Martin (Vincenzo), detto lo Spagnuolo, maestro di cappella del principe delle Austrie verso il 1785, nacque in Valenza nella Spagna l'anno 1754. Vien egli con ragione riguardato come uno de' migliori, e de' più graziosi compositori di musica drammatica. Le sue opere sono l'Ifigenia, l'Ipermestra, il Barbaro di buon cuore, 1784, La cosa rara, 1786. Dopo quest'anno sino al 1790, dimorò egli in Vienna, e per ordine del re di Prussia, vi scrisse un'opera per il teatro di Berlino. Il suo Albero di Diana composto in Vienna nel 1787, e la Cosa rara sonosi rappresentate in Palermo nel R. teatro di S. Cecilia con estremo successo. Nel magazino di musica di Ricordi in Milano vi ha di lui impressa la Capricciosa corretta, opera buffa nel 1802. La musica di Martin è brillante, nuova e d'una facilità estrema per l'intelligenza e l'esecuzione.

Martinn (Giac. Gius.), figlio del maestro di musica del principe di Lignè, nacque in Anversa nel 1775. Cominciò a comporre dall'età di 10 anni, e di 12 fece sentire una gran messa in musica, che nel 1793 fu richiesta dalla direzione Batava per l'apertura de' tempj cattolici. Egli si è stabilito di poi in Parigi, e vi è professore di musica nell'imperiale Liceo. Vi sono di lui degli eccellenti quartetti, e nel 1811 annunziò per soscrizione la pubblicazione di dodici gran quartetti da sortire di mese in mese.

Martinelli è l'autore delle Lettere critiche sulla musica pubblicate in 2 vol. nel 1760, che contengono dei dettagli assai interessanti. Hiller nelle sue notizie sulla musica ne ha fatto grand'uso. Nel 1762 se n'è fatta una traduzione francese, che si trova in un libro sotto questo titolo: L'Amateur, ou Nouvelles pièces et dissertations françaises et étrangères, in 12º, parte prima.

Martinez (Marianna) nacque in Vienna verso il 1750 e nella casa stessa, ove abitava il Metastasio intimo amico del di lei padre: così che è una novelletta quel che racconta il nostro Sig. Ab. Scoppa, che ella era la figlia di un giardiniere, che il Metastasio incontrolla piccolina per le strade di Vienna, che tutta gaja e vivace cantava con bella voce e prometteva molto: che l'arresta, l'interroga, la chiede a' parenti e si addossa la cura di sua educazione (Les vrais principes etc. t. 3). Fu ella in vero educata sotto gli occhi di quel gran poeta, ed alla morte del padre suo nulla trascurò perchè ne formasse il cuore e lo spirito. Fornita di un'eccellente voce, fecele ancora apprender la musica: ella ebbe la fortuna di prender lezioni di cembalo e di canto dal famoso Haydn (V. Carpani Letter. 5). Le cognizioni, e la straordinaria abilità che essa vi acquistò in pochissimo tempo compensarono le pene, che si era dato il Metastasio per istruirla, e colmarono di piacere gli estremi anni di sua vita. Riuscì ella non solo peritissima nel suono di varii stromenti e nel canto, ma eziandio nel comporre; dopo il 1773, fu essa annoverata tra' membri della società filarmonica di Bologna. Il d.^{r} Burney, che l'anno 1772 la sentì cantare ed eseguire sul forte-piano alcuni pezzi da lei composti, assicura che gli mancavan le parole per dipingere il suo canto, espressivo del pari e tenero: che ella aveva delle cognizioni profonde nel contrappunto, e tra le altre grandiose di lei composizioni, egli cita un Miserere a 4 voci, e molti salmi tradotti in volgar poesia del Mattei, a 4 e 8 voci, con istrumenti. L'ab. Gerbert nella sua storia (nel 1773) dice ancora, ch'egli possedeva una solenne messa da lei composta nel vero stile di chiesa. Compose eziandio molta musica per camera sulle parole del Metastasio, e mottetti e sonate per cembalo piene di vivacità e di brillanti motivi. Metastasio, che riguardavala come sua figliuola, non la chiamava che la sua S. Cecilia.

Martini (Giorgio Enrico) di Tanneberga nella Misnia, è autore di due buone opere di erudizion musicale, 1. De' conflitti di musica degli antichi; 2. Che i giudizj de' moderni sulla musica degli antichi non possono esser giammai decisivi, Ratisbona 1764, in 4º.

