Morellet (l'abb. Andrea), di Lione, pubblicò uno scritto, cui diè per titolo: De l'expression en musique, pieno d'ingegnose idee sulle belle arti in generale, ed in particolare sulla musica. Si trova negli Archives littéraires, tom. 6, e nel Mercurio di novembre 1771.

Moret de Lescer, maestro di musica francese a Liegi, nel 1768, pubblicò in un vol. in 4.º Science de la musique vocale. Nel 1775 comparve al pubblico un prospetto di un'altra sua opera, ch'egli aveva già terminata in 13 vol. in 8vo, ciascuno di 400 pagine, col titolo di Dictionnaire raisonné, ou histoire générale de la musique et de la lutherie, con diversi rami, ed un piccolo dizionario di tutti i gran maestri di musica ed artisti che si sono resi celebri per il loro genio, ed i loro talenti (V. l'Esprit des Journaux, septembre 1775).

Morigi (Angelo) da Rimini, degno allievo del Tartini e primo violino del teatro di Parma, ove morì nel 1790. Il cel. maestro Bonifacio Asioli si reca a gloria di essere stato suo discepolo. Morigi è autore di più opere di sonate e concerti di violino, che sono state impresse; la terza di queste comparve in Amsterdam nel 1752, composta di sei concerti.

Mortellari (Michele), nato in Palermo nel 1750, fu allievo nel Conservatorio de' figliuoli dispersi del Muratori, ove diè a divedere di buon'ora la vivacità del suo talento, e la felicità nel comporre. Assai giovane portossi in Napoli, ed ebbe alcune lezioni del cel. Piccini. Scrisse quindi la musica di più opere in Roma, a Milano, in Modena e a Venezia, che ebbe felicissimo incontro. Il d.^{r} Burney parla di una Armida di Mortellari, da lui sentita nel 1786, nella quale egli loda, come in tutte le altre composizioni di questo maestro, l'eleganza unita all'energia delle idee musicali (Travels etc.) Il costui figlio, anche buon maestro di musica, si è stabilito in Londra, ove secondo il D.^{r} Pananti è molto stimato. “Mortellari, egli dice, è giovane professore pieno di talento e di gusto, e scrive con molta grazia.” V. il Poeta di teatro, t. 2, a Londra 1809 nelle note, p. 295.

Mosca (Luigi). Napoletano, si è acquistato in Italia la riputazione di un valente compositore, per le opere buffe specialmente ch'egli vi ha scritto, come il Sedicente filosofo, farsa; Chi si contenta gode; Chi troppo vuol veder diventa cieco; La sposa a sorte; Velafico e limella, drammi burleschi che si trovano presso il Ricordi in Milano. Nel 1805 venne egli in Palermo, dove scrisse la musica del Gioas, oratorio per il R. teatro di S. Cecilia, che ebbe qualche successo, ed una messa a piena orchestra per la solenne professione d'una figlia dell'Ecc. Sig. Duca Lucchesi-Palli. Giuseppe Mosca, fratello di Luigi, è ancora un buon maestro di musica stabilito in Parigi, ove ha scritto per quel teatro, detto dell'Opera Buffa, la Ginevra di Scozia nel 1805, e la vendetta feminina nel 1806.

