«E allora? E a C…. che cosa vi andavi a fare?
«A vederla.
«Via…., domani sarà di giorno: ora ho bisogno di raccogliermi…. tu frattanto m'hai tolto un gran masso dal cuore! Con quegli Alemanni m'avevi spaventata…. che t'han fatto, che c'entrano….? Basta! sono tranquilla, vattene, domani mattina riparleremo.»
Così dicendo lo accompagnò fuori dell'uscio, ed egli risalendo alla sua camera, dalla contentezza non toccava i gradini coi piedi. Là si mise a guardare il cielo dalla finestra; il cielo che in quell'ora, coi suoi splendori infiniti, gli pareva cosa meno lieta di quel che la terra stava per divenire nelle sue nozze vicine. Ma chinando gli occhi, vide nel giardino scuro, un tratto riquadro del suolo, su cui, traverso la finestra di sua madre, posavano i raggi del lume che essa teneva acceso. Quel tratto di suolo, lo percosse come la vista d'un sepolcro scoperchiato; e subito gli passò per la mente, fantasia maluriosa, l'ultima notte, in cui, la sua dolce madre sarebbe giaciuta morta sul proprio letto; e il lume funereo avrebbe posato i suoi raggi in quella maniera lugubre, da quell'istessa finestra, forse su quell'istesso tratto di suolo. Provò l'amaro desiderio di morire prima di quella notte, e chiuse le imposte pensando che grande miseria sarebbe stata quel giorno, in cui nè in casa nè fuori avrebbe più incontrato sua madre. «Che la vita sia corta è un bene:—mormorò allora avvicinandosi ad uno scaffale—e guai a noi se uno potesse farci dono dell'immortalità qui in terra, nel momento che ci muore la madre!…. Sì, che la vita sia corta è un bene, e chi se ne lagna ha torto; perchè coll'amore, collo studio, col lavoro, si può farla valere secoli.» Così dicendo prese un grosso volume, l'aperse sul tavolino, sedette, e raccolte le tempia fra le mani, si sprofondò nella lettura, o forse in chi sa quali pensieri. Ad ogni modo, chiunque l'avesse visto in quell'ora, avrebbe pensato che tanta meditazione, non fosse cosa da potersi rompere, senza togliere all'anima del giovine qualche ineffabile ed austera consolazione.
CAPITOLO II.
Marta essa sola, se fosse stata vicina a Giuliano, non avrebbe avuto rispetto alla sua meditazione; offesa, stizzita, afflitta, per le cose udite da lui. A quell'ora dava volta nel proprio letto, ora su d'un fianco ora sull'altro; colla mente piena d'Alemanni, col cuore travagliato dalla paura del pievano; il quale aveva predicato e fatto predicare dal capuccino del quaresimale, che guai a chi avesse negato qualcosa a qualcuno di quei soldati. Ora questo pievano non era uomo da farsi pigliare a gabbo; e quel che diceva faceva; e le cose della sua cura le conosceva a puntino; vedendo dentro le case come fossero state senza tetto, o avessero avuto le mura di vetro. Venuto trent'anni prima a quella pievania, la gente del borgo gli era nata più che mezza sotto gli occhi; e quelli che non erano stati battezzati da lui lo temevano, sebbene gli fossero meno reverenti. Rammentavano d'essere andati ad incontrarlo il giorno del suo arrivo, lontano un bel tratto, in processione, a suon di campane; e vivevano ancora quasi tutte le donne, che da giovinette tra le più belle e dei migliori casati, gli avevano fatto la fiorita per la via, vestite di bianco, e cantando lodi come al Nazzareno. Ma in cambio, a cavallo d'una gagliarda giumenta, accompagnato da un mulattiere carico di parecchie casse, e da una donnicciola che pareva venisse a morte su d'un'asina stanca; avevano visto comparire