Le donne non guardarono che viso facesse Tecla alle parole di Marta; ma pensarono alla profezia del zolfo, udita lanciare di sul pulpito dal pievano. E cominciarono a parlare di lui, e a dirne tante lodi; che se davvero uno si sente fischiar le orecchie quando è menzionato in qualche luogo, don Apollinare dovè sentirvisi dentro le centinaia di grilli.

Ma la bisogna in cui egli era occupato in quel momento, non gli concedeva di badare a queste minuzie; e aveva la testa intronata da ben altri rumori; suon di stoviglie, tintinnio di bicchieri, voci alte, un'allegrezza chiassosa. Sedeva a convito nel presbiterio, una grossa brigata d'ufficiali delle genti Alemanne, venute a spalleggiare l'altre della loro nazione, che in primavera ne avevano toccate dalle bande di Nizza, in parecchi combattimenti. Quelle genti, sebbene non fossero centomila, come Giuliano aveva inteso dire tra via, pure ingombravano la valle da D… sino alle sorgenti della Bormida; e villaggi e casali ne erano zeppi. I popoli di quelle terre ne avevano gran disagio pei molti alloggi, pei viveri di che dovevano fornirle, e più per quel che esse si pigliavano, a mò di predoni; e fra i guai che pativano dagli Alemanni amici, e la paura dei Francesi, che calassero a far battaglia con essi di qua dei monti; vivevano col cuore tra due sassi. Nè quella paura poteva chiamarsi ubbía, perchè dalle cime dell'Apennino, a San Giacomo, al Settepani, dove avevano poste le grosse guardie, i Francesi parevano spiare l'ora acconcia a ferire qualche gran colpo; e a sera si vedevano tanti dei loro fuochi, che su quei monti pareva sempre la vigilia di San Giovanni. Don Apollinare si sentiva scottare da tutti quei fuochi; e l'idea della calata dei Francesi, tornava ad essere per lui come un ariete di bronzo, che gli desse le gran capate nel petto. Sull'imbrunire, sempre chiudeva le finestre del presbiterio, che guardava a mezzogiorno, non volendo vedere quei monti d'amaro ricordo, coronati di quei fuochi maluriosi e maledetti: nè solo o accompagnato s'era mai più fatto sino al muricciolo, che chiudeva il sagrato da quella parte. Anzi, se gli accadeva di dover discendere di castello pei suoi affari, pigliava un sentiero a ridosso del colle, per non sentirsi in viso neanco l'aria di quelle montagne; punto badando alla natura selvaggia di quel sentiero, che pareva fatto per menare i cristiani a rovina.

Ma a mezzo luglio, venute quelle nuove schiere d'Alemanni, aveva ricominciato a tornare in essere, come un lume che in sullo spegnersi venga riempiuto d'olio. Si mise di nuovo a pigliare i suoi pasti, a dormire un po' più tranquillo; e quando potè farlo, dopo quindici dì d'apparecchi, si condusse in casa, a banchettare, gli officiali rimasti a campo nella sua pieve.

Donna Placidia, la quale aveva così in uggia la gente d'arme, che solo a vedere l'elsa d'una spada si segnava spaurita; s'era sfogata a brontolare tutti quei giorni; e la vigilia del banchetto, pianse. Perchè il fratello aveva tirato il collo a tanti capponi, che la stia era rimasta vuota; quella stia consapevole, dove nelle sue noie essa era certa di trovare un popolo devoto, al quale volgeva la parola eloquente, quanto quella del pievano, quando parla dal pergamo ai suoi parrocchiani. Ma da quella donna che penava poco a rassegnarsi, perdonò al fratello lo strazio fatto; e badò che il desinare riuscisse a modo. Essa in cucina, essa in cantina, essa a dar in tavola le vivande, facendo da scalco, faticò per sette: paga di non essere conosciuta per sorella del pievano; perchè (questo senso d'orgoglio l'aveva), l'essere in letto ammalata a morte, le sarebbe riuscito men duro che l'apparire agli occhi di tanti gentiluomini, in quel suo stato di fantesca. Di tanti affanni patiti durante il banchetto, si ricattò alfine, quando fu tempo di porre al fuoco la caffettiera; chè messo il naso sopra quell'arnese, l'animo suo si rifaceva sereno. Il fumo della preziosa bevanda, poteva su di lei, come la musica su certi animi iracondi; e per dire a modo qual gusto vi ebbe anco quel giorno, bisognerebbe averla veduta farsi oltre nella sala portando il bricco lucente, in cui specchiandosi la sua e le faccie rubiconde dei convitati, parevano, a misura che essa avanzava, fare una ridda.

