Banti (La signora): nata a Crema nel 1757, ella è morta in Bologna li 18 febrajo 1806. Era questa donna una cantatrice del primo ordine, che meritato aveva il sopprannome di virtuosa del secolo: recitò da prima donna su i teatri d'Italia, di Parigi e di Londra, ove brillò, per il corso di nove anni, col medesimo successo. Fu aperto il suo corpo, e trovossi che i polmoni avevano un considerabilissimo volume.

Barbaro (Daniele) nobile Veneziano. Questa illustre famiglia è stata la sorgente di più letterati: Daniele seguì le orme de' chiari suoi antenati, non che nell'applicazione alle scienze e alle belle-lettere, ma anche nello zelo per la prosperità ed i progressi de' buoni studj, ne' mezzi che liberalmente somministrava alle persone di lettere, e nella corrispondenza ed amicizia ch'egli trattenne con tutti i dotti uomini del suo secolo. Giulio III, l'anno 1552, il creò coadjutore del patriarcato d'Aquileja, e nel 1563 egli intervenne al concilio di Trento, ove diè grandi pruove di sua dottrina, e morì quindi a Venezia nel 1570, in età di 67 anni. Filosofo, matematico, teologo e letterato insieme, Daniele illustrò colle sue opere le scienze tutte, nelle quali erasi esercitato. Nella copiosa raccolta, che possedeva il P. Martini in Bologna, dei Scrittori di Musica, dice egli stesso esservi un Trattato MS. della Musica di questo autore, scritto in lingua italiana, e probabilmente autografo (Storia ec. tom. 3, p. 449). Egli tratta ancor della Musica nelle sue annotazioni a Vitruvio, di cui diè al pubblico una buona traduzione italiana nel 1566.

Barca (P. don Alessandro) delle scuole pie, pubblico professore di diritto canonico nell'università di Padova, e vice-segretario per le scienze in quell'accademia. Nelle relazioni accademiche dell'ill. ab. Cesarotti due se ne trovano di altrettante memorie ivi recitate dal P. Barca intorno alla Musica, noi le rapporteremo per intero, dar non potendone un saggio più preciso e così ben fatto. La prima Memoria è dell'anno 1783, ed eccone il ragguaglio che ne dà il Cesarotti. “La matematica presiede ugualmente all'armonia metaforica delle sfere, e alla reale della musica. Coltivatore appassionato dell'una e dell'altra facoltà il P. Profr. Barca essendosi proposto di dar una nuova teoria di musica appoggiata a un principio del tutto nuovo e generale, vi preparò la strada con una Memoria preliminare, frutto del suo zelo accademico, la di cui lettura occupò successivamente varie sessioni. Delle due parti in cui è divisa, presenta prima una descrizione del fenomeno dell'armonia e delle consonanze, descrizione che in ogn'altro caso avrebbe potuto omettersi (essendo il fenomeno non punto nuovo) ma che in questo si rendeva necessaria, perchè dal modo con cui viene esposta dal N. A. risulta tale l'effetto delle consonanze semplici, quale finora non fu osservato da alcuno. Tutti i teorici da qualche tempo avevano nell'armonia riconosciuto il basso fondamentale, vale a dire convenivano universalmente nel riconoscere nell'armonia di più suoni un suono principale e dominante sostenuto e rinforzato dagli altri. Ma non s'erano però avveduti che lo stesso appunto accadeva anche nelle semplici consonanze; e che sempre anche in esse i due suoni equivalevano a un solo che l'altro sostiene e rinforza; o se pure l'avevano osservato, era però sfuggito alla comune osservazione esser questo suono ora il grave, ed ora l'acuto dei due, talora, quel ch'è più, in alcune successioni anche di consonanze semplici un terzo diverso dagli altri due: in quella maniera stessa che sempre accade nell'armonia piena di terza maggiore alla terza minore, e alla sesta maggiore, e all'opposto nell'armonia piena di terza minore alla terza maggiore e alla sesta minore. Certo adunque il P. Barca di portar la materia alla più esatta precisione, e di metterla in lume non osservato premise a ragione la descrizione del fenomeno. Di questa, come d'un esatto ragguaglio per paragonar le cause agli effetti, fa uso il N. A. nella seconda parte della sua Memoria, in cui prende ad esaminare le teorie della musica, non però tutte, ma quelle soltanto che appogiate alla semplicità delle ragioni delle consonanze contengono molto di vero, e avendo perciò qualche cosa di comune col suo nuovo principio possono dare alla sua dimostrazione un qualche esterno risalto. Fa egli pertanto successivamente varie opportune riflessioni sulle teorie del Galileo, del Cartesio, dell'Eulero, e del Diderot, le quali riflessioni, oltre al portar l'esame delle suddette teorie a una non comune esattezza, e indicar i difetti di ciascheduna relativi ai proprj loro supposti, danno alfine un risultato uniforme, vale a dire essere insufficiente qualunque teoria di sola semplicità, a render ragione del fenomeno dell'armonia e delle consonanze, come fu dall'A. precedentemente descritto. Questa conclusione sarà il fondamento dal quale dovrà partire il N. A. quando verrà poi a comunicarci il suo nuovo principio teorico d'un'arte che tanto interessa: l'universale ignora quanto debba a quelle scienze astratte e severe, di cui talora più d'uno domanda spensieratamente a che pro? Così è; la società non ha verun'arte non dirò di comodo, ma di delizia e di lusso che non sia dovuta pressochè interamente alle fatiche dei dotti.” La seconda Memoria è dell'anno 1787, e questo è il ragguaglio che ne dà il Cesarotti. “Gustar la musica, egli dice, è dono universal degli orecchi, saper la ragione, per cui si gusta è pregio particolar dello spirito, e pregio così raro che non è ancora ben certo se alcuno il possegga per modo da spiegar adeguatamente tutti i musicali fenomeni. Così certamente non sembra al N.A., il quale da qualche anno si occupa nel rintracciar il principio d'una nuova teoria della musica. Aveva già egli mostrato nella precedente Memoria che in due sole maniere si cercò finora, e doveasi cercar dai filosofi di render ragione delle consonanze e dell'armonia, che l'una si appoggiava all'assuefazione dell'organo, e alla ragione di tale o tal circostanza, coll'altra se ne rintracciava il fondamento nella metafisica del piacere, e nelle immediate sue cause, che alla prima classe appartenevano le teorie di risonanza e di terzo suono, alla seconda le teorie di semplicità di ragioni, le quali tuttochè diversificate nell'esposizione presso il Galileo, il Cartesio, l'Eulero e 'l Diderot hanno però tutte la stessa base, e che finalmente sì l'una che l'altra specie di teorie erano del pari lontane dal presentarci un vero e assoluto principio generatore e spiegator dei fenomeni. Siccome però alla semplicità di ragioni non può assolutamente negarsi una qualche porzion d'effetto, come pur fu mostrato altrove dall'autore stesso; così dietro a questa considerazione spera egli di esser finalmente giunto alla scoperta di cotesto desiderato principio, ch'egli fa consistere nella semplicità combinata colla proporzione. A sgombrar gli equivoci, egli prende tosto a spiegarci cosa egli intenda per proporzione relativamente alla musica e al bello fisico, e avendo nella proporzione presa in generale distinto tre specie di ragionevolezza, di natura, d'instituzione, di convenienza, conchiude che il bello di proporzione non dee cercarsi nelle proporzioni astratte, ma nell'esemplare stesso del bello fisico, con cui quelle non sempre e assolutamente convengono. Quindi perchè l'esemplar fisico abbia la bellezza di proporzione, vi ricerca tre condizioni, commensurabilità nelle parti, relazione fra esse, e ordine proporzional dei rapporti, dalle quali condizioni riunite risulta il massimo effetto del bello musico. La commensurabilità consiste nella semplicità di ragioni, la quale ammettendo il più e 'l meno si propone a misurarla un calcolo proprio; la relazion delle parti, oltre all'ajuto ch'ella deve alla detta semplicità, è non poco sostenuta dai fenomeni delle risonanze e del terzo suono; finalmente la terza condizione dell'ordine dei rapporti è quella che identifica la nuova teoria, e la rende atta a spiegar que' fenomeni, che ad ogn'altra spiegazione resistono. Con queste tre condizioni vengono determinate le ragioni musiche consonanti, e tutti i casi d'armonia consonante per terza maggiore e terza minore, e tutto corrisponde così esattamente al fenomeno delle consonanze e dell'armonia, che sembra quasi il fenomeno, come si esprime l'A., dedotto dalla teoria piuttosto che la teoria immaginata dietro il fenomeno.” Nel primo tomo dei saggi scientifici dell'Accademia di Padova pubblicato nel 1786, si trovano le due Memorie del P. Barca sotto il titolo d'Introduzione ad una nuova teoria di musica.

Bardi (Giovanni de') fiorentino dei Conti di Vernio nel secolo 17º, cavaliere virtuoso e liberale, di gran cuore, di ottimo gusto, di gentilezza somma, di molta cognizione in ogni genere di letteratura e conseguentemente stimatore giusto e amante de' letterati, a' quali ogni ajuto e favore somministrava. Egli riuniva in sua casa i primi uomini nella musica, che erano allora in Firenze, dove passavan le ore non come è il costume de' nostri tempi, in oziose cicalate, in giuoco rovinoso, frutto della trascurata educazione e della pubblica scostumatezza, ma in dilettevoli e virtuose adunanze, ove la coltura dell'ingegno, il non frivolo spirito e l'attica urbanità vedevansi rifiorire insieme col sincero amor delle lettere, e delle utili cognizioni. I loro ragionamenti cadevano per lo più su gli abusi introdotti nella moderna musica, e su la maniera di restituire l'antica da tanto tempo sepolta sotto le rovine dell'impero romano. Fra questi i più celebri erano Vincenzo Galilei, padre del Colombo della nuova filosofia, Girolamo Mei e Giulio Caccini, le di cui dotte opere sulla musica dir si possono il risultato di quelle erudite conversazioni. Il conte di Vernio divenne poi Maestro di camera a' servigi di papa Clemente 8º, e finì i suoi giorni in Roma con la meritata riputazione di gran letterato e di protettor delle lettere. Nel secondo tomo delle opere di Giambattista Doni stampate in Firenze nel 1763, si trova di Giovanni de' Bardi Discorso a Giulio Caccini, Detto Romano, sopra la Musica antica, e 'l cantar bene, pubblicato per la prima volta per opera di Ant. Franc. Gori, e Giovanbatt. Passeri (V. nouv. dictionn. de Bibliogr. par M. Fournier, Paris 1809).

Baron (Ernesto Gottlieb) musico di camera del re di Prussia, nacque a Breslavia nel 1696; dopo aver fatti i suoi studj entrò nel 1728 al servigio del Duca di Saxe-Gotha, e finalmente nel 1730, si stabilì in Berlino, ove due anni dopo fu ricevuto alla cappella reale, alla quale restò attaccato sino alla morte. Egli pubblicò in Berlino nel 1756 Saggio di una dissertazione su la melodia, in tedesco: e nelle Memorie di Marpurg, tom. II, Pensieri sopra diversi oggetti di musica.

Barthelemy (ab. Giangiacomo) nato a Cassis presso Aubagne li 20 Gennaro del 1716; mandato da' suoi in Marsiglia sotto il P. Renaud dell'oratorio vi apprese l'arabo, il siriaco e 'l greco, e vi abbracciò lo stato ecclesiastico, quindi venne a Parigi, ed un viaggio che fece in Italia accrebbe le sue cognizioni. Al suo ritorno l'accademia delle iscrizioni, e la società reale di Londra si diedero premura di annoverarlo tra' loro membri. Le Memorie della prima contengono gran numero de' suoi scritti: si sono stampate a parte molte altre di lui opere, tra le quali la più celebre è quella intitolata, Voyage du jeune Anacharsis, a Paris 1788, 4 vol. in 4º. L'ab. Barthelemy, che aveva profondamente studiate l'arti e le usanze de' Greci, nel terzo tomo tratta a lungo della greca Musica, della sua origine, de' suoi progressi e della sua decadenza all'epoca in cui egli finge il viaggio del suo scita filosofo. Egli impiegò trent'anni nel comporre quest'opera, e non furono perduti. I filosofi, gli storici, gli uomini di gusto vi trovarono tutto ciò che poteva istruirli e piacer loro: stile piacevole, tratti delicati, passaggio felice da un soggetto grave ad un altro più ridente, ricche dipinture, giudizj rapidi e adeguati, erudizione immensa ed assai ben messa in uso. Questi vantaggi così rari in una sola opera l'han posta tra le migliori, che abbia prodotte il secolo decimottavo. Tuttavia il Cesarotti non lascia di farne la seguente critica in una lettera scritta in francese a Mr. Merian. “Io trovo, egli dice, questo libro dell'Anacarsi un poco inferiore alla sua celebrità: non già che non possa a giusto titolo lodarsi, ma parmi che il pubblico non l'abbia messo al suo rango. Egli è una collezione di estratti molto ben fatti di tutto ciò che riguarda i greci: egli è un mosaico faticato con molta maestria, ma non è poi al fondo che un'opera di erudizione scritta con grazia. Io vi veggo il piano di un uomo dotto, e l'esecuzione di un letterato; ma non vi riconosco l'uomo di genio, il filosofo profondo, il critico delicato ed imparziale. Non è, nè un romanzo interessante tessuto su le orme della storia, nè una storia ragionata della religione, del governo e delle arti de' greci; nè un parallelo ingegnoso e piccante de' costumi antichi e moderni. Quel che vie più mi disgusta si è che l'autore facendo sembianza di volermi regalare di tutto questo, e dopo avermi adescato con tale lusinga, mi scappa dalle mani, e mi dà il cambio senza consultar troppo il mio gusto. Cosicchè, per dirla daddovero, ella è un'opera difettosa in tutti i generi. Vi ha, io ne convengo, de' quadri, de' caratteri, alcuni pezzi di eloquenza, ma manca d'insieme, d'azione, d'interesse sì drammatico, che filosofico; tutto vi è interrotto, sdrucito, minuzzato; i fatti più rimarchevoli vengono soffocati da lezioni monotone e da minuti dettagli. Anche fino i viaggi non son regolati da un piano, nè condotti dalle circostanze; si va, si viene, si torna senza che se ne sappia abbastanza il motivo. In oltre egli è desso Anacarsi? e non vi vedete voi già sotto questa maschera il buon abate Barthelemy, che si mostra, e nemmeno egli vuole che si prenda scambio!” Cheche sia di tutto ciò, l'opera è stata tradotta in tutte le lingue delle nazioni culte; in inglese, Londra 1794, 7 vol. in 8º; in italiano, Venezia 1791, 12 vol. in 12º, nel quarto tomo della quale edizione il Traduttore vi ha aggiunta un'Appendice al capitolo dell'autore sulla Musica de' greci: egli dice di avere consultato il codice originale dal secolo 12º o 13º degli Armonici di Tolomeo, che si trova nella Biblioteca de' cisterciensi di san Michele di Murano presso Venezia, e nel quale codice va aggiunto un trattato di Aristosseno sinora inedito, e diverso del tutto da quanto corre sotto a nome di questo scrittore armonico. Il traduttore in questa appendice pretende di dar nuovi lumi sopra questo argomento, che a suo parere mancavano nell'opera dell'autore francese, ma parmi che il lettore possa dire alla fine col Comico: Fecistis probe: incertior sum multo quam dudum. Tra le opere dell'abate Barthelemy un'altra se ne trova, che riguarda la musica: essa è intitolata, Entretiens sur l'état de la musique grecque au quatrieme siecle avant l'ere chretienne, a Paris 1777, in 8º, cioè Trattenimenti sullo stato della musica greca intorno al quarto secolo innanzi l'era cristiana, ove trovansi delle eccellenti riflessioni sulle cause del dicadimento del gusto in quest'arte a quell'epoca. L'ab. Barthelemy non ostante l'alta riputazione di cui godeva, e la saggia sua condotta fu una delle vittime della rivoluzione: egli all'età di 78 anni posto in prigione nel 1793, soffrì senza esser punto commosso la perdita di sua libertà, ed attendeva con serenità e calma la fine de' suoi giorni, allorchè fu reso in seno della sua famiglia. Pochi giorni dopo leggendo la quarta epistola del primo libro di Orazio parve che si fosse addormentato, ed egli più non esisteva. Le lettere il perdettero a' 30 Aprile del 1795.

