Aristosseno “il più grande ed il più celebre di tutti i scolari di Aristotile dopo Teofrasto, o piuttosto così grande e così celebre quanto Teofrasto” (Meiniers Hist. des scienc. dans la Grèce. tom. 1, a Paris 1812) nacque a Taranto verso la 114ª Olimpiade 320 anni innanzi G. C. Egli si diede alla musica ed alla filosofia sotto il regno di Alessandro il grande, e i di lui primi successori. Ci restano i suoi Elementi armonici in tre libri, ne' quali prendendo quanto era pregevole da' Pitagorici, ed unendolo al più antico sistema de' Greci, detto eguale, volle fermare i pratici, e gli speculativi pitagorici, questi con gli sperimenti dell'orecchio, quelli con la ragione. Aristosseno con l'eccellenza del suo spirito ecclissò la gloria de' suoi maestri, attaccò il sistema musicale di Pitagora, che voleva sottrarre la musica dal rapporto dei sensi, per soggettarla al solo giudizio della ragione: prova che quest'arte essendo fatta principalmente per l'orecchio, a lui si appartiene il giudicare delle sue produzioni. (Veggasi una dotta nota sopra Aristosseno nella Biblioteca critica di Wittenbach, part. 8, pag. III.) È curiosissimo il tratto conservatoci da Ateneo (lib. 14), con cui in una delle sue opere smarrite ci spiegò la sua maniera di pensare sullo stato in cui si trovava la musica al suo tempo. “Dacchè i teatri, diceva Aristosseno, si guastarono con la barbarie, e dacchè cominciò a farsi distinzione della musica pubblica e della privata: noi pochi che restiamo amanti dell'antica educazione, ci vediamo obbligati ad imitare que' Greci, i quali essendo stati fatti prigionieri da' tireni e da' romani, si radunavano un giorno all'anno nella piazza a far memoria delle usanze della loro patria, de' dolci loro costumi, dell'onore dei loro maggiori, delle amabili loro maniere; e riscaldandosi i cuori e l'immaginazione nell'amore della Grecia prorompevano in gran pianto, e così si ritiravano alle case loro. Per tal modo noi pochi rimasti dell'antica educazione rinnoviamo la memoria di quello, che un tempo era la nostra armonia.” Tali parole manifestano, non essere stato il secol d'oro dell'antica musica quello del grande Alessandro, e che da Pitagora esclusivamente in poi l'arte era stata guastata tra le mani de' filosofi; conservandosi pura ed intatta nelle pubbliche scuole dei pratici. In queste circostanze Aristosseno s'impegnò di accreditare l'antico eguale sistema, e dichiararsi contro i pitagorici. Prima di pubblicare Aristosseno questo suo armonico sistema, scrisse anche un Trattato su i maestri più celebri nella Musica, del quale più volte fa egli menzione ne' libri armonici, che ci rimangono. Da questi per altro intendiamo, che nessuno degli antichi maestri aveva scritto di tutta l'arte. Con questa Storia dei musici compositori Aristosseno volle disingannare i riformatori della vecchia armonia, facendo veder loro il gran numero di eccellenti compositori, contro de' quali se la prendevano i pitagorici. Ma ciò non bastò tuttavia a contenerli; imperocchè appena pubblicò Aristosseno i suoi tre libri Armonici, ch'eglino si scatenarono contro a' medesimi; e non potendo mordere l'autore, il quale procede in tutto per via di dimostrazione aristotelica sillogizando, finsero che Aristosseno avesse diviso il tuono in quattro eguali parti cantabili, talmente che in que' libri, che ci sono rimasti, si lagna egli, che siagli stato affibbiato quest'errore, dicendo: “Prima di tutto vogliamo avvertiti i leggitori dell'errore da molti a noi attribuito, per avere questi creduto che noi abbiamo insegnato, che il tuono diviso in quattro parti eguali fosse cantabile; sbaglio che da costoro si è preso per non capire esser cosa assai diversa il prendere la terza parte del tuono per cantarsi, dal cantarsi il tuono in tre eguali parti diviso.” Tuttocchè però Aristosseno facesse così l'apologia di questo creduto errore, Tolomeo l'armonico fra gli antichi, e Rousseau fra' moderni con altri ancora hanno avuta la bontà, per non dire la mancanza di critica, di attribuire ad Aristosseno lo stesso errore, e di riprenderlo del creduto fallo: il che prova, che non si leggono gli autori criticati, o che non s'intendono, quando si esaminano (V. Rouss. Dict. de Mus. au mot Tempérament, p. 500.). Deesi anche avvertire che i tre libri degli Elementi Armonici di questo autore sono nei manoscritti così imbrogliati ed oscuri, che Meursio primo editore del greco originale disperò di poterli riordinare. Meibomio con la sua solita arroganza si credette in istato di poterlo fare, e pubblicò il greco con la sua versione, facendoci avvertiti, che ogni libro era sul fine mancante. Ma egli non si accorse, che gli originali di Aristosseno, da cui tradusse, erano così viziati e rimescolati di modo dagli ignoranti copisti, che l'introduzione dell'opera si trova nel secondo libro con la divisione delle materie, di cui doveva quegli trattare, e nel primo libro si cita il secondo, a cui Aristosseno si rapporta come a primiero; onde sono obbligati i lettori a brancolar nelle tenebre, non ostante che l'Autore riesca chiaro e metodico, unite che sieno bene e a dovere le sue parti. L'accurato critico Wallis (Comment. in Ptolom. harmon.) fu il primo ad avvertire questo disordine, ed il dotto ab. Requeno dà un'idea chiara e precisa del sistema musicale di Aristosseno. Egli fu l'ultimo de' musici di gran merito fra i Greci; incominciando dopo di lui il catalogo de' rinomati Specolativi, come avvenir suole in tutte le arti, già rovinata la loro pratica, o confusa la vera loro idea, per il vanto di nuove mode, o per la diversità de' sistemi. Nella collezione di opere inedite tratte dalla Biblioteca di san Marco in Venezia del ch. ab. Morelli, ed ivi pubblicata nel 1795, trovasi ancora Aristoxeni rythmicorum elementorum fragmenta gr. ac lat. in 8º. Il signor Meiniers (loc. cit.) dice, che abbiamo di questo Scrittore molto più di frammenti di quel che comunemente si crede, e che non se ne ha ricercato finora.