Avevano mangiato gagliardamente, e bevuto da far raccapricciare le viti della pievania; e chiacchieravano de' fatti loro fumando, annuvolando la sala, scoppiando in risa ai motti di qualche compagno che avrà canzonato l'ospite, perchè senza Tersite la compagnia non sarebbe stata intera. Ma quando videro il caffè, uscirono tutti in uno oh! lungo di maraviglia; e mentre donna Placidia deposto il bricco se ne tornava in cucina, compensata d'ogni sua noia; plaudirono don Apollinare che mescendo il caffè, procacciava ad essi, su quei monti, di così fatte delicature. Egli mescè, zuccherò, si prese per sè una chicchera; e rimenandovi dentro col cucchiarino, piantato sulle gambe, la persona un po' curva, il viso sporto:

«Il caffè—sclamava—il caffè vuol essere bevuto dai signori, stando in piedi e mormorando…!—E levata la tazza ad una sorta di brindisi, cominciò a sorseggiare, movendo quelle sue pupille grigie, per forma che pareva un volpone sotto una cesta.

L'allegra brigata fu tutta in piedi. I mustacchi dei bevitori coprivano gli orli delle chicchere; e gli occhi scintillanti pei vini tracannati in gran copia, barattavano sguardi ed amiccamenti, per disopra a quelle. I corpi satolli, mandavano il fumo ai cervelli; chi ne diceva una, chi ne sbottava un'altra; e per farla finita, bevute in sul caffè parecchie altre bottiglie, uscirono fuori a prender aria.

Ad uno, a due, a quattro giù per la scala, uscivano dal presbiterio come fosse da un'osteria. Donna Placidia, di sull'uscio della cucina, contemplava quella strana processione, e al silenzio che regnava nella sua stia, le pareva che i suoi polli cantassero in corpo a quella gente contenta. La quale fu vista a gruppi scendere dal colle, col pievano in mezzo, tronfio, acceso in volto, e, si sarebbe detto, beato d'aver pasciuto quei messeri, che lo menavano a zonzo. Ammirati, salutati, invidiati dalla poveraglia, che andava in giro limosinando alle porte: come furono al piano pigliarono la via più amena, che era quella in sulla riva del torrente; e sempre dell'istesso andare, dissipando il fumo delle pipe e quello dei cervelli, s'allontanavano dal borgo, a seconda dell'acqua.

Gli è quanto dire che movevano verso quella banda, per dove Giuliano stava arrivando; e in verità non erano discosti gran tratto, che questi capitava di faccia ad essi, ad uno svolto della via, cavalcando di quell'andatura stanca, che la povera bestia dell'oste d'Alba poteva, dopo sì lungo cammino.

La brigata si cansò sulle prode della via angusta; ed il giovane, che oramai avendo il suo borgo dinanzi, ondeggiava tra il desiderio e la paura di saper alfine la verità su sua madre; passò in mezzo senza salutare, come non avesse veduto le splendide assise. Gli uffiziali stettero a badare più che a lui al cavallo; ma don Apollinare soffermatosi, colle mani appaiate sulle reni, la testa inclinata sulla spalla, mirò di sbieco; e col calcagno destro battendo il suolo, sicchè il ginocchio e il polpaccio agitavano le pieghe della talare, sclamava: «pecora, pecora! se io volessi ci saresti capitata!»