Martini (il P. Giov. Batt.), tenuto con ragione in tutta l'Europa come l'oracolo della musica, nacque in Bologna nel 1706, ed entrò giovane nell'ordine de' conventuali. M. Fayolle, non so a quali memorie appoggiato, dice che il gusto dell'erudizione e l'amore dell'antichità gli fecero intraprendere de' viaggi sino nell'Asia; ciò nol trovo però presso i di lui biografi: chechè ne sia egli si diè interamente alla musica, e prima e dopo che si fosse fatto religioso studiò quest'arte sotto più maestri, tra' quali annovera egli stesso il cel. Ant. Perti. I suoi progressi nella composizione furono così rapidi, che in età di 19 anni fu maestro di cappella del convento del suo ordine in Bologna, posto che egli occupò sino alla morte. Esercitò in questa qualità le funzioni di professore, e la sua scuola, la più dotta tra quelle che a suo tempo esistevano in Italia, ha prodotto un considerabilissimo numero di gran compositori ed artisti di somma rinomanza, che si sono meritati i più brillanti successi; e i più grand'uomini in quell'arte recavansi ad onore e a dovere di chiedere i suoi consigli, e di seguire le sue lezioni; tali furono il cel. Rameau, il gran Jommelli e più altri. Al talento di formare de' buoni allievi, il P. Martini univa quello di comporre una dotta musica. “Ma uomo più d'arte che d'ingegno, dice il Mattei, era come Lucrezio, i di cui poemi al dir di Cicerone, non erant lita multis luminibus ingenii multæ tamen artis: o come Callimaco, di cui diceva Ovidio: Quamvis ingenio non valet, arte tamen, era un Casa e non un Ariosto, se non era felicissimo nel creare un motivo, lo era poi in distender di mille maniere diverse un motivo già creato: secco un poco nell'inventare, abbondantissimo nel mettere in opera.” (Letter. al P. della Valle). Così il Jommelli, intendentissimo ch'egli era in tal materia, diceva che al Martini mancava il genio, e che suppliva coll'arte laddove mancava la natura. Sono ciò non ostante pregevoli le di lui composizioni per la purità, la saviezza e la dottrina che ne fanno il carattere. Ma i primarj titoli della riputazione del Martini sono i Trattati ch'egli ha scritto sopra le diverse parti della musica. Nel 1758 presentò una sua dissertazione all'Accademia dell'istituto di Bologna, di cui era socio, col titolo: De usu progressionis geometricæ in musicâ, che si trova inserita nel 5º vol. de' Commentarj di quell'Accademia; opera più erudita che utile, come quella che ha per titolo: Compendio della teoria de' numeri per uso del musico, 1769. Merita maggior attenzione il suo Saggio fondamentale pratico di contrappunto sopra il canto fermo, Bologna 1774, e Saggio ec. di contrappunto fugato, 1776. Nel primo percorre gli otto tuoni ammessi generalmente nel canto fermo, reca intorno ad ogn'uno di questi un esempio di contrappunto, preso per lo più dalle composizioni del P. Costanzo Porta, e molti esempj di canto fermo fugato del Palestrina: fa a questi delle note per ispiegarli, e vi fa precedere una breve esposizione delle regole di contrappunto. Nel secondo Saggio dà delle regole della fuga e del canone con alcuni pezzi fugati nel genere madrigalesco, e sacri e profani a due dapprima sino ad otto voci, alle volte col basso continuo, e con alcune sue annotazioni. Ciò che vi ha più a lodarsi è senza dubbio la scelta degli esempj estratti da' migliori maestri, e che danno bene a conoscere il genere di lor composizione: tranne questo, secondo l'attuale stato della musica, quest'opera ci sembra d'altronde di un assai mediocre profitto. In fatti, rapporto al contrappunto sul canto fermo, gli esempj citati dal Martini, sono scritti sopra un sistema di tonalità che non è più conforme alla maniera di sentire de' nostri giorni, e che per conseguenza non può essere trattato con successo; riguardo a' pezzi fugati, sono piuttosto de' ricercari anzichè delle fughe propriamente dette, e per conseguenza anche di poca utilità. In quanto al testo, di cui il Martini accompagna siffatti modelli, troppo ristrette ne sono le introduzioni, e perciò inutili a' principianti, che non le capiscono, ed a' maestri, che debbono saperne più di quel che esse contengono. Le digressioni, in cui si spazia fuor di cammino il comentatore, nulla