Finito che abbiano di raccogliere i loro fieni, li mettono a coperto in trabacche erette sopra legni ben forti, e tenendo alto il palco, onde l’umidità delle alluvioni non lo guasti. Alcuni posseggono renne, che danno a custodire, e a pascere a qualche Lapone.
Somma è la sobrietà di questi popoli: non bevono liquori spiritosi che il dì delle nozze: nel qual giorno usano un desinare alla loro maniera, ed un ballo accompagnato da grida, e da sbattimenti di mani. Non amano punto la birra; e gustando del vino, che loro offrivamo, facevano mille smorfie, come se bevessero una medicina. Il Ministro ci assicurò che in tutta la sua parrocchia forse non v’era un solo bicchiere di acquavite; e che la ubbriachezza è riguardata da questo popolo come il vizio più scandaloso, a cui possa essere soggetto un uomo. Il che ci fece pensare, che questa fosse una delle cagioni per le quali egli era sì poco riverito e stimato dal suo gregge. Vivendo questi popoli di tale maniera non è meraviglia se non soffrono le malattie, le quali affliggono gli abitanti de’ paesi più meridionali; e il Ministro ci disse aversi esempi di paesani, che hanno vissuto fino a cento dieci anni. La malattia unica, che faccia strage tra loro, si è una specie di febbre infiammatoria, che sbriga le persone in pochissimi giorni.
Nel breve tempo che noi stemmo in Muonionisca il ministro ci propose di fare qualche corsa all’intorno; e noi volentieri scegliemmo di visitare il monte Pallas, della cui denominazione il nostro conduttore non seppe darci conto. La gita fu faticosa in quanto al salir la montagna, alla cui cima non potemmo giungere. Da quelle alture, a cui salimmo, ci si presentarono superbi punti di vista, che meriterebbero la diligenza del pittore. Ci mettemmo a raccogliere insetti, e piante: il buon Ministro non sapeva comprendere a che pro tanta fatica per cose da nulla. Dacchè gli si era abbruciata la biblioteca, si era accostumato a far senza teologia. D’allora in poi avea capito che la cognizione dell’Esser supremo riguardata come scienza non era in generale buona a niente nel mondo, se non sia per divertir l’intelletto, e a togliere dal corso della vita la non curanza, in cui l’uomo pensante potrebbe cadere sugli avvenimenti futuri. In 20 ore avevamo fatto trentasei miglia: il calore era eccessivo, poichè a mezzogiorno, ma all’ombra, il termometro di Celsius segnava 37 gradi. Ritornammo dunque a Muonionisca, ove dopo breve riposo ci mettemmo in ordine per tirare innanzi il nostro viaggio.
CAPO XII.
Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi circa la Laponia. Ciarlataneria di Maupertuis. Aspetto del paese tra Muonionisca e Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a Lapajervi, e crudele persecuzione delle zenzale. Lago di Pallajervi: isola Kuntigari: fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di mare come servizievoli ai pescatori. Laponi nomadi presi a guida, congedati i Finlandesi; e penoso viaggio fatto con coloro.
Partimmo adunque il dì 1 di luglio da Muonionisca circa le ore 10 della sera. La giornata era stata caldissima, perciocchè a mezzo giorno il termometro di Celsius segnava 29 gradi, e a mezzanotte discese ai 19, ond’è poi che deliberammo di viaggiare per l’avvenire la notte, e riposare il giorno. Noi risalimmo il Muonio sino alla imboccatura del piccol fiume chiamato Pallojoki, presso al quale trovasi una piccola colonia detta Pallajovenso. Parlo di questo villaggio perchè esso è propriamente il confine della Laponia dalla parte di Tornea; mentre è locuzione impropria quella di chiamar Laponia il vasto paese, che comprende Lulea, Pitea, ed Umea sino a Tornea, il quale invece appartiene alla parte occidentale della Botnia. E ben fa meraviglia che Maupertuis, a cui le scienze sono obbligate di una topografia del luogo, ove fece le sue osservazioni, e sì celebre per le sue operazioni astronomiche in queste parti, abbia sì poco conosciuti i luoghi ove si è fermato, chiamando Laponia la Vestro-Botnia, e intitolato Viaggio in fondo alla Laponia quello ch’egli fece per visitare con Celsius la già rammentata rupe coperta di caratteri runici. Egli avea appena appena toccati i confini della Laponia. Ed egli, e gli accademici suoi compagni dissero una bella bugia, e furono veri ciarlatani, quando dissero a’ Parigini, che presentavano loro due donne lapone, che non lapone erano quelle miserabili, ma vere finlandesi; e non parlavano che la lingua di Finlandia.