Aristotile figlio di Nicomaco ricco medico di Filippo re della Macedonia, nacque in Stagira nella 99 Olimpiade, 384 anni innanzi G. C., fu discepolo di Platone, e quindi autore di una nuova scuola di filosofia, detta poi peripatetica. Scrisse della musica un libro, ed alcuni problemi sulla medesima, da politico piuttosto, che da filosofo o da pratico. Le liti suscitatesi sull'antico sistema de' suoni armonici erano state accreditate da Archita per la pratica, da Platone per lo studio della fisica, e da un immenso numero di trattati filosofici sull'armonia della società, de' costumi, de' colori nella pittura, sull'armonia delle proporzioni delle statue, degli edifizj, delle leggi, a segno tale, che i filosofi in quest'epoca, quegli eziandio che non furono di setta pitagorici; si rendono inintelligibili, se non si sanno le leggi dei tetracordi, e le altre regole armoniche fondate sopra i numeri de' musici pitagorici. Dall'altro canto i Pratici seguaci del sistema contrario a quello di Pitagora riempivano di diletto gli ascoltatori ne' tempj, ne' conviti, e nei pubblici giuochi. Aristotele, che non voleva discreditarsi co' filosofi, nè rovinare con la sua autorità il credito e l'utilità della musicale educazione; desideroso eziandio, scrivendo di tutto, di non lasciare intatta l'arte musicale, pubblicò un libro e certi problemi pieni di metafisica, e di dettagli sopra le consonanze, in cui egli mostrava di non essere ignorante delle teorie di questa bell'arte, ma non si dichiarava per alcun partito; libro e problemi inutili al ristabilimento dell'antica armonia. Noi più non abbiamo il Trattato della musica di questo gran filosofo, non ce ne rimane che un solo frammento conservatoci da Plutarco nel suo Dialogo sulla Musica. “L'armonia, dice ivi Aristotile, è celeste; la natura ne è divina, piena di una bellezza che rapisce l'anima, e l'innalza sulla sua condizione. Divisibile naturalmente in quattro parti, ha ella due medj, l'uno aritmetico, l'altro armonico. Le sue parti, la loro grandezza e l'eccesso con cui l'una sorpassa l'altra, o ne è sorpassata, si esprimono con numeri, ed hanno un'egualtà di misura: inperocchè i canti si raggirano e sono compresi nell'estensione di due tetracordi.” Kirchero dice, che nella Biblioteca del Collegio romano aveva egli trovato fra gli antichi armonici anche il libro della musica di Aristotele, ma il Fabricio è di parere, ch'egli dinotar voglia più tosto il di lui libro De auditu, ossia dell'Acustica, conservatoci da Porfirio ne' suoi Comenti su gli armonici di Tolomeo; e che il dotto Wallis tradusse in latino (Tom. 3. Op. Mathem. Oxon. 1699.) Aldobrandini celebre letterato italiano vi scrisse un dotto comentario. I Problemi poi di Aristotele di musicale argomento sono compresi in diciannove sezioni: e nella sua Poetica tanto celebre parla ancora diffusamente della Musica, come può vedersi nell'erudito e ben ragionato estratto, che ne ha dato al pubblico l'illustre ab. Metastasio (V. Tom. 13 delle di lui op. ediz. di Napoli).

