E qui cominciò tra loro una contesa, in cui si dissero a vicende parole acerbe, risentite, ingiuriose; rifacendo la storia, dal rabbuffo toccato al frate quel mattino dallo sposo di Bianca, sino alle prime cure poste da lui, a stornar l'animo della fanciulla dall'amare Giuliano.

Intanto don Marco coll'anima piena di gioia per il bel fatto del suo scolaro; giungeva in piazza, dove alla luce di lanternoni e di schiappe di pino accese, vide alcuni cavalieri splendenti d'oro, semplici negli atti e fieri nei volti, i cui lineamenti risaltavano illuminati vivamente da quelle torce strane. Uno di essi discorreva imperioso con qualcuno, che doveva stargli dinanzi, ma che non si vedeva, per essere di certo a piedi e corto della persona.

«Voi non siete venuto ad incontrarci;—rimproverava il Francese, continuando un discorso cominciato prima che Giuliano arrivasse—voi vi ho dovuto scovare come un lupo; voi avete lasciato fuggire la gente dal borgo come se noi si venisse a divorarvi; e forse i paesani vostri che corrono la campagna, gli avete armati voi. Ma ho già fatti punire i frati del vostro convento di laggiù, che invece di Cristi maneggiano tromboni: e se ne ricordino bene, la repubblica Francese vuol bene a tutti, ma guai a chi le contrasta! Voi intanto sarete custodito, finchè mi abbiate fatto trovare cinquanta bovi, cento botti di vino, ventimila pani…

«E in grazia,—rispose ardito colui che non si poteva vedere, ma che don Marco riconobbe alla voce pel Sindaco; un omicciattolo che a pagarlo un quattrino, sarebbe parso buttar via la moneta;—in grazia, signor generale, tutta questa roba dove la piglio?

«Ingegnatevi!

«Ma il buono e il migliore, se l'han portato via gli Alemanni!

«Dovevate opporvi…

«Già… per farmi accoppare da loro, perchè tutt'una mi accopperete voi…!

«Arrestatelo! domani la roba, o faccio appiccar il fuoco al villaggio!

«Ed io vi porterò il tizzo![1]