un prete prosperoso e di cera ardita; il quale ricevute le prime accoglienze, aveva subito comandato di dar volta ai maggiorenti che menavano la processione, e alle fanciulle che, dinanzi a lui, s'erano tutte confuse e messe cogli occhi bassi. Entrato al suo posto, era stato poco a mostrare d'aver preso alla lettera i nomi di pastore e di gregge: alcuni che avevano osato di badare alle opere sue, con due o tre esempi gli aveva fatti star zitti; e a poco a poco s'era acconciato in casa, come se fosse stato certo di campare cent'anni. E a dir vero, ai tempi di questa storia, aveva già fatti i funerali a una generazione intera, senza essersi mai lagnato d'un dolor di capo; e faceva conto di logorare un'altra ventina di calendari, prima che un successore fosse venuto a cantargli le esequie. Allora aveva sessant'anni, e a vederlo come vestiva lindo e con panni bene attagliati alla persona, si capiva che da giovane gli era piaciuto di parere un bel prete: ma i suoi occhi grigi, le guancie rubiconde e un tantino cascanti senz'essere flosce, i capelli sciolti e giù bassi sulla fronte; un paio d'orecchie grossissime, infiammate, ciondolanti a guisa di bargiglioni, gli davano piuttosto l'aspetto d'un uomo stato pronto e violento. Forse aveva sbagliato il mestiere, perchè sui fatti suoi, rispetto a certi voti, nessuno osava lodarlo; era avaro salvo che in certi casi che faceva il grande coi grandi; e per desinare da un amico non badava a fare mezza dozzina di miglia. Sebbene fosse di poca coltura, perchè appena uscito di Seminario aveva smesso di leggere; non isdegnava gli ecclesiastici dotti, se gli accadeva di incontrarne qualcuno: ma i laici che sapevano di lettere li teneva d'occhio, e godeva che il volgo li chiamasse stregoni e gli avesse sospetto. Anzi li gridava dal pulpito a dirittura uomini perniciosi, citando esempi, facendo allusioni, dando a capire di chi voleva parlare; e queste erano piccole giunte alle prediche che egli sapeva fare, e che ogni tre o quattro anni tornavano sempre ad essere le stesse; perchè egli le studiava in certi quaderni di carta ingiallita, scarabocchiati sulle copertine con frappe, con date antiche, con nomi diversi di preti, annestati a motti latini. Quei quaderni erano una sorta d'eredità passata per molte mani, e tenuta da lui molto riguardata in una cassetta, che il giorno del suo arrivo era parsa ai curiosi uno scrigno: e le più belle di quelle prediche le recitava dinanzi ai nobili, che dal Monferrato o da altra parte del Piemonte, capitavano la state a pigliare i freschi nei loro poderi di quelle valli. Era conosciuto da tutti costoro, perchè tutti ei visitava lontano sin dove poteva andare e tornare in una giornata; e ne aveva avuto sempre doni e carezze. Diceva spesso d'uno molto potente in corte al Re di Sardegna, che gli aveva dato a capire, di non sapere bene se i preti gli avesse a chiamare prima o seconda milizia dello Stato; e che a sentir suo, nella loro gerarchia, un pievano era pari e forse da più d'un capitano in quella dei soldati di sua Maestà. Del rimanente ogni volta che tornava fuori con questo discorso, finiva sempre dicendo che agli onori non si doveva badare; la massima che l'uomo non deve porre troppo affetto nelle cose terrene, nè in padre, nè in madre, l'aveva sulle labbra sovente, come fosse un suo proverbio; forse non aveva mai pianto, prosperava un anno più dell'altro; nel 1794 faceva quasi la sessantina e il suo nome era don Apollinare.