Il paese da Tornea a Muonionisca, ed a Pallajovenso, comunque vada insensibilmente prendendo un carattere selvaggio, non varia gran fatto all’occhio: le montagne, i laghi, i boschi, le cateratte che lo coprono, non presentano molta differenza. Ma procedendo da Pallajovenso a Kantokeino pel fiumicello Pallojoki la differenza salta agli occhi: potrebbe dirsi, che qui tutto comparisce nuovo. Pallajovenso è uno stabilimento finlandese di quattro, o cinque famiglie. I mercanti di Tornea vi hanno costruita una camera, ove fanno fuoco, e si ricoverano nel loro passaggio l’inverno; e gli abitanti vivonvi in migliore stato, che quelli d’altri luoghi vicini. La navigazione sul Pallojoki non fu meno faticosa delle sostenute dianzi, sebbene per altre cagioni. Siccome era lungo tempo dacchè non era piovuto, poca era l’acqua, di modo che spesso il battello toccava il fondo, e i rematori doveano spingerlo avanti a forza di andarlo alzando. Più: il fiume è sommamente tortuoso; e con tante fatiche sovente invece di andare innanzi si andava indietro allontanandosi dal punto, a cui tendevamo. Sudavano que’ poveri uomini; e noi ci annojavamo, c’inquietavamo, ci trovavamo male, perchè obbligati a camminare a piedi dietro la riva, ci toccava farci strada attraverso del bosco, ove i rami degli alberi, e i cespugli ad ogni passo ci arrestavano, lacerandoci inoltre il velo, che ciascheduno di noi portava intorno al volto per non essere divorati da quelle maladettissime zenzale, che a migliaja e migliaja ci erano continuamente addosso. Noi eravamo diretti a Lapajervi: intanto prima di giungervi facemmo alto per riposarci sopra una rupe considerabile, che veniva a formare un isolotto. Ivi accendemmo un gran fuoco per cacciare da noi quegli eterni nemici di ogni creatura fatta di carne; e di là avemmo la veduta di una prospettiva tutta ancora nuova per noi. Il musco, di cui si nudrono le renne, copriva tutto il terreno del contorno, che appariva quasi affatto piano, e da lontano chiuso da alcuni monticelli egualmente coperti dello stesso musco, che, naturalmente di un giallo pallido, allora per la siccità era quasi bianco. Un sì vasto tappeto così colorato, faceva all’occhio un colpo singolarissimo: tanto più, che per le circostanze del suolo prendendo quel musco alcune gradazioni di colorito, presentava qua e là de’ pezzi di forme diverse, e prendeva a guardarlo in totale la figura di un gran mosaico a cagione de’ varii compartimenti, in che appariva diviso. Quel colore biancastro del musco poteva ricordare quello della neve; ma tale idea spariva per la verzura de’ piccoli boschetti qua e là sorgenti, e più ancora pel senso del calore, che qualche volta riusciva insopportabile. Essendo poi quel musco ben secco, faceva che ivi si potesse piantar la tenda, e godervi migliore e più grata stazione, che altrove: perciocchè altrove io avea bensì incontrati luoghi coperti di questa pianta; ma nè mai tanto secca, nè in tanta copia: chè qui soltanto parea avere essa dalla natura il regno, essa sola dominando, senza che altra pianta possa prendervi posto; e non è che su que’ monticelli, che ho accennati, o sulla sponda del fiume, che si vegga disperso qualche abete, o qualche cespuglio. Qui dunque veramente vedemmo d’essere in un paese totalmente straniero, ove la superficie del terreno, e il genere delle sue produzioni dimostrano, che la natura l’ha destinato a razze d’uomini, e di animali interamente differenti da quelle, che sussistono in Europa.
La sera giungemmo a Lapajervi con grande contentezza de’ nostri rematori, i quali speravano di rifarsi ivi della fatica sostenuta in tutta la giornata. Abbordando alla sponda del lago, su cui è il villaggio, incontrammo due Laponi, che ritornavano dalla pesca, ed erano per passare la notte sul luogo. Una densa colonna di fumo che si alzava in aria voluminosa, ci guidò senza bisogno d’altra scorta al luogo, ov’essi trovavansi; ed avvicinandoci ad essi vedemmo che aveansi intonacata tutta la faccia con catrame, e coperta la testa, le spalle, e il corpo con un vestito di lana, per difendersi dalle morsicature delle zenzale. Uno d’essi pipava; e l’altro preparava il pesce preso per farlo seccare al sole. La sporchezza loro, la loro magrezza, e bruttezza, erano una prova evidente della loro povertà. Erano assediati da capo a piedi da sciami immensi di zenzale, che li beccavano penetrando attraverso de’ loro abiti con quegli acuti loro pungiglioni: ond’è che non aveano cuore di spogliarsi, quantunque fossero inondati dal sudore; e meno ancora di allontanarsi dal fuoco ad onta della caldissima temperatura. L’arrivo nostro a quel luogo fu annunciato dai milioni di zenzale, che accompagnavano noi medesimi, e che tosto si unirono a quelle che tormentavano quelle buone creature. Non ci fu verso di avere un momento di calma: ad ogn’istante eravamo costretti a bagnarci, dirò, la testa nel più fitto del fumo, ed a saltare sulla fiamma, affine di liberarci da sì terribili persecutori.