Arnaud (Francesco d') abbate di Grandchamp, dell'Accademia francese e delle Iscrizioni, nato ad Aubignan presso Carpentras da un maestro di musica, morì in Parigi li 2 decembre del 1784. Abbiamo di lui alcune Memorie lette all'Accademia sopra alcune questioni relative all'antica musica. Egli riguardava i greci, come quelli che formavano un popolo a parte, riunendo alla forza del genio ed alla vivacità dell'immaginazione una squisita sensibilità. L'ab. Arnaud scorgeva tra la lingua, tra le arti della Grecia, i suoi costumi, le sue leggi, la sua filosofia, una catena che univa tra loro tutti questi oggetti, e che è stata rotta dagli altri popoli. Abbiamo in oltre di lui Lettre au Comte de Caylus sur la musique, a Paris 1754, in 8º. Lo spagnuolo Arteaga l'ha inserita per intero nell'ultimo tomo della sua storia delle rivoluzioni. “Questa lettera, egli dice, può chiamarsi un capo d'opera nel suo genere per le eccellenti riflessioni, e per le viste utilissime che racchiude concernenti la filosofia della musica, e delle arti rappresentative. Essa contiene l'idea di un'Opera da eseguirsi intorno alla musica, ma che per isventura della filosofia e del buon gusto non è stata finora intrapresa. Essendo la suddetta lettera divenuta rarissima anche in Francia ho creduto di non poter meglio terminare l'opera mia, che dandola tradotta a' lettori italiani, e corredata d'alcune mie note a maggior illustrazione dell'argomento... L'autore non è men rispettabile per la sua filosofia, che per la sua critica e la sua erudizione.” L'ab. Arnaud vi annunziò il suo entusiasmo per un'arte, che formò le delizie della sua vita. Appassionato ammiratore di Gluck, egli diceva, che il dolore antico era stato ritrovato da questo celebre musico; al che l'ambasciadore di Napoli graziosamente rispose, che in quanto a se amava meglio il piacere moderno. Arnaud, sopracchiamato il gran-pontefice dei Gluckisti, dichiarò la guerra a Marmontel partigiano di Piccini; e l'uno e l'altro la sostennero con degli epigrammi. Egli aveva studiate le arti da filosofo, ne sentiva le bellezze da uomo appassionato, vivamente commosso da tutto quello, ch'era grande, semplice e vero; lodava gli artisti veramente degni di questo nome con entusiasmo che sapeva farne parte agli altri. Il talento nascente non aveva che a comparire a' suoi occhi per essere incoraggito e fatto subitamente conoscere. Il giorno, che lo aveva scoperto era per lui un giorno di allegrezza: egli ne parlava continuamente a tutto il mondo, come si parla di una felicità, di cui si è ripieno; e l'artista ancora oscuro, rimaneva sorpreso di una gloria così pronta, che doveva ad un sol uomo. Egli piaceva agli artisti, perchè parlava loro piuttosto degli effetti, che dei mezzi dell'arte loro: voleva accendere, sovvenire al loro genio, e non guidarlo o prescrivergli delle leggi: così hanno eglino confessato sovente, che la di lui conversazione accendeva il loro entusiasmo, sollevava le loro idee troppo spesso impicciolite o ristrette dagli giudizj e dal gusto degli amatori. I più celebri artisti hanno compianto la sua perdita. Le di lui Opere compite sono state recentemente stampate in Parigi in 4 volumi in 8.º l'anno 1809, ove si trova eziandio un'interessante Memoria su la lira di Mercurio.

Arne (Tomm. Agostino) dottore di Musica e compositore in Londra nel 1730, e ne' seguenti anni, è autore delle migliori opere inglesi. Egli aveva dell'invenzione, della grazia e dell'espressione, nè caricava la sua musica d'inutili ornamenti. Fu il primo ad abolire interamente il da capo nelle arie. Egli era stato dal padre destinato al foro, ma la musica avendo per lui maggiore attrattiva dello studio delle leggi, abbandonò Temi per la musica. Nel 1759, l'università di Oxford lo proclamò pubblicamente dottore in musica. Oltre a molte sue opere per il teatro assai pregevoli, vi ha di lui nove libri di canzonette inglesi, ed il May-Day, cioè la Giornata di maggio per canto e piano-forte. Cessò egli di vivere nel 1778 in età di anni 68. Mad. Arne di lui sposa, allieva di Geminiani era eccellente cantatrice, e morì verso il 1795. Suo figlio Michele Arne fu ancora celebre per alcuni drammi da lui posti in musica, e stampati per suonarsi col cembalo. Egli è morto verso l'anno 1806.

