«Un momento! sclamò Giuliano col cuore alla gola; e volato in camera, si pose in gamba un paio di stivali armati di sproni; poi così com'era, senza badare a robe, a libri, a nulla di quel che lasciava; discese e montò in sella.

«Badi—gli disse lo staffiere—appena fuori B…. a man destra, in quella palazzina, troverà il gastaldo della signora marchesa….

«Mi rammenterò di voi—rispose egli mettendo in mano a colui qualche moneta: dite alla signora marchesa che io terrò la vita per lei: addio.»

E spronando dalla parte di mezzogiorno, trovò la via del suo destino, e si mise su quella di trotto chiuso.

Lo staffiere pensando alle spalle riquadre, al corpo snello, alle gambe di ferro del giovane; tornò a casa la marchesa, a dirle che questi era partito come un razzo; e la gentildonna, ringraziò il cielo, e pregò che Dio tenesse la sua santa mano sul capo a Giuliano, per tutta la via.

E in verità il giovane ne aveva bisogno, perchè egli spronava di maniera, che quanti s'imbattevano in lui, fossero a cavallo o a piedi, penavano a scansarsi, e gli davano dietro di basilisco e di peggio. E forse avrà trovato di tali, cui sarebbe piaciuto movergli contesa per quella furia; ma la bellezza del cavallo, dava a pensare all'alto stato del cavaliere; e di quei tempi si avevano in grande reverenza i signori e le loro soperchierie. Fu soltanto in un piccolo borgo, che si udì gridar dietro: «fermatelo! fermatelo!» ma una voce aveva quetato la folla, dicendo che forse egli era una staffetta del Re, e le grida erano cessate. Oh s'egli avesse potuto conoscere colui che con quelle parole l'aveva salvato, se non da altro, dall'essere fermato, indugiato, sì che forse non sarebbe più stato padrone di sè, per correre dove lo chiamavano le ultime voci materne! L'avrebbe ringraziato in ginocchio; avrebbe chiesto perdono a quel popolo d'essere passato fendendo l'aria come una saetta, risicando schiacciargli i bambini; ma con tutto questo non rimise dal correre, e buon per lui, che fattasi notte, potè tirare innanzi senz'altri incontri.

Giunse a B…. a mezza via tra Torino ed Alba, che rompeva l'aurora; e ai coloni che già a quell'ora si avviavano ai campi, chiese del gastaldo della marchesa per mutare il cavallo. Quello che aveva sotto non poteva più reggere. Gli fu additato una sorta di maniero, lontano pochi passi dalla via maestra, dove un uomo stava sulla soglia, quasi avesse saputo di dovervi aspettare qualcuno. Costui era appunto il gastaldo, il quale ravvisando il cavallo, si fece incontro al cavaliero; e mentre guardava con occhio pietoso la povera bestia com'era conciata; udiva da Giuliano che gli aveva a dare un'altra cavalcatura. Smontare, togliere l'arnese di dosso al cavallo stanco, e sellarne un altro, zaino, accapucciato, di collo scarico e all'aspetto buon corridore; fu lavoro di poco tempo. I due animali barattarono tra loro un nitrito, come se il nuovo chiedesse allo stanco, se il cavaliero fosse forte in arcioni; Giuliano già in sella spronò, e forse senza salutare il gastaldo, ripigliò la via.

E tornò a traversare borghi e castelli, non provando molestia di fame o di stanchezza. Più camminava più gli pareva di diventar forte e fresco; al sole non badava nè al polverio, nè ad altro: arrivare a D…. ecco lo sprone che gli si era fitto nell'anima, più acuto, più tormentoso di quello, con cui egli insanguinava i fianchi al cavallo; il quale se gli fosse bastata la lena, quel giorno di certo non avrebbe odorato biada nè fieno, prima d'essere a D…. Ma alla fine se non la compassione del cavaliero, potè la stanchezza; e il povero animale rallentò da sè la gran corsa. Allora Giuliano si trovò come riscosso da un sogno, che stesse facendo; e alzato il capo si vide in faccia e poco discoste le torri di Alba. La voce del Tanaro gli suonò all'orecchio, come quella d'un amico che gli parlasse, con dialetto somigliante a quello dei suoi monti; e guardando la propria ombra sulla via, gli parve sì corta, che stimò il mezzogiorno molto vicino. Passando il ponte di legno che metteva nella città, pensò come quelle acque verdastre, spumanti, rumorose contro le barche; sarebbero scese più basso, a mescolarsi con quelle della sua Bormida; sentì l'aria della sua terra; diede un'ultima occhiata dietro di sè alla pianura, all'Alpi lontane, in quell'ora non tinte come a sera, di colori che paiono dell'altro mondo; poi messosi dentro, badò innanzi la via per dove andava.

Sott'essi i porticati, che in Alba, come in quasi tutte le cittadette di quelle parti, sembrano essere stati fatti apposta per i signori; stavano i maggiorenti aspettando l'ora del desinare; altri in brigatelle allegre passeggiando, altri gomitoni sugli sporti delle officine a chiacchierarsela cogli artieri alla buona. L'aspetto della città, era allora più severo, e le torri brune parevano stare là ritte, quasi per ammonire i cittadini, che dove non avessero atteso a procacciarsi ogni anno miglior ventura e vivere più civile; il passato con tutto il diavolio di baroni, di bravi, e di foderi medioevali, avrebbe rifatto capolino dalle loro balestriere, e dai loro merli, sto per dire, imbronciati.

Giuliano attraversò la città, e andò a smontare all'altro capo di essa, a quell'osteria chiamata una volta dello scudo di Francia, adesso dei tre Re; quasi per far le cilecche ai francesi, che l'anno prima n'avevano tolto uno dal mondo.