La donna arrivata con lui il giorno ch'egli chiamava del suo avvento, era una sua sorella più vecchia che ei si teneva in casa; creatura spersonita ed infermiccia, che proprio reggeva l'anima coi denti. Era così asciutta e grinzosa, che un parente tornato a vederla dopo mezzo secolo, non avrebbe osato abbracciarla, dalla tema di sentirsela scricchiolare tra le mani. Sotto la cuffia che colle guarnizioni faceva alla faccia scarna una cornice disadatta, mostrava corti capelli color di cenere, che forse erano una parrucca: un'aria soave di purità, spirava da tutta la sua esile persona; aveva di bello gli occhi, neri, grandi, pieni d'una profonda bontà. E buona la era davvero, sebbene la natura e la fortuna se la fossero presa in fra due; e la prima n'avesse formato una di quelle creature che stanno sulla terra lunghissimi anni, e paiono sempre vicino a morire; l'altra l'avesse posta tra quelle donne, costrette a rimanersi zitelle e ad invecchiare in casa a qualche congiunto, non care, non respinte, sofferte quasi da serve. La poveretta bisognosa di consolazioni più che d'aria per vivere; dopo la sua venuta a D…. non ne aveva avuto che di due maniere, quasi da celia. Ed una era questa che se la quaresima capitava al presbiterio qualcuno, recando uova e salati, e chiedendo licenza di mangiar latticini e di non digiunare, per sè o per un ammalato; essa con aria mistica e solenne mandava il supplicante, sciolto dalle discipline del magro e del digiuno; e non dimenticava mai di dire, che a concedere quelle licenze, il vescovo ci aveva messo il pievano, e il pievano ci aveva messo lei. L'altra delle sue allegrezze la provava ammanendo il caffè pel suo fratello ogni giorno, e le feste solenni per i sette od otto preti del borgo, che venivano a pigliarlo con lui dopo il desinare. Godeva a udirli sorbire quella bevanda, di cui allora si cominciava appena a parlare, come di cosa dell'altro mondo; ma essa non ne assaggiava, perchè la sua bocca non era da tanto. Si innebriava aspirandone il fumo, si teneva onorata d'avere in casa quella delicatura, che anco i più ricchi del borgo non avevano ancora; e se conversando dinanzi la porta, colle donne del vicinato, le riusciva di far cadere il discorso su tanta grazia di Dio; ne diceva da far venire l'acquolina a tutte; poi con certo suo piglio orgoglioso e cortese, saliva di sopra, e poco dopo s'affacciava con in mano un bricco lucente, donato al fratello da non so che marchesana di quelle parti. E porgendolo a vedere imitava, senza volerlo, l'atto che soleva fare il pievano, nell'alzare il reliquiario più venerato della chiesa, a scongiurare il mal tempo. I fanciulli, che non sapevano del celibato dei preti, sino a una certa età non la chiamavano altrimenti che la moglie del pievano; al suo nome di Placidia, si soleva aggiungere dai più il titolo nobilesco di donna; derisione inconsapevole a una povera creatura, che nulla aveva della donna salvo che i guai; nessuno avendola mai chiesta sposa, nessuno amata, e potendosi dire di lei, che la si aveva lasciata vivere per non commettere un peccato mortale.
Don Apollinare non aveva dato guari segni di voler bene a questa sua sorella, nei tempi quieti; ma in quelli torbidi che s'erano messi verso il 1790, la teneva come persona nudrita a posta, per poter darle in casa i resti delle invettive, che scagliava in chiesa e fuori contro le cose di Francia. Le quali in sul cominciare non gli erano parse di gran momento; e a chi glie n'aveva chiesto, s'era contentato di rispondere che erano follie di popolaglia, e che o pane o bastone, avrebbero finito in nulla. Ma il 1791 gli era cascato addosso come fosse stato la volta del Sancta Sanctorum, sfasciatasi mentre egli era all'altare; e d'allora in poi aveva tenuto l'orecchio alzato a tutte le novelle che poteva avere da quel paese. Ad ogni corriere, che capitava ogni mese una volta, si faceva sempre più pensoso; i notabili del borgo gli si raccoglievano