Millin (Albino-Luigi), membro dell'Istituto nazionale, e noto abbastanza per un gran numero di opere sulle arti e l'antichità. Egli sin dal 1795, ha la cura di compilare una collezione periodica assai preziosa per la storia delle scienze e delle lettere, intitolata le Magasin Encyclopédique, dove molti interessanti opuscoli si trovano relativi alla musica, e di M. Millin e d'altri autori (V. i num. di maggio e di agosto 1810). Egli è anche autore di un Dictionnaire des Beaux-Arts, in 3 vol. in 8vo 1806: ove si trovano molti articoli assai pregevoli sulla musica e sugli stromenti, che per lo più sono tradotti dalla teoria generale delle belle arti di Sulzer.

Minermo musico-poeta greco, di cui Ateneo (lib. 13) parla con somma lode. Inventò egli nelle tibie le diesis quadruntali per cantare il molle pentametro, dulces, reperit sonos, et mollis pentametri cantum. Properzio nella 9ª elegia del 1.º lib. lo fa superiore ad Omero ne' versi amatori. Da questo poeta e da Orazio si conchiude, che le composizioni di Minermo duravano ancora nel secolo di Augusto con gran credito; e Camaleone presso Ateneo (lib. 14) afferma, che i Greci eran soliti a cantare i versi di Minermo non men che quelli di Omero, di Esiodo, di Archiloco, e di Focilide. In un suo Poema egli introdusse il primo le nove muse celesti anteriori a Giove: invenzione, di cui Pausania (Beot.) fece gran conto, e di cui tanto parlarono i grammatici del cinque cento. Frequentando Minermo, benchè già vecchio, le allegre adunanze, e' conviti de' grandi, abbandonò la severità del costume propria allora sempre de' musici; e nella più inoltrata età fu colpito dall'amore della cantatrice Nano. Il povero vecchio sentendosi ringiovenire, acceso d'insolito fuoco ravvivò l'ardore pel canto, e compose e notò in vaga musica canzoni piene di quelle delicatezze, di cui abbondano i feriti cuori. Ma divenuto l'oggetto de' scherzi di spiritosi giovani disingannossi della sua sognata felicità, e diessi a comporre della musica sopra più serj soggetti; così Stobeo cita di lui un'egloga, il di cui argomento era non doversi in modo alcuno collocar negli amori la felicità dell'uomo; trovandosi nelle vicende di questa passione più tormento che piacere. Secondo Laerzio (in vitâ Solon.) fu egli contemporaneo di Solone, visse cioè sei secoli innanzi l'era comune (V. Requeno tom. 1).

Mingotti (Regina) nacque in Napoli circa 1726, da un padre uffiziale al servigio dell'Austria, che bambina di pochi mesi seco la condusse a Gratz nella Silesia; alla di lui morte un suo zio la mise in un Convento di Orsoline, dove apprese la musica: a 14 anni di sua età ella tornò in casa di sua madre, e la sua bella voce e la grand'arte con cui la regolava, fecele al mondo la più brillante fortuna. Sposò pochi anni dopo il Sig. Mingotti veneziano, impresario del teatro a Dresda: Porpora, che era allora al servizio del re, la produsse come una giovane delle più belle speranze, e per la sua raccomandazione le si offrì di cantare in quel teatro insieme con la cel. Faustina moglie del Sassone. Gli applausi e la riputazione, che quivi acquistossi pe' suoi talenti, la resero celebre anche fuori, e al di là delle Alpi. Essa fu invitata in Napoli a cantare sul gran teatro di S. Carlo nel 1750, e passando per Vienna ottenne dal Metastasio una commendatizia alla Principessa di Belmonte: egli la chiama nella sua lettera, uno dei più distinti ornamenti della schiera canora di Dresda. Ella si era applicata con tanto zelo allo studio della lingua italiana, che allorquando cantò per la prima volta la parte di Aristea nell'Olimpiade del Galuppi, sorprese gl'Italiani sì per la purezza della pronunzia, come per il suo canto melodioso, e la sua maniera espressiva e naturale. I teatri di tutte le grandi città della Germania, della Francia, dell'Inghilterra e dell'Italia risuonarono degli applausi dovuti alla sua arte. Nel 1763 ella ritirossi a Monaco nella Baviera, dove godeva della stima generale della corte e della città. Burney la sentì colà nel 1772, ella conservava ancora tutta la bellezza della sua voce, e ragionava sulla musica con molta profondità e giudizio: cantò dinanzi a lui per quattro ore intiere, accompagnandosi ella medesima sul forte piano. La sua conversazione era gaja e piacevole, parlava il tedesco, il francese e l'italiano con tanta perfezione, che riusciva difficile il distinguere qual fosse il suo patrio idioma. Nella galleria di Dresda vedesi il di lei ritratto dipinto da Rosalba a pastello ad essa rassomigliante mentr'era giovane (V. Burney's Travels, tom. II, p 111).

Minoja (Ambrogio), uno de' più celebri maestri d'Italia d'oggi giorno, e membro onorario del conservatorio di Milano, nacque a Lodi nel 1752. All'età di 14 anni cominciò per suo diporto a coltivare la musica, e la professò meno per necessità che per gusto. Fece il suo corso di studj in Napoli sotto la direzione di Sala; e tornato alla sua patria, fu il successore del cel. Lampugnani, come primo maestro di cembalo al teatro della Scala in Milano. Egli compose allora alcuni pezzi di musica strumentale, sei quartetti col titolo di Divertimenti della Campagna, e due opere serie, una pel teatro di Argentina in Roma, mentre colà soggiornava, e l'altra per quello della Scala, in Milano, ove al suo ritorno fu scelto maestro di cappella dei Padri della Scala, e diessi interamente alla musica di chiesa. Poco tempo dopo, l'armate francesi occupato avendo l'Italia, riportò egli il premio d'una medaglia d'oro del valore di 100 Zecchini, per una marcia e una sinfonia funebre in onore del gen. Hoche; scrisse ancora due messe di Requiem che si conservano negli archivj del governo: un Veni creator e un Te Deum, che fu eseguito nella cattedrale di Milano da un'orchestra di 250 musici. Egli ha fatta la musica di molti Salmi a più voci, con accompagnamento di pochi stromenti, in cui la scienza nulla pregiudica all'espressione ed al gusto. Minoja in oltre è autore di alcune Lettere sul canto, Milano 1813. L'opera è divisa in tre parti. Tratta la prima dello scopo del canto, quale, secondo lui, consiste in commovere, ed istruire gli uditori per mezzo dell'espressione. Nella seconda s'occupa egli del gusto che ha regnato nella musica vocale ad epoche differenti del secolo passato. Nella terza finalmente i principali ed i più proprj mezzi vengono esposti, atti a formare il canto, come l'intuonazione, il solfeggio, le grazie, la pronunziazione, e la qualità del tuono (V. Giorn. Italico, Londra dicembre 1813).

Mirabeau (Gabr. Riquetti, conte de). A questo grand'oratore vien'attribuito un opuscolo di 95 pagine relativo alla musica: Le Lecteur y mettra le titre, Londra 1777, in 8vo (Veggasi Dictionaire des anonymes de M. Barbier, t. num. 34, 27). Questo scritto è pieno di eccellenti viste sulla musica stromentale, e contiene l'analisi ragionata di una gran sinfonia di Raimondi col programma di Avventure di Telemaco eseguita in Amsterdam li 15 gennaro del 1777.

Mirabella (Vincenzo), nobile siracusano, dell'Accademie di Roma e di Napoli, assai dotto nelle belle lettere e nella musica, morì in Modica nel 1624. Molti de' suoi scritti sulla musica trovansi impressi in Palermo nel 1603; come nel 1606, il primo libro de' suoi madrigali.

Misliwechek (Giuseppe), detto il Boemo in Italia, era nato in un villaggio vicino a Praga, ove secondo l'uso delle scuole di campagna nella Boemia ebbe le prime lezioni di musica. Questa prima istruzione svegliò i suoi talenti e 'l suo amore per la medesima, cosichè immediatamente dopo la morte di suo padre portossi in Praga, per prendervi le lezioni del cel. Segert, che quivi allora dimorava. Egli si applicò a questo studio con tanto zelo e successo, che poco dopo compose sei sinfonie che furono generalmente applaudite. Animato da questo primo buon incontro, nel 1763 partì per Venezia, e vi studiò il contrappunto sotto il maestro Pescetti: quindi si rese a Parma, ove scrisse la sua prima opera, che piacque talmente che fu chiamato in Napoli. Il Bellerofonte, ch'egli vi scrisse per il giorno natalizio del re Ferdinando, lo rese così celebre, che per un intero decennio compose nove opere per quel teatro; tra le quali si distingue l'Olimpiade da lui scritta nel 1778, principalmente per l'aria Se cerca, se dice, che vien riguardata universalmente come un capo d'opera. A Venezia, a Pavia, a Monaco ebbe del pari una favorevole accoglienza. Ma la fortuna cominciò a voltargli le spalle nel 1780, allorchè diede in Milano la sua Armida che spiacque al segno, che dovette cambiarsi la musica sin dalla prima rappresentazione, nè altro si ritenne della sua che un'aria di bravura cantata dal Marchesini. Andò quindi in Roma, ed incontrò anche peggio nell'opera che vi scrisse: egli morì quivi nell'estrema miseria a' dì 4 febrajo del 1782 di 45 anni. In Italia aveva scritto oltre a 30 opere, molti oratorj, sinfonie e concerti. Dodici delle sue overture sono state impresse in Germania. Nelle biografie degli uomini celebri della Boemia e della Moravia si trova il suo ritratto.