hanno che ne faccia sopportar la lunghezza, e si potrà da tutto ciò inferirne soltanto, che il maggior merito dell'A. in quest'opera, si è di aver dato a divedere ch'egli conosceva perfettamente l'antichità italiana, cioè la migliore scuola de' secoli 16, e 17; e che per la buona scelta de' capi d'opera quivi recati in esempio, è giunto a farla egli stesso apprezzare al suo lettore. Si sa, che il dotto Eximeno levossi contro a questi Saggi del Martini con una ben ragionata critica, sebbene come confessa egli stesso, lascio scorrer la penna con qualche amarezza, che non meritava quell'uomo di singolare dolcezza, e che non ne trasse altra vendetta se non di mostrarglisi bramoso della sua amicizia, e di riporre il di lui ritratto nella galleria da lui formata de' più valenti scrittori, cosa, che quasi mi levò di senno, scrive lo stesso Eximeno, ed avrei voluto gettare al fuoco la penna, anzichè lasciarla trascorrere a nessun tratto, che potesse amareggiare un uomo, che tanta dolcezza d'animo univa a tanto sapere. (Lett. del 1785 al P. Lavalle). La Storia della musica del P. Martini in tre vol. in 4.º merita del pari elogj e censure: quest'opera dà veramente ad ammirare una lettura immensa, una gran profondità di sapere, una prodigiosa erudizione, ed un'eccellente pratica: ella è una vasta collezione di memorie scritte con purità di lingua, e con qualche interesse; ma non vi ha un oggetto fisso, un piano, un buon metodo, nè ombra di giudizio e di critica. Egli si era proposto di compirla in cinque volumi: non sorpassa frattanto l'epoca de' greci nei tre tomi che ne abbiamo, e continuando a quel modo, non glie ne sarebbero bastati trenta e più ancora. Nella mira di proseguire le sue fatiche egli aveva adunato un'enorme quantità di materiali. Possedeva la gran biblioteca musicale del Bottrigari contenente opere assai rare: la generosità del Farinelli gli somministrò de' fondi considerevoli, e lo pose in istato di procacciarsi tutti gli immaginabili materiali. Benedetto XIV con suo rescritto concesse al Martini il poter estrarre que' libri dalla Biblioteca, de' quali abbisognava: l'Imperatrice M. Teresa, il re di Portogallo, il Principe Abate Gerbert lo provvidero in gran copia de' più rari manoscritti. Questi materiali riuniti formavano una biblioteca di oltre a 17 mille volumi, trecento de' quali erano MSS, essi occupavano quattro grandi stanze: nella prima erano i manoscritti, nella seconda e terza le opere in istampa, e nell'ultima le Opere di musica pratica dal rinnovamento della medesima sino al suo tempo. Oltre alle opere già riferite del Martini vi ha ancora di lui: Lettera all'ab. Passeri sulla musica degli Etruschi, 1772; nel 2º vol. delle Opere di Doni in Firenze 1763, Onomasticum seu synopsis musicarum Græcarum atque obscuriorum vocum etc. Molti articoli di musica inseriti in più Giornali italiani, e alcune di lui Lettere pubblicate nelle Memorie di sua vita dal P. della Valle, Napoli 1785; ed oltracciò lasciò egli: Commercio letterario con diversi sopra questioni dell'arte: Giudizio di un nuovo sistema di solfeggio comunicatogli circa 1745 dal Sig. Flavio Chigi Sanese. La dolcezza, la semplicità, e la modestia che formavano il carattere del P. Martini, la premura ch'egli si dava di comunicare a chi ne lo chiedeva, i tesori di scienza e di erudizione, ch'egli possedeva, gli conciliarono la venerazione e la stima universale. Tutti coloro, cui l'amor delle arti conduceva in Italia, venivano a visitarlo in Bologna, e tornavano pieni di sentimenti d'ammirazione e di riconoscenza. Ebbe non pertanto quivi stesso de' malevoli ed anche del numero de' suoi allievi medesimi, che, come se ne lagna egli stesso in una lettera al Sabbatini, tale guerra gli mossero che “levossi affatto dall'Accad. de' Filarmonici per una delle loro solite insolenze fattagli” (Gennaro 1782). Questo valentuomo cessò finalmente di vivere, d'una idropisia di petto a 23 agosto del 1784, in età di 78 anni. G. B. Moreschi pubblicò un'orazione in sua lode recitata nell'accad. de' Fervidi, Bologna 1786, e il P. della Valle le Memorie della sua vita, Napoli in 8vo 1785. Di alcuni canoni berneschi del Martini lepidi e dotti leggasi il Carpani letter. 6, p. 113.