Mozart (Giov. Crisost. Volfango Teofilo, da altri detto ancora Amedeo) nacque a Salisburgo li dì 27 Gennaro 1756 da Leopoldo Mozart, maestro della cappella di quel principe arcivescovo, di cui si dirà in appresso. Aveva appena tre anni, quando suo padre cominciò a dar lezioni di cembalo alla di lui sorella in età allora di 7 anni. Mozart palesò ben presto le sue sorprendenti disposizioni per la musica: era suo diporto il cercar le terze sul cembalo, e il maggior suo contento imbattersi in quell'armonioso accordo. All'età di quattr'anni imparò, come per ischerzo, alcuni minuetti e altri pezzi di musica, e fece de' progressi sì rapidi, che a cinque anni componeva di già de' piccoli pezzi di musica, che suonava a suo padre, e che costui si dava cura di scrivere. Il gusto dello studio prese allora su di lui tale ascendente, che davasi tutto senza riserba alle occupazioni che gli venivano prescritte, e i suoi progressi nella musica divenivan sempre maggiori. Suo padre tornando un dì dalla chiesa con uno de' suoi amici trovò suo figlio occupato nello scrivere. Che fai tu dunque, cuor mio? gli dimandò. Compongo un concerto pel cembalo; e sono quasi al fine della prima parte — Vediamo un pò questo bel scarabocchio — Se mi permettete, io prima il finisco. Il padre intanto prese la carta, e diè a vedere all'amico quella guerra di note, che potevasi appena diciferare per le gran macchie dell'inchiostro. I due amici risero dapprima come d'una bambocceria, ma il padre avendola bene osservata, Ve' dunque, disse al figliuolo, come la tua composizione va tutta bene secondo le regole; ma il malanno si è che non può farsene uso perchè troppo difficile, e chi potrebbe mai sonarla? Ma egli è questo un concerto, ripigliò il fanciullo Mozart, e bisogna studiarlo finchè si giunga a sonarlo bene. Sentite un pò come deesi eseguire. E cominciò egli tosto a suonare, benchè non vi fosse riuscito che quanto bisognava per far vedere quali fossero le sue idee. Allorchè fu egli all'età di sei anni, tutta la famiglia Mozart, composta del padre, della madre, della figliuola e di lui, si rese a Monaco nella Baviera. L'elettore sentì i due ragazzi, e ne ebbero degli elogj e degli applausi senza numero. Nell'autunno del medesimo anno 1762, i due piccoli virtuosi furono presentati alla corte imperiale, ove trovavasi allora il famoso Wagenseil. Mozart che sapeva già preferire a tutto l'approvazione di un gran maestro, pregò l'imperatore che lo facesse venire, come colui che ben se ne intendeva. Francesco I fece chiamare Wagenseil, e gli cedette il suo luogo presso al clavicembalo. Signore, gli disse allora il virtuoso di sei anni, io sonerò uno de' vostri concerti, bisogna che voi mi voltaste i fogli. Sino allora Mozart non aveva sonato che il cembalo, ma il suo genio non abbisognava di lezioni: egli aveva riportato da Vienna a Salisburgo un piccolo violino, e si divertiva con questo stromento. Wenzl, valente violinista, venne a trovare Mozart il padre per consultarlo intorno a sei trio, che aveva di recente composti. Il padre doveva suonare il basso, Wenzl il primo violino, ed il secondo Schachtner; ma il piccolo Mozart importunò talmente per far quest'ultima parte, che suo padre consenti a lasciargliela sonare sul suo violinetto. Era questa la prima volta che lo sentiva; ma quale fu la sua sorpresa, o la sua ammirazione piuttosto, quando vide ch'egli ne uscì a maraviglia. Nel luglio 1763, nei settimo anno per conseguenza di Mozart, la di lui famiglia intraprese il suo primo gran viaggio fuori della Germania, e fu allora che si sparse per tutta l'Europa la riputazione del musico fanciullo. Fecesi ammirare primamente a Monaco, e successivamente in tutte le corti elettorali. Nel mese di novembre giunse a Parigi: suonò egli l'organo a Versailles dinnanzi tutta la corte, nella cappella del re. Gli applausi fatti a lui ed alla sorella in Parigi giunsero sino all'entusiasmo. Venne inciso il ritratto del padre e de' due fanciulli, e Mozart di sett'anni allora compose quivi e pubblicò le due sue prime opere. Nel 1764, passaron eglino in Inghilterra, e vi ebbero il medesimo incontro alla corte e alla