«Per carità!—disse Marta—che essi non avessero a sentire, sono lì sul piazzale….»

«Giuliano abbi pietà di me!—pregò la signora—ci han dato due uffiziali ad alloggiare; soffri in pace, e se ti volessero salutare, sii buono.

«Non voglio vederli, sono stanco, casco dalla fatica…!»

Così dicendo, Giuliano partì sdegnoso, e senza lume prese la scala che menava alla sua stanza.

Marta sollecita accese una lucerna a mano, e gli tenne dietro; la signora Maddalena rimase ritta un tantino in mezzo alla sala incerta se dovesse seguirlo, o star lì a far buon viso agli Alemanni, se venissero dentro. E siccome questo le parve il meglio, così accostatasi alla porta, si mise ad ascoltare, tremando che essi avessero intese le parole oltraggiose del figlio. I due, tornati mezzi avvinazzati dal banchetto del pievano, erano proprio sul piazzale, come Marta aveva detto; e davano ordini ai loro servitori, parlando imperiosi la loro favella. Essa in quei loro parlari non ci capiva nulla, ma spiegandoli a sè stessa alla sua maniera, già si figurava che davvero toccassero il suo figliuolo. Senonchè coloro, riveduti i loro cavalli, e detto ai servi quel che avevano a dire, se ne andarono di nuovo; forse a godere la serata, per tornare tardi pieni di vino e di gioia; gioia che in quella casa non doveva più brillare che su visi stranieri.

Appena se ne furono andati, e sul piazzale non s'udì più che il passo dei servitori, e il cigolare dei secchi, e della carrucola del pozzo; la signora si provò a salire di sopra. Ma si fermò, perchè Marta, lasciato il lume in camera a Giuliano, veniva giù tastoni e strisciando il piede per trovare i gradini.

«S'è buttato sul letto vestito e stivalato, com'era, e rimase addormentato morto.» Così la vecchia; e la signora:

«Oh dorma! dorma! e che non gli venga in mente nulla, nè C…. nè Torino…!» e salendo in punta di piedi andò ad ascoltare e a vedere da sè.

La stanchezza del corpo, aveva potuto più dello scompiglio dell'animo, e Giuliano dormiva sì fisso, che tutti i tuoni del cielo non sarebbero bastati a destarlo. Essa spinse l'uscio, entrò nella camera, appunto come aveva fatto la notte prima della sua partenza, e al chiarore della lucerna lasciata da Marta, stette a guardarlo. Giaceva supino; il petto gli si gonfiava a lunghi respiri; le guance attenuate dalla fatica erano pallide; le sopraciglia, i capelli, i panni aveva polverosi; pareva un guerriero che riposasse dopo la battaglia. Oh! se essa avesse potuto vedere il cuore di lui; se avesse potuto leggergli traverso la fronte i pensieri! Eppure meglio averlo lì sotto gli occhi, tribolato quanto si fosse, meglio lì che a Torino, nel carcere, da cui la Marchesa di G…. l'aveva forse campato…. Oh! la gentildonna pietosa, che sì che l'aveva trovato il modo di farlo partire!…. E la ringraziava dal fondo del cuore, e le pareva che oramai si sentiva forte da poterlo difendere contro ogni nemico; i birri, gli Alemanni, il pievano, chiunque volesse fargli male, gli avrebbe visti in viso! Rimasta un altro poco a guardarlo, baciò il guanciale su cui posava il capo, non osando baciar lui in viso; poi si tolse non sazia da quella vista.

Tornata in sala, trovò la fantesca gomitoni sul tavolino; e allora soltanto, vedendola sola, si rammentò di Tecla.