Arnold (Samuele) dottore in musica, compositore della corte del Re d'Inghilterra, ed organista a Londra; egli era nativo della Germania, ed uno de' più degni discepoli e successori di Hendel. Vien riputato universalmente come gran compositore e buon maestro di musica. La guariggione di Saulle, Oratorio, ebbe nel 1767 il più gran successo. I cori di quest'opera principalmente sono inavanzabili. La Risurrezione, Oratorio eseguito nel 1770, ebbe eziandio uno straordinario incontro. Egli ha scritto oltre a quaranta opere per il teatro, che si rappresentano ancora, molti pezzi di musica instrumentale, che si sono pubblicati per le stampe. Nel 1786, incaricossi della grande, e magnifica edizione delle opere di Hendel, adattate per il cembalo. Egli è inoltre autore di un Dizionario di musica in idioma inglese stampato in Londra 1786.

Arnot (Ugo), dotto inglese, publicò nel 1679, in 4º History of Edinburgh, ossia la Storia d'Edimburgo ove si trovano moltissimi curiosi monumenti sulla musica nazionale dei Scozzesi; e l'A. vi fa de' sforzi per provare che gl'italiani medesimi hanno presa la loro musica dai scozzesi.

Arteaga (Stefano) Exgesuita spagnuolo, era in corrispondenza cogli uomini li più distinti nelle scienze, nella letteratura e nelle belle arti: egli stesso possedeva delle vaste cognizioni: scrisse in sua lingua un Trattato sul bello ideale, e dopo l'abolizione della compagnia stabilitosi in Italia pubblicò in lingua italiana Le Rivoluzioni del Teatro musicale italiano dalla sua origine sino al presente, Bologna 1783, e Venezia 1785, tom. 3 in 8º. “Quest'opera, dice l'autore del nuovo Giornale Enciclopedico di Vicenza, mantiene più di quel che promette il suo titolo, che annunzia una storia e non altro. La storia vi è di fatti: ma non arida e stucchevolmente ingrossata da ricerche frivole sopra le date e le vite di questo e quello. Sana critica, libertà, forza di stile, sobria e bene scelta erudizione, lontana da ogni futilità e pedanteria, sono i caratteri di quest'opera, in cui rimane solo da desiderare un poco più di correzione relativamente alla lingua, picciolo neo se si vogliano aver presenti, come è di dovere, i pregi solidi che la qualificano.” Con franchezza maestrevole, e con chiarezza filosofica tratta l'autore dell'indole del Dramma musicale; dell'attitudine della lingua italiana alla musica: della perdita dell'antica armonia e dei primi ripristinatori di cotesta scienza applicata al divin culto: del passaggio ch'essa fece dai Tempj ai teatri, condotta prima dagli stranieri in Italia, indi accoppiata colla poesia drammatica, difettosa da prima e mal adattata alle leggi dell'armonia, resa poscia perfezionabile verso il finir del secolo 15; e della mediocrità della musica teatrale pel corso di lungo tempo sopportata. Passa quindi al secolo d'oro della musica italiana, sviluppa i successivi progressi della melodia: ed i più valenti compositori italiani, le celebri scuole ivi stabilite di canto e di suono passano successivamente la rassegna sotto la penna rapida dell'ab. Arteaga. Non trascura di osservar quindi le cagioni dell'attual decadimento della musica, che egli giustissimamente attribuisce alla mancanza di filosofia nei compositori, e alla decadenza della buona scuola di musica, massimamente in Italia. “I Pratici di questa nazione, egli dice, non hanno considerato finora la musica se non come un affare di puro istinto e d'abitudine, nè si sono innalzati al di là della sua parte grammaticale. I Teorici non si sono occupati che di regole, combinazioni e rapporti fra i suoni; in una parola, della sua parte matematica o dottrinale. Io senza inoltrarmi in così spinose ricerche ho creduto di far conoscere la rettorica e la filosofia dell'arte, quelle parti cioè le più trascurate dai moderni musici, ma le quali io giudico essere le più essenziali fra tutte, poichè c'insegnano l'uso che dee farsi de' mezzi particolari ad ottenere nella maggior estensione possibile il fin generale.” (Avvertim. pag. IX.) Noi esortiamo i professori, e gli amatori tutti di questa bell'arte ad avere ricorso a quest'opera del signor Arteaga per trarre profitto delle vedute veramente filosofiche, con cui egli tratta questa parte cotanto interessante della musica. Oltre a questa così eccellente opera altre ancora ne aveva scritto l'autore, che hanno qualche relazione alla musica. Il suo manoscritto intitolato: Del ritmo sonoro, e del ritmo muto degli antichi, (dissertazioni VIII) doveva essere un'opera della più grande utilità: egli mise in contribuzione i più celebri scrittori dell'antichità, e secondo il parere di più dotti uomini, le sue scoverte sono assolutamente nuove, e molto essenziali all'arte: egli dà un idea nuova e precisa di quel che chiamavasi ritmo presso gli antichi. Sono alquanti anni, che si voleva fare stampare quest'opera a Parma coi caratteri del famoso Bodoni; ma la rivoluzione impedì che questo proggetto fosse eseguito. L'ab. Arteaga dopo quest'epoca aveva accompagnato a Parigi il cav. Azara, ex-ambasciadore di Spagna: egli affidò la traduzione in francese di così bel manoscritto a Mr. Granville; ma la sua morte impedì ancora codesta intrapresa, allorchè era a due terzi della sua esecuzione, a danno e svantaggio della letteratura. L'ab. Arteaga morì in Parigi nel 1799. Il suo confratello e compatriota Requeno il chiama a ragione “un elegante ed erudito scrittore ben noto alla repubblica letteraria per la spiritosa ed elegante sua storia delle rivoluzioni del teatro musicale italiano” (Saggi ec. tom. 2.). Forkel ha tradotta quest'opera in tedesco.

