Egli aveva ricondotte in C… le figlie e la cognata da sola una settimana; perchè dal giorno in cui don Marco e il padre Anacleto, s'erano bisticciati nella sua palazzina, e Bianca aveva detto apertamente al primo, d'essere disposta a fare il volere del padre suo; egli adagiato nelle dolcezze della campagna, s'era dilettato a colorire i disegni che aveva nel capo. Di piàti e d'ogni altro negozio dell'arte sua, non si era più dato pensiero, contento di quello che teneva tra le mani grandissimo, il matrimonio di Bianca coll'Alemanno.
In verità questi due, guariti l'uno del corpo e l'altra dello spirito, mostravano oramai d'aver fretta; ne sarebbe bisognato di sapere i discorsi, o di badare alla rallegratura, che il viso della fanciulla pigliava sempre più viva; per indovinare come ogni giorno fosse atto ad essere vigilia di quella festa, che alle volte pone l'uomo dentro al tempio della Felicità, e alle volte gli fa sbattacchiare in faccia la porta di questa Dea.
A misura che la festa si appressava, damigella Maria pareva restringersi con Margherita, tanto da fare con essa una sola persona annuvolata e taciturna. Essa aveva fatto come colui, che vedendo pieno di crepe il muro della propria casa, s'industria di tenerlo ritto con puntelli d'ogni sorta; e tira innanzi dall'oggi al domani, finchè vi rimane sotto schiacciato. Messa in disparte l'idea d'andarne di casa al cognato; quetatasi nella promessa che l'Alemanno non avrebbe menata Bianca lontana; s'era acconciata a vivere là dentro, dove tutto pareva farsi a suo dispetto. Il signor Fedele, poneva ogni cura, a non darle appicco di tornare a mezzo con quell'idea; badava bene a non capitarle tra' piedi; e le lasciava volentieri il sollazzo della compagnia di Margherita, in cui la poveretta aveva posto la vita. Così a poco a poco, tra lo starsi e l'essere tenute in disparte, in quella faccenda del matrimonio; esse erano divenute a Bianca quasi straniere. Questa poi, dal dì che s'era chiarita ben disposta verso l'Alemanno, non aveva riparlato dieci volte con esse. Occupata di sè, delle cose nuove che si vedeva intorno, e delle tante che sapeva immaginare con quella sua fantasia, riscaldatale dal padre e dal fidanzato in mille guise, si reputava felice; e vedendo esse accorate faceva spallucce, e diceva tra sè che nelle loro malinconie, non aveva a vedere nulla. Le cansava con accortezza, e quando non era col fidanzato, col babbo amorevolissimo, o col padre Anacleto che veniva nel borgo a visitarla; se ne stava nella propria camera soletta; non come la primavera addietro afflitta, taciturna, stanca di tutto; ma intenta ad aprire e a rinchiudere, cento volte, i cassettoni del suo canterano. E pigliava diletto a cavare e a riporre uno dopo dell'altro, vezzi d'oro, e monili e collane; e poi sete, e trine, e vesti, e pettini, e reticelle, e guanti di ogni colore e di molta spesa. Sovente aprendo una scatola di lavoro sottile, che era da per sè una galanteria, ne cavava certi fiocchi di piume di cigno, e accostandosi allo specchio, s'impolverava peritosa un po' di capelli sulla fronte, e un po' di gota; e rimaneva a guardarsi nella spera, come per vedere se incipriata tutta la testa, sarebbe parsa più bella. Oh! se la mala ventura, che poneva Giuliano a sì dure prove per amore di lei, l'avesse portato a vederla solo una volta, in quelle opere solitarie; che sì ch'egli avrebbe cacciato presto dal cuore l'affetto a quella bellezza! E se le memorie prepotenti le riconducevano alla mente quel giovane scolare del terrazzino, quella donna che tre mesi prima l'aveva baciata in viso: se pensava al dolore in cui forse vivevano per essa; faceva come pel cordoglio della zia, si stringeva nelle spalle e pareva dire: «che colpa ci ho io?» Buon per lei che don Marco non appariva più alle finestre rimpetto; perchè da parecchio tempo si era andato a ricoverare in certa sua casuccia sui monti, dove lo rivedremo; ma se egli fosse stato nel borgo, le avrebbe qualche volta dato ad intendere con un solo sguardo, quanta era la colpa che essa aveva nei dolori, sofferti dalla signora Maddalena e da Giuliano, per cagion sua. Tuttavia, essa non se ne sarebbe doluta molto, assordata come era dalle ciance degli adulatori; i quali sparsasi la voce del matrimonio, erano corsi a congratularsi a lei; e gli ufficiali Alemanni, amici del fidanzato erano stati i primi. Costoro usavano con essa i portamenti più rispettosi; e quello stesso generale che aveva rimbrottato il fidanzato, dandogli i fogli della licenza giunta da Vienna; s'era rabbonito con lui per la bella maniera, con che aveva toccata la sua ferita, e per la bellezza della fanciulla, che francava la spesa del suo amore. La prima volta che l'aveva veduta, le era entrato di Vienna, di Corte, dello stato che l'attendeva: e Bianca d'allora in poi, s'era sentita crescere l'orgoglio e i desideri; e l'animo non aveva più cessato di farle dentro come vi avesse un pavone. E già non poteva più reggere a stare in quella casa, che le pareva umile da averne vergogna; e pur d'andarsene si sarebbe acconciata a partire di notte, senza dire addio a niuno, col suo Alemanno; il quale non era più per lei, l'uomo a prima giunta tanto spiaciuto. A farlo bello agli occhi di lei avevano anche giovato le minute dicerie e i motti delle zitelle del borgo; motti e dicerie, che raccolti con cura dal padre Anacleto, le venivano nell'orecchio come prove dell'altrui invidia. Così tra i benevoli e i malevoli, la preparazione di quel matrimonio fu un lungo epitalamio, che finì nelle dolci parole con cui Bianca e il fidanzato, fissarono per le nozze il primo giorno d'agosto; quello stesso in cui Giuliano si sarebbe ridestato nel proprio letto di D…. chi sa con quali propositi nell'anima offesa.
