
All’atto d’imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d’essi nuotava in avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era continuamente occupato a gittar fuori del battello l’acqua. Costoro, senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima. La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in essersi internati nell’alveo di uno minore, che in quello metteva foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d’aver fatto, e di fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch’era loro intenzione raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del pesce in quelle acque, ch’essi ne presero in gran copia in tutte le reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo seccano all’aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori, e quelli dell’isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le asciugano tratte che le abbiano dall’acqua: i primi le lasciano marcire nell’acqua. Ma que’ di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia; quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l’estensione del termine.
Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del Pepojovaivi, e dell’Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo, d’onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle, che non solo s’alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per attrappare gl’insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi anch’essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili, nè guari pericolose: pe’ nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco, e massime per quel bravo Simone di Kollare; ma per codesti Laponi erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond’è che ci toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello, e uno solo rimaneva sopra ciascuno de’ due. Il primo procedeva innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di betulla, e l’altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l’aveano abbrancata, addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda. La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d’acqua, e tutto pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza il Lapone che maneggiava i remi s’alzò dal suo sedile; e vedendolo prendere un’aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto da costui con tanta importanza non avea altr’oggetto che di scaricare il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso a queste minute particolarità per dare una idea de’ loro costumi, e delle loro abitudini.
Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire abbastanza l’attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de’ laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso de’ cespugli, e de’ boschetti esso faceva alzare la selvaggina, la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que’ luoghi è abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare a codeste regioni, e particolarmente all’anitra nera, e ad un’altra anitra, distinta per la coda aguzza, come pure ad alcune razze d’oca, e massime a quella che chiamasi anitra albifronte, e a’ tetrai, qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal fiume a Kantokeino, che n’è distante da circa un miglio. Noi arrivammo a Kantokeino un’ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle case, e gli uomini sulle strade. La scarica de’ nostri archibugii era stata il motivo del loro terrore, perchè è d’uopo ricordarsi che a mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare agli uccelli a quell’ora; e la gente del paese misura le azioni della vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il dì, e l’altra la notte.
CAPO XIV.
Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine apparentemente irragionevole. Musica lapona. Maestro di scuola: sue imprese, e sua singolare incombenza. Notizie statistiche su questa parrocchia, e stato economico de’ suoi abitanti. Partenza, e cordiali addii delle donne del villaggio. Il bel fiume dell’Alten. Cataratta magnifica. Rapidità singolare della corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra colle zenzale. Incontro di un pescatore di sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten.