Prosiegue il critico. Dà egli (Bertini) una nuova definizione della composizione musicale in questi termini. La composizione è l'arte di far della musica. Così un inetto autor di rettorica definito avea l'eloquenza l'arte di far de' discorsi. Questo retore avea certo bisogno di studiar la logica. Quì sua industria stà nel gettar un pò di polvere negli occhi al suo lettore, e sorprenderne l'accortezza. Mette in antitesi la mia definizione con quella del suo inetto retore, e se gli riesce dar così ad intendere che l'una e l'altra manchi alle regole di una buona logica. Vediamolo, mentre egli ne esce con un salto, protestando che in quanto alla definizione del Bertini non si prende la pena di esaminarla.
Perchè una definizione sia compita ed esatta dee ella indicare il genere o la specie prossima a cui la cosa appartiene e la differenza che la distingue da tutte le altre del medesimo genere, o della medesima specie. Quindi vien bene definita la composizione l'arte di far della musica, perchè si contiene prossimamente nel genere d'ogni sorta di musica, e mal si diffinisce l'arte d'inventar dei canti e di accompagnarli con conveniente armonia, poichè questa differenza non la distingue abbastanza da tutte le altre specie di musica, che esser possono senza veruno accompagnamento. Quì non si tratta di Contrappunto, che non è se non un ramo della Composizione, e l'inganno del nostro Critico consiste nel confonder questa con quello, come espressamente lo aveva io avvertito di Sulzer alla pag. XX, del mio Discorso preliminare. Ma egli senza volersi prender la pena di esaminare, vuol far rumore a torto ed a dritto.
Venendo poscia l'autore (egli dice) all'enumerazione delle differenti parti che compongon la musica in generale, considera l'erudizione musicale come parte di quella riguardata quale scienza; ed eccoti in tal guisa confusa la storia colla scienza.
Da che nello scorso settembre uscì nel pubblico il Prospetto del mio Dizionario, per un principio di quell'urbanità e buona educazione, mercè la quale tanto riluce nel suo ordine[2], e nella civile società questo Polifemo della pedanterìa, debaccando da per tutto recava argomenti della mia insufficienza, e ne deduceva a suo modo le prove da quel Prospetto medesimo: tra queste l'invincibile era a suo avviso l'aver io posto la storia nella classe delle scienze. Egli ha avuta una così dolce insieme e superba compiacenza di questa sua critica, che viene ora buonamente a ripeterla in queste delicate riflessioni. Ma se letto avesse il Cancellier Bacone nella divisione, che egli fa delle scienze, trovata appunto avrebbe la Storia nella loro classe riposta: se letto avesse il Discorso preliminare dell'Enciclopedia, il capo d'opera di M. D'Alembert, dove egli dà la genealogia e l'enumerazione delle scienze, vi avrebbe trovata a queste annoverata la Storia. La Chronologie et la Géographie, egli dice, sont les deux rejettons et les deux soutiens de la science de l'Histoire (pag. 57.) E nei suoi Elementi di filosofia: Dans la plupart des sciences, telles que la Physique, la Medicine, la Jurisprudence et l'Histoire, etc. (pag. 41.) Eccoti dunque in tal guisa confusa la storia colla scienza. Ma priacchè egli abbracciato avesse invitâ Minervâ il mestier di Censore, avrebbe dovuto studiar a fondo il soggetto, misurar le sue forze, disaminar bene quid valeant humeri quid ferre recusent, non avventurare a caso ed a tastoni la sua critica, ed esporsi così alle risa degli uomini di buon senso. Ci lusinghiamo, che il passato gli serva di lezione per l'avvenire, e che si guarisca dalla manía di censurare e di scrivere, o che s'impegni almeno a far ciò con più di posatezza e di senno.
All'ignoranza egli unisce ancora la mala fede. Il Sig. Bertini asserisce (sono sue parole) che il sistema del basso fondamentale e dei rivolti del Rameau è stato rovesciato dall'ill. Eximeno. Reca quindi più passaggi di questo autore, dove parla del basso fondamentale, e tronca uno di questi rapportandone soltanto quella porzione, in cui Eximeno trova Rameau degno di lode: in questa maniera vuol egli mostrar falsa la mia asserzione. Ma il basso fondamentale, che insegna l'Eximeno è lo stesso, che quello del sistema di Rameau? e nol confuta anzi chiaramente? Ecco l'intero luogo dell'Eximeno recato a metà dal Censore. Sebben errò, al mio parere, il Sig. Rameau nell'origine e nelle regole del basso fondamentale, è nondimeno degno di somma lode ec. E più espressamente nella sua Introduzione, pag. 55: Il nome di basso fondamentale è stato inventato dal cel. Sig Rameau: e sebbene l'origine e le regole da lui stabilite circa questo Basso saranno in quest'Opera rifiutate, nondimeno s'è ritenuto il nome ec. L'Eximeno tenne parola, rovesciò il sistema nello stesso capitolo citato dal Censore, e ne serbò solo il nome. A che far dunque tanti rumori? In quanto alla dottrina dei rivolti, niuno mette in dubbio la loro utilità, e solo dal P. Sacchi, e dal Bertini, non sognando si sostiene, che il metodo degli antichi su i rivolti per la facilità e chiarezza, che maggiore non potrebbe desiderarsi, è preferibile di molto a quello dei moderni, Rousseau, Rameau, e d'Alembert, i quali colla loro dimostrazione teorica l'hanno anzi che no inviluppato, reso più difficile, e per conseguenza inutile. “Le speculazioni, i discorsi, le dispute, che i moderni ne hanno fatte, e tuttavia ne fanno, quale vantaggio mai hanno arrecato all'arte? In quale parte per essi o più perfetto, o più facile è divenuto l'artificio musicale?” (Sacchi, Lett. a M. Pichl). Se il Censore si fosse presa la pena di comparare il semplicissimo sistema dell'Eximeno intorno ai rivolti a quello intrigatissimo del Rameau, l'avrebbe trovato tutt'altro di quel che dà ad intenderlo, e così svanita sarebbe la di lui maraviglia per quel che dice questo autore in favor de rivolti. Ma egli malignamente confonde l'una cosa con l'altra, miscet quadrata rotundis, e non fa che rumori.
In questa contingenza Bertini (egli prosiegue) dopo d'aver trattato il Rameau come trattansi i grand'uomini da chi non è alla portata di conoscerli, finisce in tali termini, ec. Come ci entra quì contingenza, sel veda egli che ama usar delle parole oltre al senso stabilito dalla convenzione degli uomini. E dopo aver riferite le mie stesse parole, così poi termina: Ecco per tanto Rousseau, e d'Alembert, Condillac ed intere accademie tacciate di presunzione e d'ignoranza di cose musicali. Quì scambia le accademie di scienze per accademie di musica, mentre pretende che quelle non ignorassero le cose musicali. L'onore di questa critica era riserbato all'autore del dizionario l'ab. Bertini. Rameau è l'oracolo del Censore, ed ei dà dell'anatema a tutti coloro che osano contraddirlo in qualche cosa: ipse dixit, e tanto basta. Rameau è il suo idolo, e egli come Don Chisciotte si crede in dovere di brandir la lancia in difesa della sua Dulcinea. Chi contende frattanto al Rameau il titolo di grand'uomo in riguardo a moltissime cose, ch'egli ha scritto utilissime alla pratica? chi niega esser egli stato uno dei più celebri musici della Francia? Il dettaglio dei servigj resi da lui a quest'arte si appartiene all'articolo che di lui verrà fatto a suo luogo: nel Discorso preliminare non si attacca che il suo sistema di teoria musicale, il quale non è più che un sistema, del di cui successo dubitava egli stesso, come può vedersi da due lettere da lui scritte al P. Martini, a cui l'Instituto di Bologna rimesso ne aveva l'esame. Da me non se n'è dato altro giudizio oltre a quello che ne han recato i grand'uomini, e musici filosofi di tutte le colte nazioni, senza eccettuarne gli stessi di lui nazionali non inferiori di merito ai d'Alembert, Rousseau, Condillac, quivi da me riferiti. Costoro, dopo un esame imparziale di quel sistema, non per via di vane declamazioni, e di pedantesca ciarlataneria, armi usate dal nostro ridicolo censore, ma con valevolissime ragioni dimostrato ne hanno l'incoerenza, i difetti, e l'inutilità insieme. Le accademie stesse non sono tribunali infallibili, e i loro giudizj non sono inappellabili, questi debbono riguardarsi relativamente ai lumi dal secolo, in cui sono stati profferiti. Gli elogj e le censure non vanno a numero, ma a peso.
Io so che il buon uomo ha poi le sue ragioni di lodare a torto ed a dritto il gran Rameau. All'ombra di questo celebre scrittore non va egli superbo di essere autore di due lettere di ciarlataneria musicale? e quel ch'è più, ci minaccia anche della terza, e quarta. Come minaccia eziandio di continuare la luminosa sua critica, e le sue sensatissime riflessioni. In quanto a me basta di avere così additato ex ungue leonem.[3] Chechè in avvenire farà, dirà, scriverà contro di me, io profitterò della favoletta del Boccalini. “Un viaggiatore nojato al sommo dal romor delle cicale, come gli saltò in testa di ammazzarle, non fece che sviarsi: se egli proseguiva in pace il suo cammino, le cicale sarebbero morte senz'altro a capo d'otto giorni.”