Piantanida (l'Abate), scolare di Fioroni milanese ha composto molta musica di chiesa, come mottetti, messe e vespri; il suo Miserere, il Credo sono in ispezialità molto pregiati. Quest'abate risiede attualmente in Milano.
Piccini (Nicolò), nato a Bari nel 1728, studiò la musica in Napoli sotto il famoso Leo da prima, e quindi sotto il cel. Durante, che lo distinse sempre con una particolare affezione in mezzo al gran numero de' suoi allievi, e palesogli tutti gli arcani dell'arte. Gli altri sono miei scolari diceva egli alle volte, ma questi è mio figlio. Dopo dodici anni di studio sortì Piccini finalmente dal Conservatorio nel 1754, sapendo tutto quello ch'è possibile di sapere in musica, e pieno di un fuoco, e d'un caldo d'immaginazione, che erano impazienti di fare la loro esplosione. Il principe di Ventimiglia palermitano fu il primo a produrlo in Napoli, lo propose al direttore del teatro de' Fiorentini, ove lungamente regnato aveva il Logroscino, e gli fece comporre l'opera Le donne dispettose. I partigiani dell'antico maestro formarono contro il nuovo una così possente cabala, che senza la fermezza e la generosità di quel principe, l'opera non si sarebbe rappresentata. Egli pagò anticipatamente al direttore una somma di 2000 ducati, per ristoro del danno che avrebbe ricevuto, se l'opera non sarebbe incontrata, ma fu essa molto bene accolta dal pubblico, e Piccini datosi animo di quel primo successo, compose negli anni seguenti le Gelosie, e il Curioso del proprio danno, che furono non meno della prima applaudite, e quest'ultima fu rimessa in iscena con nuovi applausi per quattro anni di seguito, il che non si era mai fatto in Italia. Il suo genio acquistava sempre delle nuove forze; e levossi ben tosto al genere serio nella Zenobia, ch'egli compose nel 1756, per il gran teatro di S. Carlo. Essa ebbe un incredibile incontro, che si è sostenuto tutte le volte che è stata replicata. L'Alessandro nell'Indie, e la sua famosa Cecchina, ch'egli scrisse in Roma, eccitò un'ammirazione che giunse sino al fanatismo. Non v'ha esempio d'un successo più di questo brillante, più meritato, più universalmente sostenuto. In tutti i teatri d'Italia venne eseguita la Cecchina, e produsse da per tutto lo stesso entusiasmo. In Roma contro all'usato, era questa da più mesi ancora in teatro, e Roma era per così dire tutta in romore per il suo successa, allorchè vi si trovò Jommelli che tornava da Stuttgard per venire in Napoli. Al suo arrivo, non sentì parlare che della Cecchina, e del suo autore: egli nulla ancora aveva inteso di lui, e quando era partito per la Germania, Piccini era ancora nel Conservatorio. Infastidito di tutto quel fracasso, sarà, disse egli in tuono di disprezzo, qualche ragazzo, e qualche ragazzata: andò la sera al teatro, ascoltò dal principio sino alla fine con somma attenzione, senza profferir parola, nè fare un sol cenno. All'uscita, una calca di giovani e di dilettanti il fermarono chiedendo il suo parere su quella musica: postosi in serietà, ascoltate, disse loro, la sentenza di Jommelli: questo è inventore. Egli compose nello spazio di venticinque anni 133 opere, di cui la più parte sono de' capi d'opera: vi si ammira un vigore, una varietà, una nuova grazia, e soprattutto uno stile brillante, animato, e l'unione sì rara di tutte le qualità, che dar possono la natura e l'arte al più sublime grado: egli ebbe il raro vantaggio di produrre molto, e di produrre sempre delle cose eccellenti. Piccini ammirato sì dagli esteri, che da' suoi compatriotti, era gagliardamente desiderato in tutte le Capitali d'Europa. Parigi ebbe la fortuna di possederlo per mezzo del marchese Caracciolo, quivi ambasciadore di Napoli, che molto amava Piccini, assicurandogli nell'invitarlo una sorte vantaggiosa per la sua numerosa famiglia. Le prime opere ch'egli scrisse in Francia, gli mossero dei nemici molto accaniti, e gli valsero degli elogj forse esaggerati: i francesi si divisero tra Gluck e Piccini, convenendo frattanto che e l'uno e l'altro aveva disteso i confini dell'arte, ed accresciuto i loro piaceri. Si sa con quale animosità sostennero i due partiti l'opinion loro. Alla testa de' partigiani del compositore tedesco distinguevasi