Artusi (Giovanni) canonico regolare della congregazione del S. Salvadore, nato a Bologna nel 16º secolo: studiò le matematiche e principalmente la parte che riguarda l'armonia. A costui dobbiamo I. un eccellente Tratt. del Contrappunto, libro poco comune, ed in cui non ostante i progressi che si sono fatti di poi nell'arte aggradevole della musica trovasi molto per istruirsi: questo fu stampato in Venezia nel 1598 in fol. II. Ragionamento su l'imperfezione della moderna musica, Ven. 1600, 1603, in fol. III. Considerazioni musicali, Ven. 1604.

Ashwell (Tommaso) musico e compositore di Londra, de' tempi di Arrigo 8º, di Eduardo 6º e della regina Maria, verso il 1530. Conservansi ancora, nella scuola di musica di Oxford, molte delle sue opere (V. Hawkins).

Asioli (Bonifacio) nato a Correggio verso il 1760, fu discepolo di Angelo Morigi da Rimini allievo di Tartini. Asioli è oggidì direttore del real Conservatorio di Milano, maestro della cappella reale, ed ha composto un gran numero di capricci, di variazioni, di sonate e di pezzi in ogni genere per il forte-piano. Sono in oltre assai stimate le di lui canzoncine, le notturne ed altri pezzi fuggitivi, ma sopra tutto il superbo Monologo Piramo e Tisbe, con accompagnamento di piena orchestra. Egli è stato tra' primi che si sia provato a porre in musica sonetti, ottave, stanze di versi endecasillabi, e quegli che più d'ogni altro vi sia riuscito: difficoltà, che sembrava pressocchè insormontabile all'Eximeno e all'Arteaga. Nel magazzino di musica di Giov. Ricordi in Milano vi ha di lui impresso il Pigmalione, farsa in musica, ed il Ciclope, cantata a due voci. Tutta questa musica è briosa, bella espressiva e di un gusto eccellente. Egli pubblicò in oltre a Milano nel 1811 Principj elementari di musica addottati dal R. Conservatorio per le ripetizioni giornaliere degli alunni, con tre tavole di esempj, in 8º. Avvengachè vi sia ridondanza anzi che no di tai libri elementari, non pertanto son essi d'ordinario l'opera di mediocri maestri, le di cui cognizioni finiscono laddove termina il loro libro, e che per questa stessa ragione inetti sono a produrre in tal genere un libro utile. Gli elementi musicali del Signore Asioli, ch'egli ha diviso in diciotto sole lezioni, hanno, oltre il merito della chiarezza e della concisione, quello di un metodo analitico e ben ragionato, mercè il quale vie meglio e con maggior facilità s'imprimono nella memoria de' ragazzi le prime nozioni di quest'arte. Sarebbe da desiderarsi che dalla stessa mano maestra e con lo stesso metodo avessimo ancora i principj della composizione, il che formerebbe un corso compito di Elementi-musicali per i Conservatorj.