«O Tecla?—chiese essa, rimescolata per l'assenza della giovinetta.

«Tecla?—rispose Marta con certa voce che pareva chiedesse anch'essa—Tecla, questa volta ne sono certa, e non è più tempo che io taccia. Mi scaccerà se vorrà, tanto in questa casa non ci sono quasi più per nulla, ma voglio dire la verità. Ascolti, quando vedeva lei usare tanti bei garbi a Tecla, e avezzarla a leggere a scrivere, a parlar bene; ecco, diceva tra me, una signora che si apparecchia da sè il miele amaro! Ma dalla tema di farle male, mi teneva in gola tutto….

«Ma, o Marta,—sclamò la signora, battendo forte col piede il pavimento:—e che strazio è questo che volete fare di me?

«Tecla la strazierà; non io…! Tecla, Tecla… vuol bene al signorino!»

Fu come se nella sala non vi fosse rimasto più anima viva, dal tanto silenzio che vi si fece a quelle parole. La signora si abbandonò sul suo seggiolone, raccolse la fronte tra le mani, e non fiatò. Marta ritta, immobile, sbigottita, stava come se avesse, senza volerlo, ucciso qualcuno. E sentendosi rimordere forte d'avere dato quel tuffo alla padrona, afferrò il primo pensiero che le balenò alla mente; e senza stimare quanto valesse, fece come colui che lava la piaga colla prima acqua che gli viene alla mano, non badando se sia immonda da farla inciprignire. Chinandosi a lei, quasi a parlarle nell'orecchio sommessa, disse con ingenuità maravigliosa.

«Ebbene? Che guaio c'è? E dacchè quell'altra di C… si marita…: se il bene che Tecla gli vuole, servisse di sfogo a Giuliano.»

A queste parole, la signora Maddalena sollevò la fronte sdegnosa; ma d'uno sdegno sì alto, sì generoso, che alla vecchia parve di non avere visto mai nulla di più potente, a farle chinare gli occhi mortificati.

«E questo,—sclamò—questo, o Marta, è il più tristo pensiero che abbiate concepito dacchè siete al mondo; voi, che come io, avete un piè nella fossa!» E preso un partito, lasciando la fantesca a ingollare le parole che aveva detto, s'avviò sola, al buio, in casa di Rocco.

Là s'era rifugiata Tecla, sin dal primo apparire di Giuliano; senza che la padrona, o Marta avessero badato a lei. E chiusa in quella cameruccia, dove non aveva più posto piede da quella sera, in cui era salita a pigliarsi i panni, per andare a Torino alla ventura: pensava a Giuliano come ad una visione; pensava a Marta, che forse gli avrebbe detto, come essa fosse vissuta quei due mesi alla mensa della signora Maddalena; le veniva in mente quella fanciulla di C…. di cui aveva inteso parlare da don Marco; provava uno sgomento profondo della venuta del signorino, e insieme corruccio contro l'ingrata che non lo voleva più sposare. Oh! se la grazia di essere amata da esso, il cielo l'avesse fatta a lei! Qui arrossiva d'avere osato tanto pensiero; e in questa guisa, ora cadendo d'animo, ora levandosi, se ne stava rannicchiata là al buio; d'una cosa temendo su tutto, ed era che prima o poi la si venisse a cercare.

I suoi l'avevano veduta venir in casa così di furia che n'erano rimasti spauriti; ma già accostumati a menarle buona ogni cosa, dacchè pareva portata in palma di mano dalla padrona; non s'erano manco rischiati a chiederle che avesse. E tra quel fatto, e il ritorno improvviso del signorino, ondeggiando turbati; non osavano coricarsi, e stavano a quell'ora ancora in cucina.