Così i nuvoloni addensatisi sul tetto della signora Maddalena, erano dissipati dal vento che soffiava dall'Apennino, portando innanzi al suo furore, altri nuvoloni gravidi di maggior tempesta. E già si sentiva quanto sarebbe stata furiosa nello scoppiare; soltanto a vedere come a C…. corressero giorni di gran travaglio, per la soldatesca, che vi aveva le stanze da parecchi mesi. Il generale Alemanno pareva sulle brage, attendendo di Lombardia aiuti che non capitavano mai; ed in cambio gli giungevano ogni tantino cavalieri in gran diligenza, i quali venivano dalle montagne verso la marina, per quello che si poteva argomentare, portatori di novelle non liete. A poco a poco, il popolo indovinava le verità tenute nascoste; e già si sapeva che i Francesi, in sul cominciar dell'aprile, ripigliate le offese, si ricattavano assai bene dei danni patiti l'anno innanzi, per forza dei Piemontesi, i quali gli avevano fugati a Raus, e afflitti di molte morti. Adesso tornavano grossi e minacciosi, e sebbene per quell'anno non fossero ancora venuti a battaglia di campo, tuttavia l'aspetto delle cose era da far presagire che sarebbero usciti vincitori.
In casa al signor Fedele, qualcuno aveva aperto il cuore alle voci di prossimi eventi, e Bianca sentiva una dolce promessa, da quell'aria procellosa che ho detto. Dopo che s'era confidata colla zia dell'amor suo per Giuliano, dicendo che tra l'Alemanno e la morte avrebbe scelta quest'ultima; la povera cieca, consigliatasi con Don Marco, la confortava a persistere nel rifiuto, ma con dolcezza. Il buon prete, ogni volta che lo poteva, dava ad esse novelle di quelle parti, donde rivenivano soldati piemontesi o alemanni feriti, narrando cose dell'altro mondo; e sgomentando i compagni che vi s'avviavano melanconici, come persone che sapessero d'andare a certa morte. Egli e le donne, ne provavano pietà; ma facevano voti per i loro nemici; il prete sperando da questi miglior vita pel popolo; esse pensando che a vincere il signor Fedele, nulla avrebbe giovato se non la calata di quei Francesi, i quali per quanto male si udisse di loro, alla fine delle fini dovevano essere uomini anch'essi. Era vero che si potevano credere cose terribili, a vedere le centinaia di famiglie liguri, che capitavano ogni giorno, coi loro preti, in lunghissime processioni: gli uomini carichi di masserizie; le donne coi bambini in sulle spalle; i vecchi menati dai nipoti, scalzi, piangolosi, affamati; ma che valeva? Interrogati come avessero abbandonati i loro villaggi, non sapevano che si dire; e coll'aspetto di chi va, nè sa perchè mova, nè dove riesca, narravano di danni patiti di casi atroci avvenuti nei borghi vicini. A conti fatti venivano cacciati a quel modo dalla paura. Maria poneva mente a una cosa, ed era che non s'udiva raccontare da quella gente, che i Francesi avessero fatto onta alle donne. E da questo traeva conforto a sperare, che il diavolo fosse men brutto di quello si credeva; perchè se i Francesi rispettavano le donne, di certo erano in tutto migliori degli Alemanni; questi avendo dato a parlare di violenze fatte qua e là a donne del contado, che per quello se ne diceva non erano state poche. E non si tenevano dal menarne vanto i loro uffiziali, chè anzi vi facevano sopra le grosse risate; e la cieca che sapeva queste cose da don Marco, pensava come la pensarono indi a poco i popoli delle Langhe, i quali lasciarono per ricordo un proverbio che diceva di quei Francesi d'allora «meglio essi nemici, che gli Alemanni amici.»
Ma sino a quel punto, i più non vedevano altro Dio che costoro; e come dèi gli adorava Marocco, vecchio volpone, che conduceva in C…. un caffeuccio, proprio in sulla piazzetta del borgo. Egli se gli era tenuti sempre bene edificati, e si dava attorno a servirli colla moglie che aveva bella: nè faceva segno di recarsene, dove questa sorridesse ad alcuno di essi, o rispondesse piacevolmente ai loro motti arditi. Pur di brancicar monete, sarebbe stato ad occhi chiusi tutta la vita; e già dacchè gli Alemanni erano nel borgo, aveva messo in serbo di belle doppie. La sua era una botteguccia a modo, e antica al mestiere che ei vi faceva dentro; come si vedeva all'insegna sopra la porta, dalla quale si sarebbe potuto cavare la più bella vignetta, che abbia mai ornato frontispizio di poema eroicomico. Era una tavola, dipinta di molte figure, che volevano essere la meglio parte soldati, assorti in enormi stivaloni, e stranamente ingoffitti da immani cappellacci. Effigiati com'erano a sedere, guai se quei soldati si fossero levati in piedi; e peggio se in atto di scaraventare i bicchieri e le bottiglie che avevano innanzi; i cocci ne sarebbero andati sin chi sa dove, tanto erano tremendi in vista, pei mostacchi non più veduti, e per occhi che mostravano il bianco, come di cani ringhiosi. A ciascuna di quelle figuracce, Marocco sapeva dare un nome; e a udirlo, erano ritratti d'antichi Uffiziali del Re di Sardegna, stati a presidio nel borgo, per far la guardia alla repubblica di Genova, che non entrasse in corpo al loro Sovrano. Questo era un gran giocator di pallone; quest'altro amoreggiava la madre d'una signora del borgo, che viveva ancora; quello faceva tremar la gente solo che s'affacciasse alla finestra… Marocco conosceva di tutti vita e miracoli, sapeva dov'erano nati, dove morti, e fino dove sepolti. «La mia bottega, diceva egli mescendo agli Alemanni, fu sempre il convegno dei valorosi! Il conte tale, il cavalier tale, tutti nobiloni dei primi casati del regno, venivano qui, ed erano soldati allegri e spenditori; ma come loro signori, in coscienza non ve n'ho avuti mai!» E pigliava un gusto matto, a farsene far fede dai signorelli del borgo, i quali venivano a giuocare un tantino in sul desinare; cari una volta ora gabbati da Marocco, che si faceva udire a chiamargli scaldapanche. Buscava da essi qualche scapellotto, ma pur di far ridere i suoi signori Alemanni, non vi badava.