intorno spauriti della sua cera: egli parlava loro un linguaggio pieno di misteri: e se qualcuno osava annunziare di suo, cosa che avesse inteso da gente d'altri borghi, o dai mulattieri, che pei loro traffichi praticavano verso la Provenza; quello agli occhi di lui, era pecora vicina a sbrancare, e cominciava a tenerlo d'occhio. La Dichiarazione dei diritti dell'uomo, avuta per via dei suoi superiori, due anni dopo che se n'era udito parlare, gli aveva fatto passare il giorno più nero di tutto quel tempo. Letta, riletta, meditata a lungo quella scrittura; chiesto a sè stesso mille cose circa quei diritti, aveva finito col capire nulla di nulla; ma in cuor suo rese grazie a Dio d'aver fatto morire un tale cui quel foglio sarebbe giunto per certe vie ch'egli sospettava; un tale che avrebbe fatto le capriole dall'allegrezza solo a leggere quelle sciocche parole, e a dirne qualcosa fra il popolo della pieve! Dio non aveva concesso che in tempi di pericolo, il lupo stesse a rondinare intorno all'ovile, ed aveva fatto benissimo. Quel morto che da vivo gli era stato in ira, aveva lasciato dietro di sè un figliuolo ricco, giovane, non di buon ramo; ma egli sperava di poterlo raddurre; e ad ogni modo gli tornava meno molesto del padre, e confidava nell'opera della madre, che appunto era la signora Maddalena. Con questa si era lagnato parecchie volte, accusandola d'aver troppo allentato il freno al figliuolo; aveva predetto che le sarebbe stato cagione di grandi scontenti; e s'era lasciato andare sino a farle la confidenza, che Giuliano era la più acuta spina che avesse nella sua pieve. Pensava tuttavia che coll'aiuto del Signore, passati i bollori dell'età giovanile, arrivato ch'ei fosse in sui trenta, si sarebbe messo a vivere più assegnato, più da senno, più da buon cristiano; e su avesse voluto dire tutta la verità, non gli spiaceva che egli in quei tempi torbidi se ne stesse a Torino. Perchè i suoi superiori gli scrivevano sempre d'aprir gli occhi, di star sulle guardie; e senza che si aggiungesse la briga di dover badare a un giovane ricco fatto di sua testa, e che se la sentiva di disputare anche con un monsignore, a lui da fare gli pareva di averne già troppo. In fatti s'era messo a spiare più attento, a capitare improvviso nelle case altrui, a scrutare le donne chiacchierone; e come le cose di D…. stavano nei limiti egli credeva di molto operare per la salvezza del mondo. Ma un giorno, mentre che stava desinando, gli fu portato uno scritto del suo vescovo, che parlava di Re Luigi stato giudicato ed ucciso. «Non può essere!—esclamò egli dando il pugno sulla mensa, per modo che il bicchiere si rovesciò—questa è una celia che mi si vuol fare, guai all'autore, se lo scopro!» A queste grida donna Placidia che veniva recando un piatto, si fermò sulla soglia guardando il fratello, e le parve ammattito. Egli intanto, tenendo il pugno chiuso e teso verso di lei, rilesse la lettera, e vide ai bolli che non v'era da dubitare. «Portate via ogni cosa:—continuò allora con voce dimessa—i popoli ammazzano i re, e questi sono tempi da fare penitenza!»—A donna Placidia la novella non fece nè caldo nè freddo; tanto più che il vino versato sulla tovaglia e grondante dalla mensa sul pavimento, non era segno di disgrazia vicina. Ma egli credè d'udire i cardini del mondo stridere per uscire di posto; la pace da lui serbata in D…. non aveva giovato nulla e se ne doleva: prese il libro dell'Apocalisse, ora in capo, ora in fondo, lo lesse; lo rilesse, lo predicò dal pulpito; spaventando i fedeli che non l'avevano mai inteso parlare a quel modo. Tenne con sè quel libro giorno e notte quasi sperasse di poterne trarre qualche aiuto nell'ora dell'imminente ruina; dopo dieci, venti, trenta giorni, vedendo che il sole continuava ad alzarsi dallo stesso lato, si quetò su quel fatto del regicidio; ma gli rimase una gran paura dei Francesi nemici di Dio, uccisori di nobili e di preti, belve che non più