Finito di leggere Giuliano tornò guardare in viso il messo, e colla voce tronca dal batticuore: «ditemi il vero—sclamò:—ditemelo, se no mal per voi…; mia madre è ammalata…, l'avete veduta?
«Malata no, che io non tocchi altra carne battezzata in mia vita!» E così rispondendo il pover'uomo metteva peritoso la mano sul braccio del giovane, e trangugiava qualcosa, come avesse avuto in gola il nodo d'una bugia.
«Dio voglia… ma voi non rispondete franco!—soggiunse Giuliano annuvolato molto.
«Gli è che lei mi… pare un giovane fiero… e poi non ho più mangiato da D…
«Vedremo!» sussurrò il giovane, e porse due colonnati al messo, che se li lasciò porre in mano, senza mostrare d'essere contento, come anch'oggi usa dalle sue parti, dove i manciaioli non sono mai paghi, nè ringraziano mai di nulla. Tuttavia profferì i suoi servigi per ogni caso, e accommiatatosi se n'andò accarezzando fra il pollice e l'indice le belle monete che aveva in tasca.
Rimasto solo, Giuliano rilesse due o tre volte la lettera di sua madre; e sebbene gli si destasse in mente una guerra di dubbi fortissima, a poco a poco si quetò nella promessa, che di là ad una settimana sarebbe venuta. Così gli aveva detto il messo, ed egli quasi per sincerarsi della verità, volò col pensiero a sedersi vicino a lei. Se la immaginò in tutte le guise, sana, inferma, malinconica, lieta; parlò con essa e con Marta di mille cose, e la presenza di quella giovinetta che l'ortolano aveva menzionata, e che di certo era Tecla, finì di metterlo in pace. Perchè gli parve che se qualcosa di guasto fosse stato laggiù, Tecla non era cuore da tenerglielo celato; e gliene avrebbe mandato a dire per via dell'ortolano stesso, o spacciando il proprio padre. Con questi pensieri gli veniva soave nella fantasia la vista di sè stesso e della famiglia in tempo non lontano; in cui quella fanciulla teneva luogo di sposa a lui e di figlia alla signora Maddalena: una visione su per giù come quella avuta a D… il dì che sua madre era andata a chiedere per lui la mano di Bianca. Vedeva Marta affaccendata correre di qua e di là per la casa, col viso lieto mostrato in quel giorno, poichè egli le aveva detto che stava per isposarsi: e sua madre gli pareva contentissima di Tecla, tirata su da lui, e già colta e gentile come donna allevata nel miglior casato, che si potesse pensare. Soffermatosi a lungo in queste immaginazioni sorrideva come chi accarezza un disegno; e tornava a pensare alla degna opera che sarebbe stata quella di menare per donna una contadina; alla dolcezza di istruirla, di educarla, di vederla crescere come fiore selvatico trapiantato in un orto a prosperare; si compiaceva a figurarsi le dicerie del volgo, le maraviglie dei suoi pari, e fin la stizza di don Apollinare; al quale un matrimonio di quella fatta, sarebbe parso di certo una nuova scelleratezza, foggiata su qualche modello venuto di Francia.
Durò questa sorta di visione tutto il tempo che egli stette a coricarsi, e fu lunga ed anco lieta; se nonchè ogni tratto, senza volerlo, rompeva in un sospiro, e gli usciva sclamato: «povera madre mia!» come se vi fosse stato qualcosa in lui, che dalle illusioni non potesse essere sviato. E non è a dire se egli penò a pigliare il sonno; e se il dimani fosse uscito a farsi vedere nel borgo, anco i bimbi avrebbero indovinato che egli non era felice. Ma alzatosi tardi, non mosse se non per andare sino al tugurio dell'ortolano, cui mandò pel cibo; poi rimase chiuso in casa, colle proprie malinconie, ad aspettare che quella settimana benedetta volesse passare.
Pel borgo poi tornarono a correre le dicerie, sui fatti del giovane abitatore della villetta maluriosa: e si disse che egli era d'un ricco casato di là dal giogo, medico novizio, e che la sua signora madre, donna di gran conto, non istava bene della salute. Ma di questa voce, Giuliano non seppe nulla; come non aveva saputo delle chiacchiere già mosse attorno sull'essere suo.
Quando fu finita la settimana, tanto gli si allargò il cuore, che gli parve d'essere uscito di sepoltura. Tutte le cime dei monti, sovrastanti alla villetta, egli le salì per iscoprire le vie, se qualche comitiva si vedesse venire; almanaccò, girò, sperò fino a sera; vegliò tutta la notte; corse ad ogni rumore, che sorgesse di fuori o nella sua fantasia; ma non fu nulla. Allora egli buttò da parte l'obbedienza dovuta ai voleri della madre, e pensò di porsi in cammino per lungo giro di montagne; facendo conto di poter capitare a casa di notte, a vedere quell'indugio che fosse. Era in sul partire, quando per un procaccio di quelle parti, gli venne un'altra lettera, spedita da parecchi giorni, e passata per molte mani, come appariva al modo in cui era gualcita. Scritta in nome della signora Maddalena da persona poco esperta, non recava di lei altri segni che il nome a piè della scrittura, nella quale lo si confortava di nuovo a stare di buon animo, nè a darsi pensiero di quello che avveniva a casa sua. Perchè, diceva la signora, non le pareva di potersi muovere, se la caldura della stagione non avesse dato giù un poco; onde il viaggio non avesse a tornare molesto a Marta, caduta di quei giorni ammalata, però non da impensierirne. Quanto a sè, aggiungeva di star bene, e che si svagava ogni giorno, continuando a insegnare a Tecla un po' di leggere e scrivere, con quel frutto che egli avrebbe visto dalla lettera, vergata dalla fanciulla. Aspettasse in pace, e sovratutto badasse a non porsi allo sbaraglio di tornare, che, guai a tutti; aspettasse, ed essa e Marta sarebbero giunte, facendosi precedere da Rocco e da un po' di roba: non dubitasse, cercasse svagarsi, insomma stesse dov'era.
«Pazienza!—sclamò Giuliano, fermandosi coll'occhio a lungo su quella scrittura:—aspetterò… aspetterò sin che sarò stanco!» Ma allora la sua tristezza si accrebbe; solitudine, noie, disegni fatti e disfatti lì per lì; furono la sua vita; e quella esclamazione: «povera madre mia!» gli uscì più frequente a qualunque cosa ei pensasse. Procacciatisi alcuni libri leggeva, meditava, scriveva, per sollievo dell'animo: e spesso era veduto dai terrazzani, intenti ai vigneti ed agli orti, arrocciarsi pei greppi men destri; discendere al mare, tuffarsi, durar sommerso tanto, che taluno stimando che petto d'uomo non potesse quello sforzo, accorreva per aiutarlo; ma egli tornava a galla un istante, poi si rituffava; quasi in tale sorta di gioco studiasse di qual cosa fosse fatta la morte, di spasimo o di piacere. Per questi suoi portamenti, già quei della terra lo chiamavano pazzo, pur avendolo in grande rispetto, perchè lo sapevano medico; e poteva loro accadere di aver bisogno dell'opera di quel signor magnifico; come di quelle parti usano anche adesso salutare i medici dei loro villaggi.