l'ab. Arnaud, detto perciò il gran Pontefice de' Gluckisti: e Marmontel era il capo dei Piccinisti. Questa guerra fu tutta d'epigrammi e di motteggi: ma quel che fu più disgustoso per Piccini, si è che essa suscitogli degli intrighi imperdonabili: venne criticato della più odiosa maniera, e se gli fece finalmente aborrire il soggiorno di Parigi. Prese dunque il partito di tornare al suo paese, e partì per Napoli nel 1791. Il nostro Sovrano fecegli la più lusinghevole accoglienza, ordinogli tosto di scrivere pel teatro di S. Carlo, e gli accordò una pensione. Egli compose l'oratorio di Gionata per la quaresima del 1792, ed ebbe il più grande successo, ma avendo avuto l'imprudenza di palesare in Napoli i suoi principj sulla rivoluzione francese, rimase quivi perseguitato e in uno stato di abbandono, di oppressione e d'indigenza, ch'egli sopportò da uomo di coraggio e da filosofo. Allora fu ch'ei pose in musica un gran numero di salmi tradotti dal Mattei per alcuni monasteri, dove sono rimaste le partiture originali, l'autore non avendo l'agio di farseli copiare. Dopo che il re accordogli un passaporto, tornò finalmente in Parigi. Le inquietudini, i disagi provati nel lungo viaggio, alterarono la di lui salute. Dopo avere prodigiosamente faticato, la sua fortuna non era molto brillante; le sue pene morali accrebbero i suoi mali fisici; infermo e colpito di paralisia, non tardò a soccombere a' suoi dispiaceri. Egli morì a Passy nel 1800 di 72 anni. Piccini era dotato d'uno spirito vivace, esteso, e culto. La letteratura latina ed italiana eragli familiare allorchè venne in Francia, e pochi anni dopo non conosceva meno il fiore della letteratura francese. Parlava e scriveva con gran purità l'Italiano, i suoi principj della musica erano severi, avvengachè avesse egli contribuito più che verun altro compositore a dar loro dell'estensione e della flessibiltà. Qualunque ricchezza sapesse spargere al bisogno nella sua orchestra, disapprovava non pertanto il lusso d'armonia, di cui oggidì con troppa prodigalità si fa uso. Egli avrebbe voluto conservar sempre alla voce il suo primato, e che i disegni figurati degl'istromenti avessero sempre per iscopo di esprimer quello che le parole, o l'azione de' personaggi, o il luogo della scena stessa dinotano, e che la voce non può dipingere. Quegli accompagnamenti caricati senza necessità, senz'oggetto, come oggigiorno si usa, non gli sembravano che de' contrassensi ed abusi dell'arte. L'impiego simultaneo di varj stromenti, i continovi effetti d'orchestra, le masse indigeste d'armonia, ed una eterna affettazione di dissonanze, che sono oggi in gran moda, erano a suo parere una vera mostruosità. “Se a ciascuno degli istromenti, egli saviamente diceva, si riserbasse l'impiego, che la natura stessa gli assegna, si produrrebbero degli effetti variati, si giungerebbe a tutto dipingere, e a variare continuamente i suoi quadri; ma si getta tutto alla rinfusa, tutto ad una volta e sempre. Si stempera, s'indurisce così l'orecchio, nulla si dipinge al cuore, nulla allo spirito.” Chi bramerebbe più distinte notizie sulla vita, i sentimenti e le produzioni di questo illustre compositore, potrà consultar con profitto la biografia che pubbliconne nel 1801 il di lui amico M. Ginguené.
Piccini (Luigi), figlio ed allievo del precedente nato in Napoli, venne con lui in Parigi, e scrisse la musica di due drammi burleschi in francese che ebbe degli applausi. Nel 1791 tornò in Napoli con suo padre, e compose quivi Ero e Leandro, cantata per Mad. Billington; Gli accidenti inaspettati, e la Serva onorata, in Venezia nel 1793; l'Amante statua, in Firenze; la notte imbrogliata, in Genova; Il Matrimonio per raggiro. Dopo aver passato sei anni come maestro di cappella alla corte di Svezia, tornò in Parigi nel 1801, dove si è fatto onore con varie sue composizioni per teatro, che sono più conosciute in Francia che in Italia. Alessandro Piccini di lui figlio è nato in Parigi circa 1780; dall'età di 18 anni è professore di forte-piano. Studiò la composizione sotto il celebre M. Lesueur, ed ha scritto la musica di più drammi francesi: egli è ripetitore de' spettacoli della corte ed accompagnatore dell'Accademia di Musica.