Martini (Giov. Paolo), nato a Freystatt nel Palatinato, passò nel 1757 all'università di Friburgo per istudiarvi filosofia, dopo di avere appreso la lingua latina e la musica. Portossi quindi in Francia, e fermatosi a Nancy il suo talento per la musica e la franchezza del suo carattere gli fecero molti amici, che presero particolar cura di lui. Quivi applicossi mercè la meditazione, e i libri classici de' tedeschi sulla composizione a perfezionarsi nella sua arte. Sotto la direzione di M. Dupont costruttore di organi ebbe la fortuna di aver parte alla costruzione dell'organo della chiesa primaziale di Nancy, di 50 registri, dalla prima disposizione de' materiali sino al compimento totale del medesimo: ecco quel che gli somministrò l'idea della sua opera intitolata École d'orgue, a Paris 1804. Ella è divisa in tre parti, ed ha per iscopo di propagare i talenti degli organisti dietro i sistemi de' più celebri tra costoro dell'Italia e dell'Allemagna; con tanto più di ragione in quanto quest'istromento richiede molta scienza musicale e contribuisce maggiormente a render musica un'intera nazione. M. Martini, dopo una lunga esperienza e i giornalieri esempj, sostiene che l'esecuzione ed il sentire i capi d'opera della musica di chiesa, possono soli formare de' compositori, de' cantanti e delle voci. Nel 1764 egli venne a stabilirsi in Parigi e vi compose una solenne messa a grande orchestra, ch'egli stesso riguarda come una delle migliori sue opere per lo stile, e che si è eseguita per più anni a Vienna per la festività di S. Stefano patrono di quella cattedrale. Entrò quindi come direttore di musica al servigio del principe di Condé, e ne perdette gli onorarj nella funesta rivoluzione del 1789. Nell'erezione del Conservatorio fu egli uno de' cinque ispettori di quella scuola, ed ha composta molta musica sì per chiesa, che per teatro applauditissima in Francia. Egli è il primo che abbia introdotto l'uso di ridurre la musica di più parti a due sole di violino e basso per il forte-piano, il che ne rende più facile e l'esecuzione e l'acquisto, e contribuisce vie più a diffondere il gusto della musica nelle famiglie, e a dilatarne il commercio, che oggidì ne fa uno de' suoi rami principali; ed in ciò è stato egli imitato in tutta l'Europa. Martini diè ancora al pubblico nel 1790, La Mélopée Moderne.

Marzio (Giac. Federico), maestro di musica a Erlang, nel 1786 pubblicò a Norimberga Taschenbuch etc. o Manuale per gli amatori di musica dell'uno e l'altro sesso. Nell'introduzione egli promette di dare in ciascun semestre una collezione di arie, minuetti, wals e di altri pezzi per forte-piano: ed un'altra di brevi dissertazioni su varii oggetti di musica, di biografie e aneddoti di musici, di lettere ec.

Mascardio (Guglielmo) viveva in Italia circa 1400. Bendemaldo in un manoscritto del suo comento al libro di Muris, che si conserva nella libreria del P. Martini, fa di costui menzione come di un musico di grido a' suoi tempi, ma le cui opere sono state avvolte insieme con tanti altri depositi delle umane cognizioni nella irreparabile dimenticanza dei secoli. V. Arteaga T. 1.

Masson, maestro di cappella in Francia sulla fine del sec. 17, di cui abbiamo: Nouveau Traité des regles pour la composition de la musique, 1699, 2 ediz. in 8vo. Quest'opera veniva riguardata come classica all'epoca, in cui non vi era in Francia verun trattato ragionevole sulla composizione, quindi ebbe molte edizioni, di cui la quarta è del 1738.