Tre giorni ci fermammo ivi deliziandoci; e que’ tre giorni ci parvero corti. Ivi non avevamo il flagello delle zenzale, poichè un vento assai forte ne le avea cacciate lungi: quel vento avea anche rinfrescata l’aria. Noi andammo raccogliendo piante ed insetti, e cacciando quadrupedi, ed uccelli; ed un nuovo piacere ci recava il ritorno de’ nostri pescatori: ritorno che assai prima che li vedessimo, venivaci annunciato da una nube di rondinelle acquatiche, le quali nudrendosi di piccoli pesci non cessano di fare la loro corte a’ pescatori, trovando sempre di che guadagnarvi. Per lo che questi uccelli, pieni d’intelligenza, veggonsi regolarmente venir la mattina al luogo ove i pescatori hanno dormito, quasi avvertendoli qualmente è tempo di porsi all’opera; e partono coi battelli pescarecci, e servono a’ pescatori in luogo di bussola, volando innanzi a quelle parti del lago, ove veggono l’adunamento de’ pesci, perciocchè hanno vista acutissima. Le loro grida poi, e il loro immergersi nell’acqua serve per non fallace segno, che con ottimo successo in quella parte saranno gittate le reti. Quelle rondinelle sono sì famigliari co’ loro amici, che vengono sul battello in presenza loro; e come lo scoppio delle nostre armi avrebbe potuto spaventarle, i nostri pescatori pregarono a non usarne; e così feci.
Mentre però così ci sollazzavamo in codesta isola incantata, non perdevamo di mira il nostro viaggio. Mancavaci qualche Lapone viaggiatore, che ci ajutasse ad attraversar le montagne colle sue renne, e ci aditasse i passaggi, pe’ quali potere inoltrarci alla nostra meta. Uno de’ nostri pescatori andò per cercare, ed accordare chi ci prestasse l’opera, della quale abbisognavamo; e trovò, ed appuntò tutto, e noi movemmo al luogo, ov’egli avea concertato che troveremmo que’ Laponi. Erano sei uomini, ed una ragazza di circa diciotto anni. Stavano sdrajati sotto una betulla, a’ rami della quale aveano appese lo loro provvigioni, consistenti in pesce seccato al sole, ed aveano in mezzo a loro un gran fuoco, a cui facevano arrostire pesce fresco, infilzato in una bacchetta, che andavano voltando di tratto in tratto, affinchè quel pesce prendesse il calor del fuoco per ogni verso. La ragazza fu la prima a vederci giungere; e n’avvertì i suoi; ma essi nè si mossero allora, nè alcun’attenzione mostrarono per noi quando fummo smontati di battello. Erano costoro vestiti di una specie di camiciotto annerito dal fumo, e fatto di pelle di renna, con un collo alto di dietro, e ben dritto: aveano alle reni una cintura, che stringeva quel camiciotto, a modo che gli dava l’aria di un sacco, ove riponevano tutto quello, ch’era di loro uso: portavano inoltre de’ pantaloni, e degli stivaletti; cose fatte anch’esse di pelle di renna; e i piedi di quegli stivaletti erano molto larghi, e pieni di una sorta di fieno ch’essi pestano, e rendono morbido quanto la canapa. La ragazza avea de’ pantaloni anch’essa, e degli stivaletti come gli uomini; ma i suoi vestiti erano di lana, e di un panno verde era il suo berretto, che s’alzava dritto, e colla punta sulla cima della testa, a un di presso come il berretto degli antichi popoli della Scizia.
Que’ Laponi erano quasi tutti piccoli; e i tratti della loro fisonomia più caratteristici consistevano in avere le gote spianate, il mento aguzzo, e molto sporgenti gli ossi delle guancie. La ragazza era lontana dall’esser bella. Di sei uomini quattro aveano i capelli neri: cosa che mi fece presumere che tra i Laponi prevalesse questo colore, con che si distinguessero dai Finlandesi, non ne avendo io tra questi trovato uno solo che avesse i capelli di questo colore. E le persone poi, e il vestito di codesti Laponi, erano di una sporcizia inesprimibile: tenevano nelle mani il pesce che doveano mangiare, e l’olio che ne colava, dalle loro braccia scendeva alle maniche del vestito, sicchè anche da lontano se ne poteva sentir l’odore. La ragazza era passabilmente netta; ed avea qualche cosa di quella decenza, che forma il più bell’ornamento del suo sesso: il che potemmo vedere dal modo di ricusare la bevanda che le si offeriva, e segnatamente l’acquavite, ch’essa pure amava quanto gli uomini. Onde dissi meco stesso: ve’ dunque, che anche in mezzo alla Laponia le donne hanno quell’affettazione di modestia, quell’aria di ricusare ciò che pure desiderano vivamente di avere!
Noi sbarcammo le nostre robe, e saldammo i nostri conti co’ buoni Finlandesi che sì fedelmente e sì bene ci aveano servito da Muonionisca fin lì. Avemmo per essi tutti i riguardi, che il loro buon procedere poteva aspettarsi; e vedemmo un sincero sentimento di affetto, e di riconoscenza destar loro le lagrime; e ci presero per le mani, e ci dissero le più toccanti cose. A modo che i Laponi, che furono testimoni di questa scena, a malgrado del loro carattere flemmatico ne sembrarono commossi: cosa che a noi fece piacere, perchè potevano formarsi buona idea di noi.