Pichl (Vincislao), compositore e direttore della musica dell'Arciduca Ferdinando a Bruxelles, ed accademico-filarmonico, nel 1790 ha fatto imprimere in Amsterdam sino a 16 opere, contenenti concerti per violino, di cui è un ottimo professore, sinfonie, quartetti ec. Egli dimorò lungo tempo in Italia e dal 1780 sino al 1790 era in Milano; fu allora ch'egli propose al dotto P. Sacchi di risolvere la questione delle quinte successive, non trovandosi contento delle ragioni che da' maestri sono state prodotte. La lettera in risposta del Sacchi è diretta a M. Pichl, e stampata in Milano nel 1780.
Pigeon de Saint-Paterne (M.), interprete delle lingue orientali a Parigi, è autore d'un'erudita Memoria intorno alla musica degli Arabi, 1790. (V. Arteaga t. 2)
Pindaro nacque a Tebe nella Beozia sei secoli prima dell'era cristiana. Ebbe le prime lezioni di musica da suo padre, che suonava per professione il flauto, studiò quindi sotto Mirti la poesia e la musica. Questa donna distinta pe' suoi talenti si rese più famosa ancora per avere annoverato fra' suoi discepoli Pindaro e Corinna (V. il suo artic. t. 2). Si sa che i Beoti avevano molto gusto per la musica: quest'arte fu da Pindaro posseduta coll'estensione della poetica, essendo entrambe all'età sua unite insieme. Non bastando alla feconda sua vena gli antichi metri, ne inventò de' nuovi con altri nuovi ritmi eziandio per cantarli. Lo stromento, di cui si prevalse, fu il magade di corde immobili: egli riuscì abilissimo nella lira e nella cetra. (V. Requeno t. 1). Tutte le nazioni della Grecia lo ricolmarono di onori, ed egli riportò più volte il premio ne' conflitti di poesia e di musica. Pausania racconta, come in tempo dei giuochi pitici a Delfo egli si poneva a sedere coronato d'alloro sopra una scranna elevata, e dando di piglio alla sua lira faceva sentire quei suoni che rapivano, ed eccitavano da ogni parte grida d'ammirazione, e d'applausi (lib. 10 c. 24).
Pistocchi (Franc. Ant.) di Bologna, ottimo compositore del suo tempo è principalmente riguardato in Italia come il fondatore della moderna scuola di canto: essa si è resa celebre pel metodo d'insegnare, per la varietà degli stili, e pel numero de' primarj maestri e cantanti che ne sono sortiti. I più famosi allievi del Pistocchi, che divennero tanti Capiscuola in Italia, nel sec. 18º furono il Bernacchi, il Pasi, il Minelli, il Fabri tutti di Bologna, ed il Bartolino di Faenza. Tra i scolari del primo basta rammentare Guarducci, Amadori, Raff, e Mancini, che si è anche distinto fra i letterati pel suo bel libro intitolalo Riflessioni pratiche sul canto. “I cinque allievi di Pistocchi, dice il sullodato Mancini, benchè instruiti dal medesimo maestro, differivano tra loro per il metodo e per lo stile, ciascuno di essi essendo stato regolato secondo la naturale sua disposizione; e questo esempio basta per dare a divedere che un buon maestro non dee limitarsi ad un solo metodo co' suoi scolari, ma che per formare de' perfetti cantanti, egli deve, profondamente sapere le diverse maniere di dirigerli, e praticarle con giudizio. Chiunque avrà questo talento, sarà sempre apprezzato dalle persone dell'arte, ec.” Pistocchi fiorì sul principio del p. p. secolo, tra le sue composizioni è molto pregevole la sua opera 3, pubblicata in Bologna nel 1707, che contiene dieci duetti e due cantate a 3 voci.