Mitzler de Kolof (Lor. Cristiano), fece i suoi studj nel ginnasio di Anspach, e sin da fanciullo apprese i principj della musica e 'l canto sotto Ehrman. Dopo il 1734 consacrossi alle scienze nell'università di Lipsia, e due anni dopo vi diè un corso pubblico di matematiche, di filosofia, e di musica. La lettura degli scritti di Mattheson, l'assidua sua frequenza al concerto musicale di Lipsia, ma soprattutto la conversazione del gran Bach, formato avendo il suo gusto, egli volle innalzar la sua arte alla dignità d'una scienza mattematica. Nel 1734, pubblicò a tal disegno la sua dissertazione Quod musica scientia sit. Nel 1738, co' soccorsi del conte Lucchesini, e del maestro di cappella Bümler, stabilì una società corrispondente di scienze musicali, di cui fu nominato secretario: tutte le memorie dovevano indirizzarsi a lui. Il catalogo de' membri di questa società, e i di lei statuti trovansi nella Biblioteca di musica. Il primario scopo della sua biblioteca era la teoria musicale. Nel 1740, egli avventurò alcuni saggi d'odi da lui composte, la di cui mediocrità mosse le risa di tutti. In uno scritto di quel tempo per via di smodati encomj si misero in ischerno le sue composizioni musico-matematiche, ed egli ebbe tuttavia la debolezza di crederli sinceri, e di rispondere a quelle finte lodi con ringraziamenti nella sua Biblioteca. Finì costui i suoi giorni in Varsavia col titolo di matematico della corte di Polonia, nel 1778. Le sue opere di teoria musicale sono: Dissertatio quod musica scientia sit, et pars eruditionis philosophicæ, Lipsiæ 1734 in 4º. Biblioteca di musica, in tedesco, o notizie esatte ed analisi imparziali di libri e scritti sulla musica, 3. vol., in 4º 1738-1754. Gli elementi del basso continuo, trattati secondo il metodo matematico, e spiegati per mezzo di una macchina, inventata a tale effetto, Lipsia 1739 in 8vo. Lo speculatore in musica, che scuopre amichevolmente i difetti de' musici ec. Questa specie di Giornale comparve nel 1748, in 8vo. Alla fine del medesimo aggiunse egli la traduzione dall'Italiano dell'Avviso a' compositori ed ai cantanti di Riva, residente del duca di Modena in Londra. E la Traduzione dal latino del Gradus ad parnassum di Fux, con note, Lipsia 1742, in 4º.

Mojon (Giuseppe), dottore in medicina, membro dell'Istituto nazionale ligure, e professore di chimica nell'università di Genova; delle molte opere ch'egli ha dato alla luce non faremo menzione che di quella, cui diè il titolo di Memoria sull'utilità della musica, sì nello stato di salute, come in quello di malattia, Genova 1802. Il D. Muggetti, medico-chirurgo di Pavia, e membro corrispondente della società medica d'emulazione, e della galvanica di Parigi, ne ha pubblicata una traduzione francese, Parigi 1803, in 8vo con alcune sue annotazioni. Nella sua prefazione egli dice di avere intrapresa l'intera traduzione di quella Memoria, non essendo, suscettibile di estratto, a motivo dell'estrema sua concisione, che non permette di toglierne una sola parola; Io desidero che la mia fatica, le osservazioni e riflessioni dell'autore render possano più comune l'impiego della musica a preferenza delle droghe, a cui spesso ripugna la natura, e che il più delle volte ancora sono di notabil danno in certe malattie nervose, e soprattutto nell'ipocondria e in diverse altre specie di delirio; se questa massima fosse stata ben ponderata da' medici, il filosofo di Ginevra non avrebbe contro di loro avanzato quel sarcasmo, dicendo: Io non sò di quai mali ci guariscono; anzichè ce ne regalano dei più funesti ancora, la pusillanimità, la lassezza, la credulità, il terror della morte; se guariscono il corpo, essi uccidono il coraggio.

Molineux (d.^{r} Tommaso), inglese, di cui vi ha nelle Transazioni filosofiche del 1702, num. 283, a Letter etc., cioè Lettera al Rev. Saint-George, Vescovo di Clogher in Irlanda, sopra alcuni dubbj intorno l'antica lira de' Greci e de' Romani, colla spiegazione d'un passo oscuro di un'ode di Orazio.