La partenza da noi di que’ buoni Finlandesi fu un’epoca notabile nel nostro viaggio. A noi in quel momento parve di rimanere distaccati dal rimanente del mondo; e veramente la nostra situazione era critica. La sorte nostra stava tutta nelle mani di que’ Laponi; e da essi dipendeva non solo il compimento del nostro viaggio, ma la vita nostra medesima. Solamente ch’essi avessero creduta impossibile la continuazione del nostro viaggio, e ci avessero abbandonati a noi, come ritornare alla beata nostra isoletta di Kintasari? Non avevamo più battello, con cui attraversare il lago, sul quale essa giace. Questi tristi pensieri ci occupavano: se non che d’altra parte poi considerammo, che que’ Laponi non erano un popolo crudele; e quantunque fossero sette colla ragazza, noi, sebben quattro soli, eravamo bastantemente forti per farli stare al dovere. La ragione, per la quale erano venuti in tanti, dissero essere per dover portare le robe nostre, attesochè in quella stagione, in cui eravamo, le morditure delle zenzale rendevano intrattabili le renne, e talvolta pericolose, perchè sì forte è il tormento, che soffrono da quegl’insetti, che arrabbiano disperatamente fuggendo. Caricaronsi dunque delle robe, spartendole tra loro colla discretezza di darne meno a chi era meno robusto. Per animarli a ben servirci, nell’atto che facevano gl’involti, noi demmo a ciascheduno un bicchiere di acquavite, e ne promettemmo un secondo al momento della partenza. Ma appena ebbero avuto questo secondo ne chiesero un terzo, giovandoci di un proverbio lapone, che dice: Prima di porti in viaggio bevi un bicchiere di acquavite per la salute del corpo; e partendo bevine un altro per trovar coraggio a terminarlo. In fine ci mettemmo in istrada: uno di loro andava innanzi a tutti: gli altri lo seguivano in fila ad uno ad uno; e noi facevamo la retroguardia per vegliare sulle cose nostre, e nissuna se ne perdesse: ma stando di dietro a coloro, rimanevamo ammorbati dal pestifero odore, che cominciarono a tramandare tosto che si posero in sudore: chè flagello di puzza simile non soffrii in vita mia giammai.
Estremo era il caldo, montando il termometro all’ombra a 29 gradi, e a 45 gradi esposto al sole. Il terreno ci abbruciava i piedi, e i pochi alberelli, che potevamo incontrare, non ci difendevano dai raggi del sole. Eravamo poco meno che soffocati; e per giunta dovevamo portare abiti di panno ben fitto per salvarci possibilmente dalle punture delle zenzale; intanto che il velo, con cui tenevamo per la stessa ragione coperta la testa, c’impediva la libera respirazione. E questo gran caldo operava pure potentemente sui nostri Laponi, che aveano bevuto i tre bicchieri d’acquavite. Costoro si fermavano a prender riposo ad ogni momento, e domandavano altr’acquavite. Ben ci accorgemmo di non aver più a fare co’ Finlandesi, sobrii al pari che robusti, operosi ed arditi: costoro invece non pensavano che alla loro gola. In sei miglia che facemmo si fermarono cinquanta volte, e sempre chiedendo acquavite. Se non fossimo stati forti a ricusarla, non saremmo andati innanzi di più in quel giorno. Per fare sei miglia ci vollero sei ore: bisognava che li cacciassimo innanzi per forza, e ben guardare che non si allontanassero. Quando uno di loro cadeva, tutti gli altri fermavansi; e quello era il segnale di far alto: con che tutta la carovana si gittava per terra: e ci volevano suppliche d’ogni maniera per farli alzare. Finalmente arrivammo alle sponde di un picciol lago detto Kerijervi, sulla destra del quale stendesi una catena di montagne, che forma il confine del Finmark, ossia della Laponia norvegia e svedese. Ivi trovammo due battelli interamente sdrusciti con remi mezzo rotti e disuguali in lunghezza, i quali erano stati tutto il lungo inverno sepolti nella neve, ed esposti alla inclemenza delle stagioni. Con questi dovevamo attraversare per due miglia quel lago. Due dei nostri Laponi si misero a remigare, e due altri a cacciar fuori continuamente l’acqua che entrava nel battello per le fessure: certo essendo che se non avessero posta in tale operazione la maggiore possibile attività, noi saremmo rimasti annegati. In sì gran frangente ci toccò eziandio di vedere i nostri remiganti andare con tanta flemma e indolenza, con quanta sarebbesi potuto andare in una partita di piacere; e se toccammo infine la riva sani e salvi, noi non ne fummo obbligati che al nostro gridare, pestare, minacciare, bastonare infine sì poltrona canaglia; e metterci all’opera noi medesimi tanto coi nostri cappelli cacciando fuori l’acqua, quanto colle nostre braccia vogando.
CAPO XIII.
Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi nomadi. Arrivo a Kantokeino.
Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità. Che pianta dunque era questa? Era un’angelica della miglior forza e vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell’uomo piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo debbo all’angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti e poco sani cibi, de’ quali la necessità ci obbligava a far uso, com’erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l’acquavite. Prova n’è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica, spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni.
Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci. L’aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall’odore esalato da que’ sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai alto, e l’ingombro de’ cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L’aria era poco agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun altro partito trovammo, che quello d’immergere la testa nel fumo ad ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo ci parve preferibile all’orrore d’inghiottire ad ogn’istante insetti sì disgustosi: d’altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra tenda, perchè l’opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano bisogno di riposo.