Codesto Ranza, era della città d'Alba, caldo amatore di libertà e delle cose di Francia, e molto addentro nelle cospirazioni, che si formavano di quella stagione. Egli si scoprì di là ad un paio d'anni, quando i repubblicani condotti da Buonaparte, furono nelle valli della Bormida e del Tanaro, dopo aver vinto a Montenotte e a Cosseria; e diede lena a molti di chiarirsi contro il re. Di lui fa cenno il Botta nelle sue storie, e sebbene lo stimi cervello disordinato, e capace del pari di far perire la realtà per la ribellione, e la libertà per l'anarchia; è giusto alla sua memoria; lo chiama uomo dabbene nè senza lettere; e di certo non disse troppo.
Giuliano l'aveva incontrato a Torino alcune volte, a quei convegni notturni; ai quali di quando in quando, si recavano gli amici delle città piemontesi, a fare accordi, a pigliar novelle, a conoscere nuovi compagni. Ora cavalcando e divorando colla mente, quelle altre sei od otto ore di cammino, che gli rimanevano a fare per giungere a D…; sentendo in cuore la voce di Ranza suonare con qualcosa di paterno; credeva che per tutta la vallata fossero uomini di quella sorta e di quel pensare. Sicchè l'aria gli pareva piena di spiriti generosi; tutto gli tornava più bello a vedersi in quei luoghi noti: e sin quel dolore domestico, verso il quale correva, gli si faceva più mite.
Man mano che s'avvicinava a' suoi monti; l'aspetto della campagna, era come se la mano dell'uomo avesse affrettato l'opera della natura. I fieni erano stati falciati; la mietitura fatta anco nei luoghi, ove le messi solevano venire più tardive; dovunque era un casolare, s'udiva un rumore di correggiati, si vedeva un ventolar di biade, e nugoli di pula che andavano all'aria lontani. Appariva, per tutto, la furia di tirarsi in casa i raccolti, anco immaturi; dalla tema dei Francesi, dei quali si diceva che usassero predare, incendiare, struggere ogni cosa. Chiese novelle del paese, e di grosse come quelle che gli davano i montanari, non ne aveva inteso mai. Seppe che di quei giorni erano arrivati in Val di Bormida molti Alemanni, dicevano più di centomila, ma che i Francesi erano molti più. Taluno osava chiedere a lui dove andasse; e sentito che a D…, compiangeva il povero signorino, perchè i repubblicani erano di là a poche miglia. Giuliano non badava a quelle rustiche paure, e tirava innanzi bevendo a petto pieno l'aria delle montagne native.
CAPITOLO XIII.
Sul vespro di quel giorno, mentre Giuliano cavalcando già vicino a D…, scopriva tra il verde del castello il campanile, che pareva un amico acquattato, per dar voce del suo ritorno; sul piazzale di casa sua sedevano alcune donne del vicinato, intente a rammendare camicie, a filare, a fare ognuna qualcosa, ascoltando i racconti di Marta. La quale, pigliate le mosse dai molti Alemanni giunti di quei giorni; parlava delle guerre degli Spagnuoli, venuti sul principio di quel secolo, pochi anni prima che essa nascesse, a devastare le valli della Bormida; dove erano passati come la maledizione di Dio. Dai racconti di guerra, era caduta in quelli della fame e della peste; e ne aveva sballate di quelle così grosse, che le povere contadine si pregavano di morire, piuttosto che star al mondo a vedere altrettanto. Una delle uditrici era Tecla, che alle parole della vecchia badava poco o punto. Perchè i suoi pensieri erano lontani di là molto: e vi avesse anche badato, la sua mente aveva fatto, in quei due mesi, così lungo cammino; che le cose strane dette da Marta, non potevano più nulla sull'anima sua. Si era in tutto mutata e tanto, da non si ravvisare a prima giunta; e a poco a poco aveva pigliato nei portamenti e nel viso, l'aspetto di fanciulla nata in istato migliore di quello, donde era uscita. La signora l'aveva sin da principio vestita de' panni più fini; e sebbene la villanella si fosse trovata in sulle prime un poco impacciata, nelle foggie nuove di quelli; vi si era presto avvezzata, con gran maraviglia di Marta; che ormai non sapeva più sgridarla nè tenerle il broncio, e parlava di essa benignamente. Nessuno del borgo, neanche lo stesso pievano, aveva più osato menzionare il fatto della scappata notturna di lei; e sapendo che viveva raccolta, sempre alle gonne della signora Maddalena, tutti la chiamavano fortunata; a tutti pareva uno di quei fiori, che dopo una fiera ventata, da cui siano stati quasi divelti, crescono di bellezza, più desiderati quanto più s'ascondono nella siepe. Le donne del vicinato, che la vedevano qualche volta alle finestre di quella casa, le si cominciavano a mostrar rispettose; le fanciulle ne avevano invidia; suo padre e sua madre si stimavano qualcosa da più di due o tre mesi prima, ma quasi si peritavano a chiamarla loro figliuola. Essa, punto insuperbita, diveniva ogni dì più dolce; e sebbene paresse che essendo giunta a quella fortuna, dovesse stare allegra; una malinconia diffusa sul suo viso, rivelava che il cuore piangeva dentro; e il pensiero del suo destino, e la tema d'una caduta, che forse sarebbe stata più dolorosa, quanto più essa saliva, cominciavano a nascere in lei; sicchè l'avvicinarsi del giorno, in cui Giuliano sarebbe tornato da Torino, le pareva una montagna che fosse lì per franarle addosso a schiacciarla.
