La povera Margherita provava di tutto quello sfoggio uno sgomento che non le lasciava aprir bocca; e dopo d'aver aiutato il babbo in quelle opere, non le era parso vero che questi le comandasse di andarsene in camera alla zia; perchè essendo zitella, gli usi del paese non le concedevano di stare alla festa. Essa non se lo fece ridire, e passò da damigella Maria; la quale s'era posta a letto per ammalata, tanto da non essere costretta a sedere a mensa, quel giorno ch'essa stimava più tristo d'un funerale. Raccolta là dentro con essa, Margherita le raccontava le cose vedute in casa; e di quei racconti la cieca sentiva una molestia, come fa la malaria a chi cammina per luoghi palustri.
«Vengono, vengono!» sclamò a un tratto la fanciulla rimescolata.
«Allora tu non ti muovere più di qui; e mentre andranno in chiesa, noi ce ne staremo coll'anima di tua madre, che certo a quest'ora è con noi. Pregheremo che campi almeno te da queste cose; inginocchiati e metti la tua faccia qui sul guanciale, vicina alla mia.»
Così dicendo, damigella Maria, da seduta com'era, si distese, e coll'imboccatura delle lenzuola si coperse il capo per non udire.
Su per le scale, venivano con allegri clamori, ufficiali alemanni, signorelli e dame; e passavano con belle cerimonie nella stanza, dove il signor Fedele soleva dare il suo ballonzolo in carnevale. Ivi i parlari gai, le piacevolezze gentili, si mutarono in un bisbiglio d'ammirazione all'aprirsi d'un uscio; d'onde tra le portiere verdi, fu vista apparire candida e sfavillante come un fiocco di neve, di faccia al sole; franca di passo, accompagnata dalle signore che l'avevano vestita; quella Bianca felice, alla quale, pochi mesi prima, un pittore avrebbe messa in mano una palma, e in capo una corona per ritrarre una martire. Adesso un pèttine di gala raccoglieva quelle sue treccie, altra volta annodate così modestamente; e da esse, impolverate e acconciate, come se Lucifero vi avesse posta la mano, si spiccava un velo bianco trinato, che le scendeva giù pel collo, ornato d'una doppia filza di perle; e lambiva le spalle ignude e belle come d'un torso di quelle statue, che si scoprono scavando le terre del genio e del sole.
Per poco non fu uno scoppio d'applausi. Quei soldati stranieri, usi alle corti, potevano aver veduto qualcosa di uguale; ma i convitati del borgo non avevano visto nulla mai che somigliasse a quella bellezza, la quale si spandeva da tutta la persona di Bianca; e pareva, come una gran luce, ornare di qualche parte di sè fin la più vecchia delle donne, che la circondavano silenziosa e sorridente.
Allora l'Alemanno si fece innanzi, tenuto per la mano dal suo generale; che vecchio ed arzillo, somigliava ad uno sparviero un po' spennacchiato, che si volesse divorare la colombella che aveva in faccia. Il fidanzato, ricuperata intera la sanità, aveva ripigliata quell'aria altezzosa e fiera, di cui la signora Maddalena s'era sentita turbata, quel giorno che l'aveva incontrato per le scale del signor Fedele. Ma la gioia donde era impresso ogni suo sguardo, ogni suo moto, lo faceva parere men duro; e per Bianca, all'ora che correva, non v'era uomo sulla terra più bello di lui.
Il generale, poichè ebbe detto alla donzella, che facesse stima di vedere in lui il padre dello sposo; pose le loro mani, l'una in quella dell'altro, e pronunziò queste parole, studiate parecchie ore, e mandate a memoria:
«Questa è la prima volta che m'accade una ventura di questa sorta. Signor Barone, se io avessi quarant'anni di meno, e fossimo ai tempi dei tornei, vorrei chiedervi di rompere meco una lancia; adesso non posso che applaudire, e narrare poi quando saremo tornati nel nostro paese, che quassù delle ferite ne toccaste due; una nel braccio, l'altra nel cuore. Che siano state toccate bellamente, diranno i vostri commilitoni per quella del braccio; per quella del cuore, chi vedrà la vostra Bianca, non avrà bisogno di testimoni. Ora, se vi pare tempo, andiamo in chiesa.
«Prego, un momento!—sclamò il signor Fedele, fra il giocondo bisbiglio, suscitato dalle parole del generale;—liberemo alla salute degli sposi, ai quali siano propizi i destini, e le loro Maestà l'imperatore d'Austria e il re di Sardegna nostri sovrani!»