Pieno di pensieri, per la famiglia, dal cui desco s'era levato poc'anzi, il frate lasciò correre la mente ai parchi desinari fatti dagli Apostoli in casa d'amici, dove capitavano a consolare qualche afflitto od a soccorrerlo di loro consigli. Quasi quasi osava somigliare sè stesso ad uno di quelli; e di certo si tenne d'aver fatto in quel giorno molto bene il debito suo. E si ringalluzzava tutto, pensando che il pievano di D…, avrebbe potuto dire di Giuliano, che la pena per lui, teneva dietro alla colpa assai da vicino: e non vedeva l'ora di potergli scrivere che aveva scampata dalle insidie del demonio una giovane innamorata di quel suo parrocchiano senza legge e senza fede.
CAPITOLO VIII.
In iscambio don Apollinare si trovava a certi passi, che non era il caso di poter pensare nè al padre Anacleto, nè a Giuliano.
I monti sui quali lo abbiamo lasciato colle turbe di Val di Bormida, in capo a quattro o cinque giorni, formicavano, come vi si fosse raccolto un esercito di barbari; pronti a calare dove loro fosse venuta bene la preda, per portarsela a quelle sedi alpestri e selvose. Aveva durato a venirvi gente dalle più remote parti delle Langhe; nè a ricordo d'uomini nè di libri, s'era visto nulla di simigliante. Lassù tutto era andato sossopra, rocce, zolle, alberi per far terrati e ripari: e come a star all'aperto, dì e notte, si diventa industriosi; con certi graticci che sapevano intrecciare assai bene, i boscaiuoli avevano fatto baracche pei capi, i quali dando pochi quattrini cansavano le infreddature. E questi capi erano tanti, che le baracche crebbero di numero, quasi da togliere a quelle montagne l'antico aspetto foresto.
Gli abitanti della marina là sotto, avevano paura di quelle plebi più che dei Francesi già vicinissimi; e ogni mattina guardavano se vi fossero ancora, e mandavano sui monti messaggi d'amicizia, e saluti, e notizie grosse; per tenerle all'erta, che ad esse non venisse il grillo di calare nei loro borghi, a farvi chi sa che tragedie. Le turbe ricambiavano i saluti, e invece di pensare a discendere laggiù, compiangevano chi vi stava.
Talvolta vedevano navi passare in vista facendo segni con bandiere; ma in quel pararsi di tanti colori non ci capivano nulla. I capi si strappavano fra loro i cannocchiali, e per non essere scortesi rispondevano a quei saluti, bruciando cataste di legna, da mandarne le fiamme alte come d'incendi.
Un di quei giorni erano capitati lassù alcuni uffiziali, dai campi alemanni e piemontesi, posti lontano poche miglia giù verso il mare. Veduto in qual conto s'avessero a tenere quelle strane milizie, e fatta correre la voce che fra breve tempo si sarebbero viste alla prova; se n'erano ripartiti, a quel che si sapeva, ben edificati del loro contegno. E in verità quella lode soldatesca era meritata; perchè durava l'ardore col quale s'erano messe all'impresa di difendere il trono e la religione: e la meglio parte di quella moltitudine, allevata alla vita travagliosa dei solchi e delle selve, non badava ai disagi. Mangiavano i neri pani che s'aveano recati nelle bolge; le quali portate, come usa da quelle parti, che una ne pende sul petto un'altra sul dorso, e bianche di colore, avevano l'aria d'assise bizzarre. Bevevano l'acqua pura delle fonti, per quelle montagne copiose e frequenti; e se alcuni serbavano qualche goccia di vino nei barletti, era per berlo e confortarsi, dove per mala sorte avessero toccata qualche ferita.
All'alba si levavano in piedi, liete come se nulla fosse stato della guazza, e delle brine che talvolta anco in quella stagione, il vento frizzante dell'Alpi porta nella contrada; dicevano ad alta voce le orazioni del mattino; poi facevano d'ogni sorta d'esercizi, visti a fare ai soldati. Due volte il giorno, i preti predicavano da qualche poggio ognuno alla sua compagnia; e parlando di Dio e del Re, tenevano deste le ire, e il desiderio di dar dentro a menar le mani in guisa, che dopo ogni predica le montagne suonavano di grida altissime, di strage e di vendetta. Non sapevano bene, ma tutti accozzavano nelle menti torbidi pensieri di religione, d'empietà, di re e di patiboli; i più ardenti aizzavano coi discorsi i compagni; chetarli era gran fatica; e ad ogni tratto si tornava da capo. Presi così alla grossa, s'accostumavano a quella vita assai bene.
Ma a don Apollinare, e a molti altri che avevano viso di condottieri, l'ore cominciavano a parer lunghe. Quattro giorni di disagi, erano stati d'avanzo a fare dar giù il bollore ai loro spiriti; e la prontezza d'animo con cui s'erano mossi, cedeva un po' ogni giorno, alla stanchezza in tutti, in molti alla noia, in taluni alla paura. Perchè agli altri guai s'era aggiunta la vista di soldati regi ed imperiali; i quali passavano per quelli alpestri sentieri, tornando feriti o malconci dalle scaramuccie, che seguivano giù giù, tra quel d'Oneglia e quel di Loano. I poveretti camminavano da sè a fatica, o portati da certi muli, spasimando, ogni poco, per i squassi crudeli: ed erano quali mesti, quali baldanzosi, alcuni bestemmiavano, altri mostrando le ferite toccate, dicevano a quelle genti affollate a vedere, come laggiù laggiù, di palle e di baionettate i Francesi ne avessero in serbo anche per esse. Quelle parole non erano atte a sgomentare la moltitudine; ma i capi ponendo gli occhi stupiti in quelle piaghe mal fasciate, si sentivano frizzare le carni; e pensavano alle famiglie, ai quieti piaceri, ai loro villaggi, nei quali avevano vissuto sino a quel punto, cullati da quel buon popolo che gli adorava e temeva, e lassù si sarebbe fatto in pezzi per essi. Volgendosi addietro, potevano vedere i loro campanili biancheggiare lontani a poche miglia, e si lasciavano cogliere dalla nostalgia; la malavoglia cresceva; ma non v'era chi osasse primo abbandonare la spedizione, per non parere da meno del vicino o del rivale in amori o in averi. Pregavano, ognuno in suo cuore, che la ventura cui s'erano messi, un po' per forza un po' per genio, volgesse in qualche guisa al suo compimento; pur di cavarsela colle ossa e colla riputazione inoffese, quasi quasi avrebbero fatta la pace colla repubblica di Francia.
Mattia mostrava in quei giorni d'aver animo più alto del suo padrone; e se ne stava lassù colla testa su due guanciali, come il maggior pericolo fosse stato quello di vedere il mare levarsi a quell'altezza, e d'affogarvi dentro. Stato uomo da sbarragli tutta la giovinezza, stimava cose da beffe le brighe presenti; e il suo più gran da fare, era di reggere il cuore al pievano. Il quale per tenerselo amico, gli dava a mangiare i polli arrostiti, che il Rettore di Montefreddo faceva portare dalla sua cura poco discosta; e il sagrestano ben pasciuto, sempre lieto, sempre ritto, pareva l'anima dello stormo di D…. Lassù nessuna molestia per lui, nè di famiglia nè di mestiere; non campane da suonare, non ceri da accendere, non morti da seppellire: e se pure di questi un qualche giorno ve n'aveva a essere; tra l'averli nudi, avvolti in un lenzuolo, e vederseli ai piedi vestiti e non frugati, ci correva la moneta che avrebbe trovata nelle loro saccoccie. Eppoi lassù non aveva quella noia della moglie, e quell'altra di gente cui dovesse roba o danaro; mentre a D…., eh! a D…. erano litanie che non finivano mai.