Pitagora nacque a Samo cinque secoli innanzi l'era cristiana: intraprese lunghi viaggi presso le più culte nazioni, e dopo essersi arricchito di vaste conoscenze, andò a stabilirsi a Crotona in Italia, e vi formò una scuola, che si è resa celebre per i grand'uomini che produsse, sotto il nome di Setta Italica. Non volle Pittagora arrogarsi, come gli altri, il fastoso titolo di Savio, ma usò il primo il modesto nome di Filosofo, cioè amatore della Sapienza. In riguardo alla musica, che era da' Greci con ispezial cura coltivata, Pittagora vi si applicò profondamente, ed a lui generalmente si attribuisce l'averla ridotta a calcolo con qualche apparenza di scienza esatta. La sua teoria musicale, diversa da quella che formarono in appresso i di lui seguaci i Pittagorici, può vedersi bene sviluppata dal dotto ab. Requeno nella seconda parte de' suoi Saggi t. 1, e nella quarta al 2º t. p. 189, egli dà a divedere che questo grand'uomo, benchè senza pretenderlo, desse origine ad un nuovo sistema armonico, non si discostò in nulla dall'antichissima musica degli anteriori greci, nella quale fu abilissimo; che egli non fu, come da tutti gli scrittori moderni si vocifera, l'inventore del sistema armonico de' posteriori pittagorici: ma che co' suoi calcoli altro non fece che scoprire nell'antico sistema aritmetico gl'intervalli consoni, e notare le distanze della fondamentale, in cui si trovavano. “Era Pitagora assai grande filosofo, egli dice, per innalzare un sistema armonico da' pochi fatti scoperti e verificati nell'antico sistema, fin allora applaudito nella nazione. Le ragioni delle consonanze, da lui comunicate a' suoi scolari, e da questi malamente intese, furono generalizzate e prese in astratto da' medesimi, ed a poco a poco co' calcoli, senza fondamento di sperienze armoniche, si allontanarono dall'antico sistema aritmetico di modo tale che ne crearono un altro pieno di errori e di supposizioni, le quali fanno poco onore a' loro seguaci” (p. 199 t. 2). Il racconto de' suoni armonici trovati da Pitagora da' pesi diversi de' martelli d'un ferrajo, e del gran numero delle maraviglie, che si pretende aver operato questo filosofo per mezzo della musica, per quanto sia stato ricevuto da' Greci e Latini, dagli antichi e moderni, dee nondimeno riporsi fra le favole greche, e riggettarsi come privo di verisimiglianza, non che di verità. Il Montucla, lo Stillingfleet, e M. Chladni hanno osservato non essere conforme alla natura il formare un'armonia sensibile co' martelli battuti su l'incudine, e molto più colle corde tese da tali pesi, essendo i suoni piuttosto come le radici cubiche inverse de' pesi, e come le radici quadrate della tensione (Acustiq. p. 100).
Pitagora (Zacinto), diverso dell'antecedente fu capo d'una setta di musici secondo ciò che ne riferisce Aristosseno (Harmonic. p. 36). Da costui si rileva altresì ch'egli abbia scritto sulla musica, e secondo Ateneo (Lib. XIV) fu inventore di un nuovo strumento musico detto Tripode, l'uso del quale, egli dice, durò per breve tempo, o perchè era difficile a maneggiarsi, o per qualche altra ragione. Questo instrumento, che fu in tanta ammirazione, subito dopo la di lui morte, passò in disuso e in dimenticanza. Pittagora fioriva circa cinque secoli prima di G. C.
Planelli (cav. Antonio), letterato napoletano, uomo fornito di ottime cognizioni, di gusto delicato, e dolcissimi costumi, come dice il Mattei (Nuovo sist. d'interpret. i trag. Greci), pubblicò in Napoli un eccellente libro intitolato: Dell'opera in Musica, in 8vo, 1772. Nella Sezione 1 dimostra egli che s'intenda per opera in musica, fa la storia de' suoi progressi e perfezione, e tratta assai dottamente delle belle arti in generale. La Sez. 2 tratta del Melodramma. Nella 3, Sezione della musica teatrale, dello stile proprio di ciascuna passione, e di ciascuna parte di questa musica, della differenza tra la musica antica e la moderna. La Sez. 4 si occupa della Pronunziazione dell'Opera in musica. Le sez. 5 e 6, trattano della Decorazione e della Danza dell'opera in musica; e l'ultima della Direzione, e Necessità, che ha l'opera in musica del buon ordine, e come vi vada procurato il pubblico costume. Questo trattato è ben scritto, e molto interessante: da per tutto vi regna una non ordinaria erudizione, e buona lettura d'Autori antichi, de' quali l'A. ha saputo fare uso ove bisognava, e ben giudiziosamente. “Egli abbraccia, dice l'ab. Arteaga, in tutta la sua estensione il suo oggetto. Le sue osservazioni circa le belle arti in genere, e circa la musica, e direzione del teatro in particolare sono assai giudiziose e proficue, e da pertutto respirano l'onestà, la decenza e il buon gusto.” (Disc. prelim.)