Un giorno, (che non monta sapere qual fosse, o decimo o ventesimo dalla partenza di Giuliano da D….); nella bottega di Marocco, si faceva un gran dire della guerra ricominciata. Era voce che il generale Alemanno avesse ricevuto ordine di recarsi con tutta l'oste verso Nizza; perchè i Francesi venivano, cacciando di là i Piemontesi, vinti a Dolceaqua, al colle delle Forche, a Raus, e si parlava della rocca di Saorgio investita. I discorsi s'incrociavano come spade, e tutti parevano là dentro sulle brage, pel gran desiderio di menar le mani. Un solo non si mescolava in quei fervori; ed era quell'uffiziale, che si sentiva morire di Bianca, e non vedeva l'ora di poterla sposare. Stava raccolto in un angolo, gomitoni su d'un deschetto, che sebbene fosse sodo, pareva lì per isfasciarsi sotto quel peso. Di tanto in tanto beveva un sorso d'acquavite ad un grosso bicchiere che aveva innanzi; e chi avesse potuto vedere i sussulti del suo cuore, di certo diceva che bevesse per darsi coraggio, a udire i compagni parlare in quei modi di guerra e di morte. E sì che egli era prode e cimentoso; nè si conosceva chi fosse più esperto di lui, a condurre partite notturne, a farla da scorgitore, a caricare il nemico menandogli addosso una ruina di cavalli: ma tant'è non poteva farsi vivo, e stava mesto in quella guisa; quando capitò alla bottega un giovano trombetto, il quale, data un'occhiata intorno, gli fu dinanzi, e fatto quella sorta di scambietto, che gli ussari costumano nel salutare, recossi la mano alla visiera e gli disse: «signor uffiziale, il generale la vuole.»
L'uffiziale accennò d'aver capito, il trombetto ripartì ed egli gli tenne dietro, lontano pochi passi.
Il generale era un vecchio prode della guerra dei sette anni, ed abitava di faccia alla chiesa, una delle migliori case del borgo. I signori che l'albergavano, s'erano ridotti stretti da averne disagio; ma pur di piacere a quell'uomo rigido e sornione, pur d'averne un sorriso benevolo, si sarebbero acconciati a star sui solai: e nelle molte stanze occupate da lui, avevano accozzati quanti arredi e quadri tenevano in casa, che pareva una dogana. Le volte che egli gli degnava, si sbracciavano a mostrarsi più alemanni di lui: e rammentavano d'aver visti i proprii padri e tutto il borgo, piangere nell'anno 1737, ch'essi chiamavano sottovoce funesto, perchè le novanta terre delle Langhe erano state cedute in quello, dall'Imperatore al Re di Sardegna. Narravano, con sazievole loquacità, a tutta la canatteria di soldati scribi, ond'era ingombro il quartiere, come avessero avuto uno zio, morto a Belgrado, capitano ai servigi dell'Impero; e ne ponevano in mostra il ritratto, meravigliando che quei soldati non s'inginocchiassero a salutarlo.
Quel giorno, in quella casa, tutti s'erano accorti del tempo ch'era cattivo: e quando videro l'uffiziale entrar dal generale, lo salutarono, gli fecero dietro gli occhi grossi; e osarono compiangerlo, perchè certo andava a farsi scaricare addosso qualche sfuriata.
Com'egli fu dentro; e vide il generale imbroncito, fece come quei soldati, che, dovendo starsi colle armi al piede, bersaglio d'un nemico cui non possono assalire, chinano il capo rassegnati a qual sorta di grandine stia per cadere. Recò la destra alla visiera, e rimase poco oltre la soglia, stecchito, gli occhi negli occhi del generale: il petto sporto, e l'altra mano giù dall'anca, che pareva di legno posticcia.
«Cinque passi in qua!—disse asciutto asciutto il generale.., e l'altro avendo fatti i cinque passi contati, senza scomporsi:—Signor uffiziale—continuò—ho qui per lei un plico, che mi si raccomanda molto da Vienna; vi deve essere dentro la licenza datale, di sposare una zitella di questa bicocca, e su questo non ho a ridire. Ma ella mi ha taciuta la dimanda fatta di qua a sua Maestà; (qui salutò come se l'Imperatore fosse stato là a udire) ella non s'è governata da quel soldato che crede d'essere ed è. Sia grata, non a me, ma al rispetto che ho per la sua promessa sposa, a me ignota, se mi accontento di consigliarla a non dimenticare fra le gioie del matrimonio, che noi siamo qui per menar colpi di spada in servizio dell'imperatore.»
E salutando una seconda volta il nome dell'Imperatore, porse la carta all'uffiziale, che togliendola colla sinistra, e udendosi dire: «vada», fece il suo scambietto, quasi barcollando, poi diè di volta sui tacchi tutto d'un pezzo, lasciandone il segno profondo e polveroso sull'ammattonato.