capitale. I due ragazzi cominciarono d'allora a suonar da per tutto su due cembali de' concerti a dialogo. Si mettevano dinnanzi a Mozart differenti pezzi i più difficili di Bach, di Hendel e di altri, ed egli li eseguiva a primo colpo d'occhio con la possibile giustezza e nella convenevole misura. Durante il suo soggiorno in quell'Isola, egli compose in età di otto anni sei sonate, che dedicate da lui alla regina furono impresse in Londra. Ritornarono in Francia nel 1765, e si resero in Olanda, ove Mozart compose una sinfonia a piena orchestra per il possesso del principe d'Orange. Al suo ritorno in Germania, l'elettor di Baviera gli propose un tema musicale per istenderlo subitamente senza servirsi nè di violino, nè di cembalo; egli lo fece in presenza dell'elettore: lo sonò di poi, e riscosse l'ammirazione del principe e di tutti gli astanti. Tornato a Salisburgo sulla fine del 1768, Mozart si diede con un nuovo ardore allo studio della composizione. Emmanuele Bach, Hasse ed Hendel furono sue guide e modelli, senza trascurar non per tanto gli antichi maestri italiani. Suo padre che era anche teorico, gli diè lezioni di contrappunto. Nel 1764 i due fanciulli suonarono in Vienna dinanzi l'imperatore Giuseppe II, che diè a comporre a Mozart di undeci anni la musica di un'opera buffa. Ella era la Finta semplice, che ebbe l'approvazione di Hasse e di Metastasio, benchè non fu poi rappresentata. L'anno d'appresso all'apertura della chiesa della casa degli orfani, compose egli la musica della messa, e del mottetto: e la diresse egli stesso alla presenza della corte imperiale. Nel dicembre del 1769, suo padre partì con lui solo per l'Italia, ed egli è facile lo immaginarsi come il giovinetto virtuoso dovette esser quivi ben accolto, nel paese ove la musica e tutte le arti sono generalmente coltivate. “Quel maestro d'ingegno, dice il Carpani (Lett. 5), scrisse la sua prima opera in Milano all'età di 13 anni in concorrenza dell'Hasse, il quale diceva in udirlo: questo ragazzo ci farà dimenticar tutti.” In Bologna il cel. P. Martini ed altri rinomati professori di musica davano in trasporti nel vedere con qual maniera il ragazzo Mozart sviluppava i più difficili soggetti di fuga, e senza esitare un momento li eseguiva sul cembalo con tutta la precisione possibile. Dopo d'aver fatta in Firenze la medesima sensazion, giunse in Roma nella settimana santa. La sera del mercordì si portò con suo padre nella cappella Sistina, per sentire il famoso Miserere, di cui era vietato sotto pena di scomunica il dare o prender copia. Prevenuto di questo divieto, l'udì egli con tale attenzione, che tornando in casa, lo notò intieramente. Fu eseguito la seconda volta il venerdì santo: nel tempo dell'esecuzione egli tenne la musica manoscritta nel suo cappello, e ciò gli bastò per farvi alcune correzioni. Questo aneddoto fece molto romore in Roma, ed in un concerto cantò egli questo Miserere accompagnandosi col cembalo: il primo soprano, che cantato l'aveva nella cappella, riconobbe con sua sorpresa, che la copia ne era compita e fedele. Passò in Napoli, e al suo ritorno in Roma, il papa, che il volle vedere, lo creò cavaliere dello speron d'oro. Nel passar nuovamente in Bologna, egli ricevette una distinzione più lusinghevole. Dopo le prove requisite, alle quali soddisfece con sorprendente prontezza, fu unanimamente nominato membro della Società filarmonica. Secondo il costume, fu egli rinchiuso solo, dopo avergli dato a comporre un'antifona a 4 voci, il di cui soggetto era d'una difficoltà proporzionata all'idea che si era formata del suo talento: ed egli terminò a capo di mezz'ora. A Milano scrisse di ritorno il Mitridate, opera seria, nel carnovale del 1771, e vi si replicò oltre a venti sere di seguito. Per giudicare del suo successo, basta il sapere che l'impresario fece ben tosto con lui un'accordo per iscritto con l'obbligo di scrivere la prima opera dell'anno 1773; egli non aveva allora che quindici anni. Il dramma fu Lucio Silla, che riuscì non meno del Mitridate, ed ebbe 26 rappresentazioni consecutive. Nel 1771 egli aveva scritto colà Ascanio in Alba, e nel 1772 a