frenate da nessuno, avrebbero invasa la terra, e forse anche il borgo di D…. A rimettergli il cuore in corpo, non vi vollero meno di quelle migliaia d'Alemanni, venuti di Lombardia e passati per D…. nell'andarsi a porre a campo vicino a C…. borgo tenuto in conto di capitale dell'alte Langhe. La vista di quelle genti, di quelle assise, che ridestavano i ricordi di Marta, levarono a speranza l'animo del pievano; il quale fu il primo ad ossequiare il capitano dell'impero, annoiandolo con certa orazione latina, che diceva come i popoli delle trentasette terre delle Langhe, rammentassero d'essere stati sudditi di sua Maestà Imperiale, sino a cinquant'anni addietro; e che bramavano d'essere tenuti dai signori Alemanni come cosa loro. Offerse agli ufficiali la sua casa, la sua cantina, tutto sè stesso: e se d'una cosa si dolse, fu d'aver udito che i più grossi eserciti d'Alemagna, si travagliassero in sul Reno, di cui egli non sapeva nè dove nè che cosa fosse. Quella, a sentir lui, era gente sciupata; quattro e quattro otto l'avrebbe voluta tutta lì in val di Bormida; tutta, da poterla vedere, affacciandosi al balcone; e allora si sarebbe messo a ridere dei Francesi. Tuttavia rifatto un po' più tranquillo, tornò a mangiare gagliardamente, a dormire sonni quieti, a dire ogni mattina alla punta del giorno la sua messa; alla quale s'affollavano i contadini, prima d'andare a far giornata nei campi, e vi venivano le serve e le donicciuole più divote del borgo, tra le quali Marta non mancava mai.
La povera vecchia soleva alzarsi prima che fosse l'alba, e queta queta, si metteva in capo il mesero stampato ad augelli e ad alberi; poi camminando in punta di piedi, e frenando la sua tosse mattutina, usciva di casa e saliva in castello. Per l'età sua ogni onesto le avrebbe consigliato di astenersi da quel disagio; ma essa faceva quell'erta come a bersi un bicchier d'acqua. Sentita la messa tornava che di solito la padrona era ancora in camera; e s'accingeva alle sue faccende, talvolta cantarellando, talvolta brontolando, ma sempre festosa come una cuffia nuova sul capo d'una bella dama.
L'indomani di quella sera, in cui Giuliano ne aveva detto di così grosse; sebbene non avesse quasi dormito, la campana di castello cominciava appena a suonare l'avemaria, e Marta era bell'e vestita e pronta ad uscire. Pensiamo un po' che stupore dovette essere il suo, quando giunta alla porta, o tesa la mano, per agguantare la chiave, non la trovò nella toppa! Subito si rammentò che la sera innanzi la padrona aveva voluto chiudere da sè; pensò che la chiave se l'era portata di sopra, e indovinò anche la cagione di quella novità; ma le parve che non fosse l'ora da andarla a disturbare. Però l'idea di mancare quel mattino alla messa, le fece avvampare il vecchio sangue, che già le impaludava nel cuore; e fattasi animo, salì dalla signora, la trovò desta, chiese perdono; e avuta la chiave s'affrettò a rimettere il tempo perso. Nell'aria si udiva tuttavia la romba della campana, ed essa già entrata in chiesa; si rannicchiò nel banco dei padroni, si segnò, guardò, e tra due moccoli accesi allora, vide il signor pievano che saliva all'altare. Lieta d'essere giunta a tempo, pur non potè difendersi dalla stizza della sera innanzi; e quella storia delle chiavi custodite dalla signora; i certi dubbi e paure che non sapeva donde venissero, le ingombrarono la mente, con i pensieri che non erano d'orazione, tornarono ad assalirla; si raccomandò al santi, alla Madonna, si morse le labbra, invano: la sua testa andava in volta, e la messa fu finita senza che, povera donna, le fosse riuscito di recitare un intero pater. Allora delle sue distrazioni ne fece un'offerta al Signore, e il pievano non era più all'altare da un quarto d'ora, quando essa, malcontenta di sè, si levò per tornare ai fatti suoi. Ed ecco don Apollinare che, l'aspettasse o no, le si fece incontro sul piazzale della chiesa, colla tabacchiera aperta, dicendo: