Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in un’altra temperatura, poichè il termometro di Celsius cadde ai 4 gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare l’Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare un po’ di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci di vela.

Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta la strada, nissuno avendola per l’addietro praticata. Le montagne, che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso correvamo pericolo di errare in que’ boschi sino all’approssimarsi dell’inverno, o d’essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia. Vi arrivammo il dì appresso che n’erano partiti due Inglesi, i quali aveano intrapreso l’istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d’essi stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. Clook, e il sig. Cripps, due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio di Gesù in Cambridge. Il sig. Clook era stato in Italia, e sapendo che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto dal ministro quattro versi dell’Ariosto, che eccellentemente si appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le fatiche del mio viaggio. Eccoli.

Sei giorni me ne andai mattina e sera

Per balze e per pendii orride e strane,

Dove non via, dove cammin non era,

Dove nè segno, nè vestigia umane.

Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia. Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in aria entro un pallone. Ignoro l’effetto che la vista di un tal prodigio avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro nomi sul registro coll’apostrofe seguente: Straniero, qualunque tu sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo paese nativo, di’ a’ tuoi, che la filantropia è insegnata presso le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua teoria non penetrò mai. Sulla pagina opposta del libro era il nome di M. Vesvroti, venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch’egli era stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua nota: Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia Burgundiae.

Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl’impiegava il tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici; il terzo delle colonie stabilite ne’ contorni; il quarto de’ Laponi nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più brevemente che mi sia possibile.

La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258 sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti, che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva da’ suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del Nord!!

I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto ciò ch’egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre, le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe all’intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond’è che centinaja di risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie gravi ed acute muore prima d’aver potuto significare ad alcuno il luogo del suo tesoro.