Salisburgo il Sogno di Scipione, per l'elezione del nuovo arcivescovo. Chiamato quindi a Vienna, a Monaco ed altrove, tra le altre opere compose la Finta Giardiniera, musica burlesca; due solenni messe per la cappella dell'elettor di Baviera, e per il passaggio dell'Arciduca Ferdinando a Salisburgo il Re Pastore: ciò fu nel 1775. Egli era giunto al colmo della sua arte: la sua gloria si era sparsa in tutta l'Europa, e non aveva che diciannove anni. L'elettore di Baviera ordinogli di scrivere l'Idomeneo pel teatro di Monaco: egli ne compose la musica co' più favorevoli auspicj: aveva allora venticinque anni, e quel che gliela inspirò fu l'amore da lui concepito per la persona che sposò poco dopo. Questa passione e 'l suo amor proprio raffinati ad un estremo grado, fecero produrgli un'opera ch'egli riguardò sempre come una delle migliori, e di cui spesso ha preso egli in imprestito alcune idee nelle posteriori sue composizioni. Da Monaco Mozart si rese a Vienna, dove entrò al servigio dell'Imperatore, a cui rimase finchè visse attaccatissimo: e sebbene non ne ricavasse che un molto tenue trattamento, ricusò egli costantemente le offerte vantaggiose che gli vennero fatte da altri sovrani, e precisamente quella del re di Prussia. Fra questo tempo sposò egli madamigella Weber, virtuosa di un particolare merito, ed ebbe da essa due figli. Giuseppe II incaricò Mozart di mettere in note il Matrimonio di Figaro, che trionfava allora su i teatri tutti. Questa musica occupò il teatro di Praga l'intero inverno del 1787; egli compose quivi per i Boemi il Don Giovanni Tenorio, il di cui successo fu eziandio più brillante di quell'altro dramma. Il Don Giovanni non fu molto ben accolto in Vienna nelle prime rappresentazioni. Se ne parlava un giorno in una numerosa adunanza, dove trovavasi la più parte de' conoscitori della capitale, tra' quali Haydn. Tutti eran di accordo nel dire ch'ella era questa una pregevolissima opera, di ricco genio, e d'una brillante fantasia; ma ognuno vi trovava ad opporre qualche cosa: avevano tutti profferito già il lor sentimento, eccetto l'Haydn. Mozart, non era presente: fu pregato dunque costui a dir quel che ne sentiva. Io non sono in istato di giudicare questa contesa, disse egli colla sua usata modestia: Quel che so si è, che Mozart è il più gran compositore che esista al presente. Ben solenne testimonianza diede altresì l'Haydn del concetto in che teneva il Mozart, allorchè nell'incoronazione di Leopoldo II fu chiamato a Praga per comporvi in concorrenza del suddetto. Egli disse allora, che dove scriveva un Mozart, Haydn non poteva mostrarsi. Questo generoso e modesto rivale “non lasciava mai di correre e sentire la musica di Mozart, ovunque sapeva eseguirsene. Mi diceva (scrive il Carpani) d'aver sempre imparato qualche cosa ogni volta che udito aveva le composizioni di quel talento prodigioso.” Mozart agiva nella stessa maniera riguardo all'Haydn: egli dando alla luce i suoi quartetti non solo li dedicò a questo grand'uomo, ma nella dedica ingenuamente confessa d'avere da lui imparato come da maestro. Mozart infatigabile sino alla tomba, negli ultimi mesi di sua vita produsse i suoi tre capi d'opera: il Flauto magico che è il più sublime modello d'ogni musica drammatica, la Clemenza di Tito, e la famosa Messa di Requiem, che potè appena terminare. La storia di questo Requiem è molto singolare. Un giorno che Mozart era immerso, secondo il suo costume, nelle sue malinconiche meditazioni, sente fermare una carrozza alla sua porta. Se gli annunzia un incognito, che chiede di parlargli. Si fa entrare: era questi un uomo d'una certa età, che aveva tutte le apparenze d'una persona di distinzione. Io sono incaricato, disse quel forestiero, da un uomo di gran considerazione di venire da voi. Chi è costui?, interruppe Mozart — Egli non vuol esser conosciutoBenissimo, e che brama egli?Vien questi di perdere una persona a lui molto cara, e la cui rimembranza gli sarà sempremai preziosa: vuol celebrare ciascun anno i suoi funerali, e vi prega a comporre un Requiem per tal funzione. Mozart s'intese penetrar vivamente da questo discorso, dal tuon