Bartoli (Daniele) nato a Ferrara nel 1608, fecesi gesuita nel 1623, oratore celebre pel suo tempo; filosofo e purista in materia di lingua, si rese molto commendevole per i suoi talenti, non che per la beltà e nitidezza della sua dizione. Egli pubblicò gran numero di opere tutte in lingua italiana: il suo stile è di un genere nuovo, vivo, energico, solido e piccante, ma troppo ricercato e raramente fluido e naturale: tuttavia egli è riguardato come uno de' più puri scrittori della lingua italiana. Le sue opere che non riguardano la storia, sono state raccolte e pubblicate in Venezia nel 1717, 3 vol. in 4º, tra queste ve ne ha una che ha per titolo: Del suono, de' tremori armonici, e dell'udito, e della quale se ne sono fatte varie edizioni a parte, come in Roma 1672, in 12º; e in Bologna 1780. Quest'opera, che tratta dell'Acustica, non è senza merito. Mr. Chladni (Traité d'Acoustiq. a Paris 1809.) la cita con elogio. Il pad. Bartoli morì nel 1685 in età di 77 anni.

Bartolini (Gaspare) dottore in medicina e professore di anatomia a Copenhague, quivi nato l'anno 1654, è l'autore di un trattato latino De tibiis veterum, che fu impresso per la prima volta in Roma nel 1677, e nello stesso anno a Parigi, e quindi con molte addizioni e con figure a Amsterdam 1679. Egli forma tre libri, che contengono trentasei capitoli. In quest'opera, malgrado la più estesa erudizione, il suo autore illustra solamente tutto l'accessorio, e lascia l'essenziale cinto di folte tenebre; poichè e' insegna quasi tutto quel che si è detto intorno alle tibie o flauti degli antichi, ma non ispiega punto come essi erano fatti, e molto meno in che differivano le loro diverse specie. L'A. era buon grammatico, ma non era musico, e bisogna possedere un'arte per ben comprendere gli autori che ne parlano; soprattutto quando essi non entrano in alcun dettaglio, e riguardano la materia come perfettamente conosciuta. Reca quindi meraviglia come abbia potuto asserire l'ab. Dubos, che, “la matiere a été comme epuisée par Bartholin, dans son traité des instrumens à vent de l'antiquité.” (Reflex. crit. t. 3, sect. 3.)

Bartolomeo, inglese viveva nel decimoquarto secolo; nel 1366 scrisse un'opera col titolo: Liber de proprietatibus rerum, che fu impressa nel 1485, in fol. Hawkins ci assicura, che per la composizione della sua storia della musica, egli ha consultato spesso e con profitto quest'opera, principalmente per quel che riguarda le invenzioni de' nuovi istrumenti di musica, che si fecero in quel secolo di tenebre.

Bartolocci (Giulio) professore di ebreo in Roma, nato nel 1680, a Celleno, ci ha lasciato un'opera intitolata: De hebraeorum musicâ, brevis dissertatio (V. la bibliot. rabbin. in Roma 1693, p. IV;) e de psalmorum libro, psalmis et musicis instrumentis, ibid. p. II. Egli morì in Roma nel 1687. V. Walther.