Volemmo visitare le famiglie di que’ pescatori, che abitavano alla distanza di un miglio. Trovammo dappertutto fuochi accesi. Ve n’erano ove stavano i majali, e le vacche, e ve n’erano non solo nell’interno, ma anche di fuori, presso alla porta delle case. Queste case de’ Laponi non sono grandi come quelle de’ Finlandesi; e la porta di quella che noi visitammo, non era più alta di quattro piedi. Avevamo lasciate indietro le tende sperando di trovare alloggio con codesti Laponi; ma facemmo i nostri conti assai male. Ci fu forza accettare l’offerta di quella famiglia; e quando venne l’ora di ritirarci fummo condotti in una cameruccia tutta piena di fumo, dove trovammo delle pelli di renne stese sopra foglie di betulla, delle quali era coperto il pavimento. Noi entrammo a tentone, poichè il fumo non ci lasciava vedere alcuna cosa. Quando stavamo per addormentarci io intesi una specie di respiro, procedente da un angolo della camera, e forte a maniera che poteva meritare attenzione, tanto più che noi ci eravamo immaginati d’essere le sole creature viventi, che si trovassero ivi. Io adunque pensai che quel respiro fosse di qualche cane, o d’altro animale venutovi per passare la notte vicino a noi. Ma ben presto distinsi un sordo sospiro, che mi parve più d’uomo, che di animale. Alzai pian piano la testa provandomi di vedere che cosa fosse; e come alcune crepature della muraglia facevano penetrare una debole luce, colle mani e colle ginocchie mi mossi per approfittare di quella luce; e non tardai a scoprire il luogo da cui veniva il rumore udito: erano due ragazzetti nudi, giacenti sopra pelli di renne, i quali vedendomi ebbero paura, credendoci animali feroci venuti per divorarli, onde gridando corsero dalla loro madre cercando ajuto. La paura di que’ ragazzetti fece ridere noi, e servì a distrarci dalla tristezza, in che ci aveano gittati quelle faccie de’ Laponi impegolate di catrame, e quel tormento, che soffrivano quanti erano ivi uomini, ed animali da quei crudelissimi insetti. Le donne erano estremamente brutte, e sporche; e tutto indicava miseria.
A Lapajervi noi cercammo informazioni sul viaggio, che dovevamo fare verso Kantokeino, e nulla ci fu detto di confortante. Eppure non si trattava che della distanza di 70 miglia: ma bisognava attraversare parecchi laghi, risalire, e discendere varii fiumi, affrontar paludi, rinunciare a trovare abitazioni di sorta, e a vedere stampa di umana creatura per tutto il viaggio. Al più ci si diede ad intendere che avremmo potuto trovare qualche pescatore lapone sul lago di Pallajervi; e su questa speranza rimontammo il fiumicello Pallajoki, che viene da quel lago. Ho detto già la fatica occorsa in navigarlo: gli ostacoli furono i medesimi, ed anzi crebbero, perchè molte volte fummo obbligati a portare noi stessi le nostre robe per alleggerire il battello. Quando poi giungemmo al lago si alzò un sì fiero vento, che il battello corse gran pericolo di sommergersi, prima di giungere all’isoletta Kintasari. Posto piede in essa, trovammo tre pescatori, i quali s’avean fatta una capannuccia con rami d’alberi, ed ivi aveano esposti al sole molti pesci per seccarli. In mezz’ora può farsi il giro di quell’isola, accanto alla quale ve n’ha un’altra più piccola. Da quella, in cui eravamo, vedevasi il circuito del lago, formato da piccole alture coperte di musco, con boschetti frammezzati di betulla e di abeti. Dappertutto poi avevamo d’innanzi il paesaggio, che ho già descritto; e la nostra immaginazione si esaltava a segno, che pareaci d’essere in un’isola incantata. Mai non avevamo veduta cosa simile: il sole non calava mai giù dell’orizzonte; non vedevamo altri colori che il bianco e il verde; e la forma delle casucce de’ pastori, e quella, novissima per noi, de’ fiori che smaltavano il suolo, la novità degli uccelli, che empivano i boschi, e facevano eccheggiar l’aria de’ loro canti: tutto ci riempiva di sorpresa, di ammirazione, di diletto. La nostra tenda quando fu piantata, pareva la reggia dell’isola dominante; e superava in lusso la capannuccia de’ nostri Laponi, come la residenza di un sultano dell’Asia supera le catapecchie de’ suoi schiavi. Ci mettemmo nel nostro battello per contemplare in distanza quel nostro regno chimerico; e n’andammo superbi. Avevamo fatto stendere nell’interno della tenda foglie di betulla, e musco; ed olezzava il luogo di un grato profumo. I nostri pescatori erano incantati dello splendore di un tale stabilimento; e per la prima volta poterono farsi idea delle pompose abitazioni de’ popoli inciviliti!!!