grave con cui proferivasi, dall'aria misteriosa di tutta cotesta avventura. La disposizione del suo animo accresceva vie più siffatte impressioni, e promise di fare il Requiem. Proseguì l'incognito: Impiegate in quest'opera tutto il vostro genio: voi faticate per un buon intendente di musica.Tanto meglio.Quanto tempo vi abbisogna?Quattro settimaneEh bene! io tornerò da qui a questo tempo: qual prezzo esiggete voi della vostra fatica?Cento ducati. L'incognito numerogli la somma sul tavolino, e disparve. Mozart resta per alcuni momenti immerso in profonde riflessioni: ad un tratto dimanda da scrivere, e malgrado le rimostranze di sua moglie si mette a comporre. Proseguì per più giorni oltre l'ordinario a faticare e giorno e notte: ma la sua macchina non potè resistere a questo sforzo. Svenne un giorno senza conoscenza, e fu costretto a sospendere la composizione. Alcun tempo dopo, trattenendosi con la moglie su i funesti pensieri che l'occupavano, confidolle di esser ben persuaso, che travagliava a quella messa per servire a' suoi funerali, e che credeva certo di avere avuto il veleno. Nulla potè frastornarlo da quell'idea, e rimesso alcun poco de' suoi sfinimenti, proseguì a faticare al suo Requiem, come Rafaello travagliava al suo quadro della Trasfigurazione, colpito ancora dall'idea d'una vicina morte. Mozart sentiva diminuir le sue forze; e 'l suo travaglio avanzava lentamente; già erano scorse le quattro settimane che aveva dimandato, e vide entrare un giorno in sua casa l'incognito: Non mi è stato possibile, gli disse Mozart, di mantener la parola.Non vi prendete pena, rispose il forestiero, quanto tempo ancor vi bisogna?Quattro altre settimane. L'opera mi ha inspirato più interesse di quel che io credeva: e molto più l'ho sentito di quel che volessi.In questo caso egli è giusto di crescere la vostra paga. Ecco cinquanta ducati di più.Signore, disse Mozart vie più sopraffatto, chi siete voi dunque?Ciò non fa niente al caso, io tornerò di qua a quattro settimane. Mozart spedì tosto al partir di costui un suo domestico per andar dietro a quest'uomo singolare, e sapere dove anderebbe a fermarsi, ma questi nulla potè rintracciare. Saltò allora in capo al povero Mozart, che non era costui un essere della comune, ch'egli aveva certo relazione con l'altro mondo, e che eragli spedito dal cielo per annunziargli il suo prossimo fine. Non travagliò frattanto con meno ardore al suo Requiem, ch'egli riguardava come il più durevole monumento del suo genio. Nel corso della fatica ricadde più volte in peggiori svenimenti, ma l'opera fu compiuta prima delle quattro settimane. Il giorno di sua morte fè portare il Requiem dinanzi al suo letto: Non aveva io ragione, sclamò egli in mezzo alle lagrime, quando affermava che per me componeva questo Requiem? Egli era questo l'ultimo addio alla sua famiglia ed all'arte. Mozart morì a 5 dicembre del 1792, non compiti ancora i 36 anni di sua vita. Tornò l'incognito al termine convenuto, ed egli più non esisteva: gli si consegnò quella musica, ma la vedova avevane conservata la partitura. Questo gran genio non parlava mai delle sue opere, e solo qualche volta per giudicarne con severità. Componeva in mezzo a' suoi amici, e passava le intiere notti al travaglio: non poteva alle volte compire un'opera se non allo stesso momento che bisognava eseguirsi: ciò gli avvenne nella sinfonia del don Giovanni. Non la compose egli se non la notte avanti della prima rappresentazione, ed allorchè erasene fatta la prova generale. “Mozart in ispecie, dice il D. Lichtenthal, fu quel genio unico, che prevalse in tutti i generi della musica, cosa che non si trovò in tutti i suoi antecessori, nè forse si troverà mai più. Egli fu quello il quale rigettò tutti i principj che assoggettavano la maniera libera di comporre che si usò prima. Egli guidò co' voli del suo genio ad una riforma universale sul gusto delle note, e il suo genio ordinò quei quadri ne' quali, onde raccogliere il tutto d'una situazione ricca di sentimenti, aveva con tanta fantasia e perspicacia inseguito ogni minimo sentimento, sino al più impercettibile grado, ed egli quindi regnò, per