Il signor Fedele, aveva dormito poco la notte, e sin dall'alba si dava attorno con un nugolo di fantesche e di servitori; tolti in casa lì per lì, tanto che la faccenda della festa e del convito fosse mandata innanzi per bene. Le signore del borgo, anco quelle che del matrimonio avevano parlato più da maligne, andavano e venivano profferendo a Bianca i loro servigi; l'una per essere stata l'amica di quella buon'anima della signora Costanza; l'altra perchè in fatti di così gran conto s'era sentito ribollire nel sangue la parentela; le più per quello assillaccio della curiosità, in certe donne sì vivo, che tu le trovi dovunque tu vada, a festa, a funerali; ora prefiche, ora pronube; sempre colle labbra mosse in guisa, che tu non sai se siano per dirti una parola d'augurio, una di compassione, oppure una facezia.
Bianca stava in una stanzetta che le teneva luogo di spogliatoio. Non aveva fatto altro in tutta la mattinata che aprire cofanetti e cassettoni; sturar boccettine d'acque odorose e spruzzarsene; si provava anella e pendenti di grandissimo costo, braccialetti e collane; e già molto prima dell'ora fissata, essa era pronta per andare in chiesa. Fattasi dinanzi ad uno specchio, che il fidanzato aveva fatto portare sin dalla lontana Venezia, stette un tantino a contemplarvisi piena di ammirazione per la grande bellezza che si sentiva in tutta la persona; poi piegando il collo verso le signore che l'avevano aiutata a vestirsi, disse altera come una regina:
«Ora possiamo andare.
«Ma lo sposo?»—chiese una di quelle dame.
«O che modo è questo di farsi aspettare?»—sclamò Bianca, battendo dalla stizza l'ammattonato col piede, che fu visto in quell'atto, chiuso in un scarperotto di raso bianco, stretto fin sopra la noce, da un intreccio di cordelline di seta, le quali si scernevano sulla calza, traforata e di sottilissima fattura. E così dicendo cavò dalla cintura un oriolo tempestato di gemme, che mandavano dalle mille faccette certi raggi, i quali somigliavano ai lampi onde brillavano gli occhi di lei, per la collera cui s'era levata.
Le donne s'ingegnarono di quetarla; ed una di esse, a consumare quell'altr'ora che rimaneva, prese a narrare, interrotta presto dall'altre, i matrimoni illustri, che ai loro giorni avevano veduti celebrarsi nel borgo. Bianca, messasi a sedere, ascoltava; e proseguiva a vagheggiarsi nella spera, facendo paragone di sè colle spose, delle quali sentiva dire.
Frattanto il signor Fedele aveva finito di far apparecchiare la mensa, in quella sala istessa, dove alcuni mesi prima, la signora Maddalena s'era intrattenuta con lui. I convitati dovevano essere molti, epperò lo studio per far posto a tutti, era stato assai lungo. Il vasellame di stagno forbitissimo, le bocce, le guastade, facevano un bel vedere sulla tavola foggiata a ferro di cavallo, e coverta di tovaglie tessute ad opera, candide che avrebbero rimessa la voglia in un ammalato agli sgoccioli. Le dipinture della Samaritana al pozzo, e della scala di Giacobbe, con tutte le altre anticaglie, erano state tolte; e la sala parata a nuovo non pareva più quella d'una volta, neanco per l'ampiezza, tanti erano gli arredi, e tale il bell'ordine con cui ve gli avevano assettati. Arazzerie e festoni d'edera, appiccati ai travicelli del soppalco ed alle pareti, formavano sopra la tavola una sorta di padiglione, che accordandosi coi trofei composti dall'organista del borgo, parevano insieme simboli delle nozze tra il guerriero e la montanina.