Quel giorno, seduta in quel crocchio di donne, all'ombra del pergolato, da cui pendevano i grappoli di lugliatica, già matura, che la signora voleva serbati intatti per Giuliano; badava poco o punto, come ho detto, ai racconti di Marta; e questa che dal gran dire si sentiva la gola di pomice, essendo in sul finire, sclamava:
«Oh! le mie care benedette, i flagelli di cui vi parlo li manda il Signore; guerra, fame e peste, gli avremo tutti, uno dopo l'altro. E ancora bisognerà ringraziare, se si morirà di due uno, come ho veduto io nella mia gioventù. Ma se avvenisse come centocinquant'anni or sono, quando da queste parti, i rimasti vivi erano come le mosche bianche? Quella fu una morìa! Io ho conosciuti due signori di C…, che venivano qualche volta a desinare qua, dal padrone buon'anima, ma quello vecchio. Essi erano i figli dei figli d'uno dei soli quattro uomini, che la peste d'allora lasciò vivi, in quel borgo di tremila anime. Eh! se gli aveste intesi! raccontavano le cose udite dai loro padri i quali le avevano avute dal nonno; e solo a rammentarle non mi sta in capo il fazzoletto, tanto mi si rizzano i capelli! E anche allora si era detto che la peste nascesse dai tanti soldati morti in guerra… Baie! Io so che a C…, l'avevano formata tre scellerate sorelle coi loro unti…, una notte di sabato, in un loro podere, dove solevano trovarsi col diavolo… (qui Marta si segnò per l'ubbia che menzionando il demonio, questi le facesse tre salti d'allegrezza dinanzi). Ammanirono l'unto infernale, e tornate la domenica all'alba nel borgo, unsero le porte delle case e le panche in chiesa, e sin da quel giorno cominciò a morir gente per certi tumoracci tanto fatti…
«No, Marta, non fate segni colle mani!—sclamarono quelle donne, che credevano di malaugurio il mostrare col gesto la grossezza di tumori, di biscie, di piaghe e d'altre cose cattive.
«Le tre sorelle,—continuò Marta—allegre del fatto loro, partirono per andarsi in casa a un loro parente del Genovesato; ma il podestà di C…, fece dar loro dietro coi corni marini, e furono colte dalle parti di Savona, là dove la Vergine Maria era comparsa al Beato Antonio. Legate, battute, menate a C… furono bruciate vive al cospetto del popolo, tutte e tre insieme, come anime dannate… e io ho visto dove.»
A questo punto, dando un'occhiata intorno; Marta si avvide di Tecla, che aveva sulle labbra un certo sorriso, come di compatimento a qualche baggianeria, uscita di bocca a lei. Si sentì punta nel vivo, da quel sorriso di incredulità, che in mezzo a tante credenzone pareva il simbolo dei tempi nuovi, e «già!—sclamò—quei dai vent'anni in giù, ridono delle streghe, del diavolo, di tutto! Chi non crede al diavolo, non crede bene neanche a Dio, dice il signor pievano; me l'ho appiccata all'orecchio, e penso anch'io come lui che se si va di questa gamba, fra un altro po' d'anni, pioverà zolfo acceso. Per me avvenga che può, e rida chi vuole, io sto col signor pievano, chi ha da salvarmi è lui…»