la sua vasta conoscenza dell'arte pratica in tutto l'ambito del sistema musico.” La sua musica, dalla sinfonia sino a quella de' balli, dei drammi serii e burleschi sino alle semplici canzoncine, è tutta eccellente. Quel che più vi si ammira egli è una prodigiosa fecondità di motivi franchi e felici, di sviluppamenti che si succedono con molta destrezza, e nei quali il più profondo travaglio nulla nuoce alle grazie; egli è questa una nuova ed abil maniera di usar dell'orchestra e degli istromenti da fiato; e finalmente, uno straordinario talento per trasportare nell'accompagnamento le ricchezze dell'armonia, con una espressione, una forza ed un'immaginazione che non ha pari. Un genio così strepitoso non poteva non produrre il più vivo entusiasmo. Commossa da' di lui fortunati successi la servile greggia degli imitatori si è precipitata sulle sue tracce; ma, come avviene assai volte, nelle loro mani le bellezze del modello degenerarono in difetti: null'altro eglino han fatto che rappezzare dei motivi sciapiti e triviali, con una penosa fatica ed una affettazion pedantesca: come Mozart, hanno eglino sopraccaricati i loro spartiti di tutta la massa degli instromenti, ma non hanno saputo trarne, com'egli, veruno effetto: il loro canto, da nulla per altro, ed insignificante, è rimasto soffogato del fracasso dell'orchestra. Si sono essi dimenticati che due condizioni formano il compositore perfetto: il genio che è innato, e la scuola che è il risultato dello studio ben diretto. Mozart, tra i compositori di musica, stimava a preferenza gli Italiani, come Leo, Durante, Porpora, Al. Scarlatti, ma del pari il più celebre tedesco Hendel. Egli sapeva a memoria le principali opere di questo gran maestro: apprezzava anche molto il Jommelli. Quest'artista, diceva egli, ha de' luoghi dove brilla, e brillerà per sempre; ma non avrebbe dovuto uscirne, come allorquando volle fare musica da chiesa sull'antico stile. Riguardo a Vincenzo Martin lo Spagnuolo, autore della Cosa rara, che era allora in gran voga: vi sono, egli diceva, in questa musica delle cose assai belle: ma di quà a vent'anni, niuno vi farà più attenzione. Vi sono nove opere di Mozart con parole italiane: Mitridate; Lucio Silla; Idomeneo; e la clemenza di Tito, drammi serj; e la Finta semplice; la Finta Giardiniera; le Nozze di Figaro; il Don Giovanni Tenorio, e Così fan tutte, burleschi. Tre altre opere con parole tedesche: Il Ratto dal Serraglio, il Direttor de' spettacoli; ed il Flauto Magico, ove vi ha un terzetto de' preti che incomincia O Iside ed Osiride scritto nello stile di chiesa, di cui così ragiona il Sig. Niemetschek nel suo libro intitolato: lo Spirito di Mozart. “O discepoli della musica! se avete studiato la partitura di tal capo d'opera fino a questo sublime e commoventissimo punto; e se la gioja quieta che spira, e quella purezza di effetti, quel dolce scioglimento, non vi hanno invaso l'anima con simpatico calore, nè strappata una dolce lagrima dagli occhi; disperate pure per sempre! Non avrete mai il sacro dono di commovere i cuori, poichè la dispensiera delle gioje, Natura, vi ha negato l'eco delle più soavi armonie, che la sua magica onnipotenza diffonde.” In Palermo siamo debitori al Sig. barone Pisano uomo di genio e di gusto, intendentissimo di questa bell'arte, di averci fatto conoscere la divina musica del Mozart. Egli è stato il primo tra noi, che si sia provvisto di alcune delle sue opere, e precisamente del Don Giovanni, e del sullodato dramma, come anche del famoso Requiem. Quest'ultimo è stato per ben tre volte eseguito da numerosa orchestra nello scorso novembre in questa Capitale, in occasione de' solenni funerali di S. M. la Regina, con riscuotere l'entusiasmo, il piacere e gli applausi di tutto il pubblico. Chi desidera de' più minuti dettagli intorno a Mozart e le sue opere, potrà consultare M. Schlichtegroll, nel Necrologio allemanno del 1793, t. II, e M. Ginguené nel t. 31 della Decade Filosofica; Lo spirito di Mozart, in tedesco del professore Niemetschek, e la Notice sur Mozart di M. de Sèvelinges, in fronte alla partitura del Requiem, impressa in Parigi nel 1805.

Mozart (Leopoldo), padre del precedente, fece i suoi studj a Salisburgo, e nel 1743 fu ammesso nel corpo de' musici della cappella dell'arcivescovo, come musico della corte. Egli era buon compositore, e suonator di violino: nel 1762, ebbe il posto di sotto-direttore della cappella di quel principe. I doveri del suo impiego alla cappella ed alla corte non assorbivano tutto il suo tempo: e buon teorico ne impiegò il resto a dar lezioni di composizione musicale, e di violino. Nel 1756 pubblicò ad Ausburgo un'opera col titolo: Versuch eines ec. ossia Saggio di una scuola fondamentale di violino, di cui ne fu fatta una traduzione in francese da Valentino Rouser nel 1770. Secondo la testimonianza de' più gran maestri, questo metodo ha servito a formare tutti gli eccellenti violinisti della Germania nella seconda metà del sec. 18, il che è un sufficiente elogio di quest'opera. Egli scrisse ancora dodici oratorj, ed altri pezzi per teatro, oltre la musica per chiesa e alcune sonate per cembalo impresse nel 1759. Il giovinetto Mozart figlio di Giov. Crisostomo, e nipote di costui fa onore all'illustre nome di questa famiglia in Vienna colle sue composizioni, e nel 1806 egli, e la vedova madre, come narra il Carpani, “solennizzarono il giorno natalizio di Haydn con un concerto che diedero al teatro della Wieden, e Mozart il giovane vi produsse una sua cantata in lode del sommo maestro che aveva indicate le vie del bello instrumentale al non men celebre suo genitore, e il pubblico accolse come doveva questo omaggio reso a un grande uomo dal figlio d'un suo grand'emulo, seguace e rivale.” (Letter. 14)

Muris (Giov. de), canonico della chiesa di Parigi e dottor della Sorbona fioriva sul principio del decimoquarto secolo. Egli applicossi alla musica, su la quale scrisse alcuni trattati assai buoni per quell'epoca che trovansi inserti nella pregevole Collezione dell'Ab. Gerbert nel vol. terzo. Nella Summa Musicæ, tratta egli della musica, de' suoi inventori, delle sue diverse specie, delle proporzioni e degli intervalli. Nella Musica speculativa, insegna l'arte di ben situare le voci, ed i mezzi per accordarle insieme: parla quindi del monocordo, della sua divisione, degli istromenti, della musica pratica, delle note, e delle loro figure. Il di lui trattato de Musicâ theoricâ porta la data dell'anno 1323. Il p. Jumilhac nel suo libro intitolato: l'Art du plainchant, in 4.º a Paris 1673, dà un estratto della dottrina di questo autore. M. Rousseau ne ha parlato nel suo Dizionario con molta inesattezza, ed in maniera a far credere ch'ei non l'abbia mai letto. Il principe ab. Gerbert ha rilevati molti abbagli de' Scrittori intorno a Giov. de Muris, fra gli altri quello di averlo spacciato inventore del canto misurato, quantunque sia a costui anteriore di tre secoli.


N